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Mi ergo sulla moltitudine in fermento.
Ammiro l'andirivieni di tutte quelle anime operose, che riempono le strade acciottolate coi loro carri e carretti, arnesi e trabaccoli.
Tutti operosi ed operanti, vivi, energici.
Famiglie che conosco e famiglie che vorrei conoscere. Uomini orgogliosi e forti, donne dalle spalle larghe, ragazzi garzoni, bambini scolari, vecchi saggi.
Li scorgo da questo mio terrazzo, che funge da unico spiraglio verso la madre terra, irto sulla collina dei miei avi.
Mi godo il loro sinuoso e produttivo movimento.
L'orgoglio che provo in tutto ciò, è l'unica soddisfazione rimastami, in una vita oramai giunta al suo ultimo giro di clessidra.
Rammento ancora, con sopraggiunta somma commozione, ma anche con una calda e serena nostalgia, quando anch'io passeggiavo in mezzo ed appresso a loro. Chiamandoli per il loro nome e quello dei loro padri, stringendo mani, mostrandomi attento e presente e concreto.
Sono fiero del mio popolo, loro sono la vera forza, la vera ruota che muove la nostra ricchezza e la nostra dignità.
Io sono solo un semplice re.
Che tra lacrime di dolore, gioia ed il rimpianto degli ultimi giorni di vita, ringrazia a modo suo la sua gente, da cui ha avuto tutto.
Non mi resta che chiedere perdono per le colpe che conosco e per quelle che mi sono sconosciute, fare ammenda e congedarmi dal mondo e da me stesso.
E così sia!