Pelle d'Arno
Oh cara son'io quella pelle disunita,
da veneree scorze conciate
nel discorso in golena d'Arno
dove la sponda arresta il turbine
di resine liberando la volta onirica ai cherubini
Vedi ora la casa dove desinava il Padre
dove le taciute acque per quietare
il corpo dagli alteri stormi recano
timorati armenti desiderosi ovili
In quest'io spavento visure
ai pressi e fuggenti spire di baleni
in non saputi storni di pire apocrife
la mano stringe e in questo
modo versi la nuda stella in forma
frangia di natali stringhe
Fai così mia adorata che il pargoletto
gode in questa noce che traghetta
da dietro dolori ambiti dai davanzati
amanti che a lui Guidi chissà di dove
dicendo a noi che si ascoltava:
abbiate aratri per questa lingua
che più non sposta cieli vergognosi,
siate illesi di loquela e allo scrivano
servo di matite in punta dite: vivere
in questa pelle dispiegata alle intasate
genti è l'ombra di misure in voce
e quindi vieni a questo colle
di portinari lingue, dove anche il crudo
aspetto di notti avare splende
come un dí di stelle e con le sue labbra
ti dico amore, non badare ai serpi ingordi
che fanno come il tempo che non sa
e perciò spreca ogni luna nuova