RAVAIOLI DANIELE IN
UN CAPPELLO SOTTO L’ALBERO
Romanzo autobiografico
Anno 2005
DENNY BOY 2
INTRODUZIONE
CAPITOLO N. 1
Se ripenso alla mia infanzia, mi tornano alla mente ricordi belli e altri meno belli. Quando nacqui, mia madre ebbe un parto prematuro e durante il mio primo mese di vita venni ricoverato in ospedale: una mattina i miei guardando nella culla videro che ero diventato cianotico perché avevo trattenuto il respiro troppo a lungo. Fui trasportato d’urgenza all’ospedale e lì ricoverato sotto una tenda ad ossigeno, dove rimasi per un mese intero, circondato dalle cure e dall’apprensione dei miei genitori e dei dottori che disperavano di potermi salvare. Dopo un mese le mie condizioni cominciarono a migliorare, finché tornai a casa.
Passarono gli anni, e arrivò il primo giorno di scuola. Il mio impatto con la scuola fu molto faticoso sia per lo studio che per il rapporto con gli altri bambini. Io ero molto debole e timido, tanto che quando gli altri bambini volevano giocare con me, mi allontanavo restandomene in disparte. Questo mio modo di fare mi faceva molto soffrire, perché mi rendevo conto di essere in errore, rimanendo così tanto chiuso in me stesso. Questo mio comportamento preoccupava anche i miei genitori, che non riuscivano a fare nulla per aiutarmi a cambiarlo. Gli anni passavano ma il mio carattere rimaneva lo stesso rendendomi difficile continuare gli studi: per lo studio in sé ero negato, la scuola rappresentava per me solo un problema.
Durante la mia infanzia ebbi altre disavventure. Avevo 6 anni quando mia madre si ammalò. Seppi da mia nonna che mia madre aveva un male incurabile. La diagnosi fu cirrosi epatica, ma essendo piccolo non capii cosa fosse. Le sue prime condizioni erano abbastanza buone. La ricoverarono nell’ospedale di Savignano sul Rubicone. Andavo molto spesso a farle visita, accompagnato da mio padre, e da quel che riesco a ricordarmi, lei era molto contenta. Col passare dei mesi, le sue condizioni peggiorarono sempre più. La vedevo sempre più strana. Ormai non c’era più nulla da fare. Le sue speranze e le sue sofferenze durarono altri trenta giorni. Negli ultimi giorni della sua malattia, vedeva gli scarafaggi sul muro e brandiva in mano una ciabatta per ammazzarli. L’unica cosa che mi ricordo di lei è molto dolorosa, e il raccontarla mi fa soffrire. Eravamo tutti insieme a pranzo, io, mio fratello, mia mamma e mio padre. Sentivo che mia mamma si stava lamentando dei dolori che aveva in quel momento, e mio padre le diceva di finirla perché non era nulla. Lei continuò a lamentarsi, quando a un tratto vidi mio padre afferrare un piatto e scaraventarglielo addosso. Io e mio fratello rimanemmo sbalorditi. Subito accorsi per vedere come stava mia madre, sanguinava, noi non ci rendevamo conto di quello che era successo, almeno io. Poi subentrò mio padre che ci fece andare nella camera per non vedere. Il piatto che le aveva tirato addosso le aveva provocato un taglio sulla fronte, per il quale le diedero otto punti.
Il 22 Febbraio del 1975 alle tre e venticinque del mattino, mia madre si spense, mentre teneva stretta la mano di mio padre. Per lui fu tragico vederla chiudere gli occhi per sempre, pensando anche al momento in cui le aveva tirato quel piatto in testa. Era una giornata così bella, tutti erano lì vicini a lei, circondata di fiori profumati. Fuori gli uccelli fischiettavano, sembrava che le dicessero “svegliati, alzati, vieni ancora tra noi!”. Purtroppo la morte non dà speranza e in quel momento non rimaneva altro che rassegnarsi.
Nostro padre venne a chiamarci senza dire nulla, disse solo che dove ci saremo recati di lì a poco avremmo dovuto fare molto silenzio. Eravamo piccoli, io avevo 9 anni e mio fratello dodici, ancora non riuscivamo a capire. La vedemmo nella bara, tra i fiori e tutti i parenti. Nessuno parlava. Era molto bella, la guardavo ma non capivo che stava riposando per sempre dentro a una cassa. Poco dopo vennero due persone per chiuderla, prima però ci diede la benedizione il parroco e tutti insieme le regalammo l’ultimo saluto. Partiti dalla camera mortuaria dell’ospedale, raggiungemmo il cimitero di Sant’Ermete, dopo la celebrazione della santa messa in sua memoria nella chiesa nei pressi. Usciti dalla chiesa, quattro persone presero la bara, se la issarono sulle spalle e fecero capo a un corteo che la accompagnò al cimitero, distante quasi due chilometri, che facemmo a piedi. Io e i miei cugini portammo quelle belle corone di fiori. In prima fila c’era mio padre, insieme a tutti i parenti che cercavano di farlo calmare per aver perso la moglie.
Giunti al cimitero, ecco la nuova casa di mia madre, ancora non mi rendevo conto fosse proprio lei. La misero dentro a quel tombino, dopodiché il prete le diede l’ultima benedizione. Io continuavo a guardare, ma non riuscivo a rendermene conto. Dopo la scossa, nostro padre tenne con sé me e mio fratello ancora qualche anno. Ci mandò a scuola, ma entrambi non eravamo portati per i libri. Ricordo che io, il più delle volte, tornavo a casa con dei cinque e mio padre mi metteva in castigo. Io purtroppo per lo studio non ero proprio all’altezza, tanto che con mio padre rimasi fino alla fine della prima media e gliene combinai di tutti i colori. Ogni mattina ero sempre fuori dalla porta, perché mi avevano messo vicino a un compagno col quale mi divertivo a fare casino, invece che a studiare. Quando arrivò l’esame per finire la prima media fu una liberazione: l’incubo era finito.
Passò qualche mese, e un bel giorno, mentre cenavamo, mio padre mi disse che presto sarei andato a vivere con mia nonna, perché lui non era più in grado di tenere sia me che mio fratello dopo il dolore della perdita di mamma. Sulle prime rimasi stupito, ma poi accettai ben volentieri.
Appena arrivato a Ravenna, mia nonna mi accolse contenta, e saputo che sarei rimasto lì per sempre fece i salti di gioia. Un’ora dopo mio padre se ne andò: gli dissi di venire a trovarmi spesso. Da mia nonna feci conoscenza con altri ragazzi del palazzo. Poco dopo il mio arrivo, lei si diede da fare e mi fece continuare la scuola iscrivendomi alla seconda e alla terza media. Prima di ricominciare gli studi, mi divertivo a giocare coi ragazzi del palazzo dove abitavo con mia nonna. Lei spesso, essendo religiosa, si faceva accompagnare in chiesa, e col tempo cominciai a frequentarla. Anche lì conobbi altri amici, imparai a fare il chierichetto e mi piaceva a tal punto che tutti i giorni andavo a servire la santa messa e a giocare con gli altri bambini. Mi divertivo anche ad essere utile, e aiutavo il parroco a scrivere lettere di invito o a consegnarle casa per casa.
Quattro o cinque mesi dopo, un giorno mi capitò di andare con mia nonna a trovare la zia: era tanto tempo che non la vedevo e mi fece molto piacere. Quel giorno c’era anche mia cugina. Se ne stava in camera sua a esercitarsi con la fisarmonica. Rivolto a mia zia dissi: “Posso andare su a sentire suonare la Dania?”
Lei mi rispose “Certo, vai pure” e andai a bussare alla sua porta. Dania mi fece entrare, la baciai e mi chiese come stavo.
“Vieni dentro Daniele – mi disse – mi sto esercitando a studiare. Accomodati. Io intanto continuo.”
La sua cameretta era piccola ma molto carina. La guardai con molta curiosità, e mentre osservavo le cose attorno a me, mi entrava nell’orecchio il dolce suono di quella fisarmonica. Rimasi molto affascinato, sentivo dentro di me qualcosa che mi entusiasmava. Sentivo anche io il desiderio di imparare a suonare quello strumento. Le melodie che suonava mi colpivano nel cuore. Ad un certo punto le chiesi: “E’ molto faticoso suonarlo?”
Lei rispose che era facilissimo, ma che era necessario andare a scuola. Le dissi del mio desiderio di imparare, e di quello che avevo provato ascoltandola, così Dania chiamò subito mia zia e mia nonna, che al sentire la notizia rimasero stupite. Non avrebbero mai immaginato che mi sarebbe venuta quell’ispirazione.
A quel punto, mia zia mi diede l’indirizzo della scuola, che guarda caso si trovava poco lontano da casa sua. Con mia nonna mi precipitai a prendere un appuntamento per fissare il mio primo giorno di lezione. Non stavo in me, e non vedevo l’ora di iniziare. Col passare dei giorni e dei mesi, questa passione diventò sempre più forte, tanto che andavo avanti più del solito, senza che la mia maestra me lo insegnasse. Lei mi sgridava, dicendo che non ero ancora all’altezza per suonare quel genere di brani, ma era più forte di me. Quei bei motivi mi trasmettevano un non so ché, che mi faceva andare oltre, più del dovuto. Anche se sbagliavo, e la maestra non era d’accordo, io continuavo in quella maniera. Ero incontenibile. Mia nonna era molto entusiasta di avere un nipote così, però una cosa che ricordo, quando era il momento dell’esercitazione, fino a quando non avevo finito non potevo uscire a giocare.
Frequentavo ancora la chiesa. Mi divertivo la domenica ad andare a vedere i film in parrocchia. Il parroco della chiesa, una volta all’anno organizzava il “Cavallino d’Oro”, una festa che durava quattro giorni e dove tutti i bambini si esibivano per cantare. Inoltre, c’era la pesca di beneficienza. Un giorno, mentre mi trovavo là ad aiutare il parroco, mi lasciai sfuggire che suonavo la fisarmonica. Il parroco, tutto contento, mi invitò a esibirmi. Avevo una paura terribile, non avevo ancora provato l’emozione di suonare in pubblico. Piano piano si sparse la voce tra i parrocchiani che, conoscendomi come bravo ragazzo, facevano il tifo per me. Tanti giorni di studio, tante sgridate da mia nonna per le esercitazioni. Avevo ancora paura. Mi preparai un brano, secondo le mie capacità, un brano molto bello.
Circa un anno dopo, arrivò il giorno dell’esibizione. Ero in agitazione, ma ce la misi tutta per non fare brutta figura nei confronti delle persone che tifavano per me. Era il mese di Maggio, e in parrocchia si festeggiava il Maggio con Maria, rosari e messe in ricordo della Beata Vergine. Una festa molto bella e divertente. Erano le otto e mezza del primo di Maggio, le luci erano molto abbaglianti, la gente iniziava ad arrivare, mentre una parte entrava prima in chiesa per dire il santo rosario e dopo veniva ad ascoltare. La paura si faceva sempre più vicina. Era arrivato il momento.
Lo spettacolo iniziò con l’esibizione di alcuni bambini. Giunto il mio momento,, finalmente mi esibii, e dentro di me rimase il timore fino alla fine. Quanta gente c’era, il cortile era pieno. Mia nonna era in prima fila insieme a mia zia e a mia cugina. Tutti erano presenti, tranne mio padre. Conclusi l’esibizione e non credetti ai miei occhi: appena uscito da dietro le quinte, tutti mi vennero incontro per complimentarsi con me, augurandomi di continuare sempre così. Che serata fu quella, mai avrei creduto di passare una serata così divertente.
I mesi trascorrevano, e un giorno, mentre facevo lezione, la mia maestra ritenendomi in grado mi invitò insieme al suo gruppo a partecipare a un concorso che si teneva ad Ancona, con il suo complesso “Villanella Junior”, formato dagli allievi della scuola. Iniziai a mettermi d’impegno nelle prove, perché il concorso si sarebbe tenuto il 27 Aprile del 1981.
Il brano da lei scelto era abbastanza difficile, ma lo studiavamo con molta passione per poter ottenere un buon risultato, e far fare bella figura alla nostra maestra.
il GIORNALINO DEL POETA PRESENTA testo di denny boy 2