T’essiccasti al sole nel deserto, s’abbatterono su te le dieci piaghe, una ad una ma non guastarono la perfezione umana dei tuoi occhi, non insozzarono la bellezza ch’or non più sui fianchi e le gambe scorreva, né s’adagiava sul materno seno ma s’emanava com’aura forse dalle nari del naso dall’impeccabile taglio o dai sani denti il lucor l’imprimeva, forse, ma certo dagli occhi insuperati la promessa eterna di serenità e godimento infinito, chiara, s’effondeva. Rimasi incollato al fico spezzato che furon le tue labbra e l’intento neglessi di stornare te dall’impietoso veleno bramato com’io nella notte, fra parcheggi, questure ed ospedali il tuo miele agognavo. Chi non conobbe di te il paradiso dei tuoi occhi e l’inferno della tua vita penserà ch’io m’infatuai ma son al di sopra d’ogni sospetto ché non m’innamorai giammai di te. Nei tuoi occhi riposavo nella tua vita mi dannavo in pianto, disperata abbracciata a me ti ritrovavo, e come niente può imporsi al veleno nulla poté sopraffare le preghiere d’angelo che stretta ed odorosa recitavi al mio orecchio attento che mai aveva udito tal grazia e così t’amai, un sol giorno, come le rose. Ma ora cosa fai lì ferma, supina, chiusi gli occhi, le mani giunte sul ventre sfinito? Sol il tuo profumo riempie quest’angusta stanzetta... dove son gli amici, i clienti, gl’infami spacciatori? La natura tutto ti aveva donato tutto hai ceduto ad un granello di bianco sterco. Sol io son qui che piango e nessuno vede, nemmeno tu.
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