Fuori piove, e piove anche dentro. Un giovedi come un altro, in una stanza come tante, con un gatto acciambellato ai piedi del letto. Mentre fuori piove, io dentro penso. Dopo quasi sette anni via da casa, capisco che la mia casa e’ ora questa, penso a quanto ho amato il panorama dalla mia finestra, il tetto grigio di una casa grigia, che conta ben quattro comignoli, ed un antenna televisiva, dove la mattina presto si riposa una tortoretta. La tortoretta era li anche stamattina, incurante della pioggia, ed incurante di una citta’ che si sveglia sotto di lei. Oggi guardo fuori da quella finestra e l’immagine che vedo e’ ancora li, invariata, ma qualcosa dentro e’ cambiato.
Da poco abbiamo festeggiato il nostro quarto anniversario. Festeggiato, si fa per dire. Era una domenica soleggiata e calda, che se ne fregava dell’approcciare dell’autunno londinese, e che se ne fregava pure di noi, di due corpi che hanno condiviso una sola anima, ma che ora, pur sempre camminando nella stessa direzione, hanno sguardi rivolti altrove, lontano l’uno dall’altra. Un freddo che neanche un sole cosi forte e’ riuscito a scaldare. Due corpi seduti su una panchina, un dolore forte dentro, alla schiena, tanto da non poter camminare, e al cuore, perche’ forte si faceva strada la consapevolezza di un qualcosa che muore, e nonostante forte fosse anche la voglia di non vedere quel fiore appassire, tutta l’acqua fresca non e’ servita, esporlo alla giusta luce tantomeno, e quel fiore che era una volta bello e voluminoso, adesso ha perso quasi tutti i suoi petali. D’altronde, il pollice verde io non ce l’ho mai avuto. Da bambina sognavo un amore grande, di quelli fiabeschi, di quelli in cui il principe azzurro si fa strada tra mille intemperie, solamente per stare con la sua principessa. Ben presto mi sono resa conto che forse io questa fortuna non ce l’avrei mai avuta. Poi ho incontrato lui, e la speranza si e’ riaccesa. Ma l’avrei dovuto capire subito, da quell’attesa al nostro primo appuntamento, che io non avrei fatto altro che aspettare. Aspettare delle parole che non sarebbero mai arrivate, aspettare quel desiderio che non sarebbe mai arrivato, aspettare quell’amore che non sarebbe mai arrivato, aspettare che le cose migliorassero, darsi tempo, ma le cose, non sarebbero mai migliorate.
Oggi sono qui, a fantasticare sui treni quando vedo coppie affiatate, a chiedermi perche’ io non ho avuto la fortuna di essere amata cosi tanto, da nessuno. E’ veramente tutto qui l’amore? E’ veramente un continuo rincorrere chi non ci ama abbastanza? Qui dentro tutto tace e il gatto dorme. Fuori non piove piu’, ma dentro piove piu’ forte che mai. Dovunque io guardi, noi. Dovunque respiri, noi. Quando ha iniziato a fare cosi freddo dentro questo letto? Quando hai iniziato a pensare che non ne valessi la pena? Quando e’ iniziata la discesa? Quando lo capisci che e’ finita? E perche’ fa comunque cosi male?
Sabato scorso mi sono svegliata presto, e la tortoretta era li, sulla sua solita antenna. La luce dell’alba la illuminava, e tutto era calmo. Ho preso la macchina fotografica per immortalare quel momento di pace, di silenzio, di serenita’. Ma non ci sono riuscita. Alle 6.30 del mattino ho provato ad empatizzare con la serenita’ di una tortora, avrei voluto la sua luce, ma non ci sono riuscita. Dovunque io guardi ci siamo noi. Un fiore che sboccia ieri, un fiore che muore oggi. Due armadi e una scrivania blu petrolio, una vecchia cassettiera e un letto in ferro abbattuto. Lenzuola che hanno tenuto al caldo un altro amore, e vestiti. Il nostro nido, la nostra casa. La casa dentro non ce l’abbiamo piu’. Siamo deserti aridi di emozioni, d’amore, di desiderio. Siamo stati e non siamo piu’. Siamo due foglie che cadono da un albero, una volta nutrite dalla stessa fonte, oggi lasciate a marcire su un marciapiede.
Fuori piove testo di Alessia in London