Non era mai stato su una graticola, ma pensava non dovesse essere tanto diverso da come si sentiva ora. La pelle bruciava come bruciava quando una candela è accesa sotto il palmo della mano (lui ne sapeva qualcosa); ma non si trattava di una fiamma: il sole, simbolo di vita, sembrava ora deciso a porre fine alla sua.
Non sarebbe nemmeno diventato santo, come san Lorenzo che, arrostito sul fuoco, sfotteva gli aguzzini affinchè lo girassero sull’altro lato.
No, nessuno l’avrebbe mai venerato; anzi, nessuno si sarebbe mai ricordato di lui, forse neppure sua moglie e suo figlio. E poi lui di san Lorenzo non ne sapeva nulla.
Il relitto di legno su cui si trovava rollava debolmente sollevato dalle onde. Qualche onda un po’ più lunga e profonda lo faceva beccheggiare. Ma per lui era solo un indistinto sali-scendi nel blu del mare, infinito; fin là, dove si congiungeva al cielo.
Non aveva mai visto tant’acqua, così vicina e così inutile.
Aveva provato a immergersi per qualche minuto, sperando di trovare un po’ di refrigerio. Il fresco si era diffuso sul suo corpo; ma la risalita sul relitto gli aveva stremato le poche forze che ancora rimanevano. E il sole aveva asciugato veloce le gocce d’acqua sul suo corpo e allora il fuoco e il bruciore sulla pelle erano tornati, più insopportabili di prima.
Stava sdraiato prono su queste sottili assi, con l’acqua che filtrava fra le larghe giunte e ricopriva la zattera improvvisata per un paio di dita. Scorreva sul tavolato, gli lambiva la faccia e gli entrava in bocca costringendolo a sputarla e a voltarsi dall’altra parte.
Pochi giorni prima era davanti alla baracca nel suo villaggio, la porta sgangherata aperta sui cardini in parte divelti.
La sua donna tornava dal pozzo con un catino di ferro arrugginito sul capo, una mano teneva il piccolo. Aveva la faccia stanca, si trascinava sotto il peso del catino. Sembrava invecchiata di dieci anni, dall’ultima primavera. Il bimbo non giocava più da qualche giorno; si lamentava della pancia gonfia e tirata. Camminava svogliato e la mamma doveva trascinarlo. Che vita stavano facendo? Valeva forse la pena?
“Me ne vado, cerco un posto dove stare, un rifugio e del pane da mangiare. Non possiamo continuare così. Domani, domani mattina. Tu stai tranquilla, ce la farò. Staremo bene, vedrai. Appena mi sistemo, ti faccio sapere e mi raggiungete. Presto. Finalmente staremo bene e saremo felici. Mi credi?”
“Sì, ti credo. Vai, portaci via di qui, vai!”
Quella notte non chiuse occhio: la sua cara donna, il suo piccolo innocente! La fortuna cieca di nascere qui piuttosto che là. Non ve ne rendete conto, non ci pensate mai, si diceva mentre si girava sudato nella branda. Ora se ne andava. Dove? Dio mi guarderà, quel dio dai mille nomi, ma sempre lo stesso: così indifferente.
Sotto il materasso c’erano i risparmi di una vita, ma sapeva che non erano sufficienti. Avrebbe lavorato per pagarsi la differenza.
“Stai attento, dicci qualcosa. Siamo qui. Aspettiamo”
Ed erano ancora lì, che aspettavano. Forse per sempre, forse per pochi giorni ormai. Quanto potevano durare ancora? La libertà sarebbe arrivata anche per loro!
Aveva fallito, un viaggio di speranza era diventato il viaggio di uno scheletro umano, febbricitante e semiconscio. Ma ancora per poco.
Non riusciva a spiegarsi, in quei rari momenti di lucidità, perché mai si era aggrappato con tutte le forze a questo legno, quando la barca era affondata. Che senso c’era? Fortunati i compagni, certo. Per loro era finita. Per sempre!
Pace, non più pensieri…Ma perché ci si aggrappa così spasmodicamente alla vita?
Basta anche con gli aguzzini: quelle belve umane – o meglio, col corpo da uomini – che gli avevano tolto tutto, anche i vestiti. E quante botte e quante umiliazioni. Il fondo dell’abiezione: forse c’era arrivato. Cose impensabili. La sofferenza non faceva distinzione fra uomini e donne. Quando non ci si può difendere, si è nudi uguali, uomini, donne, bambini. La sola cosa che lo faceva un po’ sorridere, le labbra appena increspate: non avrebbero potuto mai fare queste cose su di lei e sul loro piccolo. Mai!
Stava delirando? Certo i suoi sensi erano ottenebrati ormai. La realtà era solo un sogno nebbioso. Sentiva un suono? Cos’era!
Si sollevò a fatica sulle braccia distese, le gambe inerti sul tavolaccio, semicoperte dall’acqua.
Laggiù, non molto distante…una barca, molto grande. Non aveva mai visto una nave, ma era certamente una grossa barca.
“Ehii, ehii!”
Si era messo ginocchioni, reggendosi con un braccio disteso, la mano appoggiata sulle tavole e muovendo l’altro, urlando un gorgoglio che non riuscì a trasformarsi in grido.
“Ehii…qui, sono qui!”
Chissà quale lingua parlava. Chi mai l’avrebbe potuto capire, se l’avessero sentito.
“Capitano, capitano…”
“Che c’è tenente?”
“Lì, a sinistra. Guardi, c’è qualcuno su quel relitto. Vicino a dove ci hanno segnalato un barcone, stamattina. Sta agitando un braccio. Faccio mettere il timone sinistra tutto?”
“Fermo, tenente. Non siamo in acque internazionali, lo sa no? Siamo vicini alla costa africana, non abbiamo giurisdizione”
“Ma, capitano, la legge più importante del mare…il soccorso di chi è in pericolo di vita…Dobbiamo salvarlo, comandante. Non possiamo lasciarlo lì”
“Tenente, faccia avvertire la guardia costiera; ci penseranno loro, non è nostro compito”
“Signore, mi scusi se insisto, sappiamo bene - tutti lo sanno - che fine fanno quelli ripresi dalla guardia costiera. E’ peggio che condannarli all’inferno!”
“Tenente! Abbiamo ordini ben precisi, non voglio ripeterlo un’altra volta. Gli illegali non sono affari nostri, dovunque si trovino; a maggior ragione fuori dalla nostra giurisdizione. Chiaro?”
“Ma capitano…”
“Basta così, tenente. Torni nella plancia di comando; calcoli una rotta verso nord e avverta la guardia costiera. Noi ce ne andiamo. E non me lo faccia ripetere una seconda volta, o le faccio rapporto per insubordinazione. Vada ora!”
L’uomo sul relitto guardò rassegnato la nave dirigersi verso nord, lontano da lui. Non sapeva qual era il nord, ma vedeva bene che si stava allontanando.
Una luce di fierezza brillava nei suoi occhi, assieme alla disperazione di impotenza.
Un soffio di pensiero volò verso sua moglie, verso il suo bambino: in un modo diverso si sarebbero ricongiunti, si sarebbero abbracciati.
Si stese sulla zattera e non sentì più dolore; la pelle non bruciava più, la sete non lo tormentava più, finalmente. Sorrideva, ma nessuno si sarebbe accorto del suo sorriso.
Due giorni dopo una nave della marina, piena di alti dignitari e dei rappresentanti massimi dei prelati, girava in tondo proprio sul luogo.
Un alto dignitario ecclesiastico gettò una ghirlanda nel mare. Lo stesso fece il rappresentante del popolo italiano.
Gli sguardi erano seri, tristi, compunti: un’altra tragedia del mare; questo mare assassino.
Tornarono verso casa e già qualche risolino soffocato si alzava verso la prua, mentre la gente si sporgeva meravigliata e commossa a guardare i salti felici dei delfini.
Naufrago testo di Frato