Ho voglia di piangere
di battere i bugni
di buttarmi a terra
e urlare.
Ma non ci riesco.
Il vuoto dentro mi lacera,
la pace esterna è estenuante
e il fuoco represso mi distrugge.
Laura si guarda intorno, in cerca di qualcosa da fare, qualcosa che la impegni e che la possa calmare. Qualsiasi cosa che le permetta di non pensare. I piatti sono lavati, la casa pulita. Il suo porcellino d’india ha cibo e acqua a sufficienza e le ha già cambiato la gabbietta, abbondando di fieno come suo solito. Potrebbe uscire, ma per fare cosa? Ha già passato due ore buone di quella mattinata a girare per la città, a camminare sperando di incontrare il suo sguardo, pur sapendo anche troppo bene che lui non si trovava a Rovigo.
Si accomoda sul divano, si copre con il plaid rosso e afferra la tazza con il tè caldo all’interno. Aveva abbondato di miele, sperando che quello potesse addolcire il suo stato d’animo.
Cosa poteva fare per occupare la giornata?
Magari poteva andare a fare la spesa. Ci era andata ieri, ma forse le serviva ancora qualcosa. Yogurt, preso. Cereali, presi. Succo, preso. Obbligatoriamente succo ACE, perché l’unico che gli piaceva e che, inevitabilmente, aveva fatto piacere anche a lei. Due mesi, due mesi da quando se n’era andato. All’inizio non era stata così difficile, in fondo lei era una Donna forte e indipendente e poteva cavarsela da sola. Anzi, la sua assenza le avrebbe permesso di ritrovare le passioni di un tempo, che con il rapporto e la convivenza erano andate scemando. Solo dopo è arrivato il dolore, lo smarrimento, la solitudine. Sensazioni che erano solo sue, l’unica àncora che la legava ancora a lui, che le faceva sentire la sua presenza. Per questo non doveva mostrare a nessuno quanto stava soffrendo, perché l’avrebbero fatta stare bene, e lui se ne sarebbe andato per sempre. Definitivamente.
Ecco, ci era ricaduta. Aveva ricominciato a pensare ai suoi occhi azzurri, così teneri e tenebrosi al contempo. Al suo sorriso coinvolgente e alla sua voce, mamma mia quella voce. Era la voce più bella che avesse sentito, bassa, mascolina, ma con quel pizzico di dolcezza che la contraddiceva.
Scuote la testa dal torpore in cui era caduta, realizzando che gli occhi le si erano riempiti di lacrime. Deglutisce e sbatte ripetutamente le palpebre, sperando di tornare all’apatia di poco fa. Ma non ci riesce, il danno è fatto. Così sopporta, in silenzio, da sola, quella situazione in cui vorresti piangere, ma il dolore che provi è così grande che non te lo consente. Non ti permette di sfogarti, di lasciarlo uscire, come se volesse che tu stessi ancora più male, che soffrissi fino al limite, quel limite oltre il quale c’è solo oscurità. Laura non voleva oltrepassare quel limite, non voleva più cadere in quel buio da cui sapeva troppo bene quanto fosse difficile uscire.
Un dolore solo mio testo di sabina_98