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Andare in cantina era il suo grande terrore.
Vivevano al terzo piano nel primo palazzo a cinque piani che era stato costruito in paese e in quegli anni non vi erano termosifoni e riscaldamento centrale, la stufa economica o meglio la cucina economica,cosí di chiamava, era la fonte di riscaldamento, si utilizzava per cucinare, aveva un contenitore in cui si scaldava acqua che si poteva prendere con un particolare attrezzo una specie di mestolo rettangolare con un lungo manico, con essa si asciugavano i panni lavati appendendoli a dei ferri fissati con una fascietta metallica al tubo di scarico dei fumi, questi ferri si ponevano in orizzontale con un particolare incastro quando servivano e si potevano poi lasciare pendere verticalmente quando non utilizzati.
La cucina economica era il cuore di ogni casa, nel suo forno si poteva cucinare e in un altro scomparto meno caldo si potevano mantenere calde le pietanze, era bella, bianca smaltata, e con lo sportello del focolare aperto si passavano le serate osservando il fuoco come davanti ad un televisore. Aveva una specie di corrimano intorno all'altezza della superficie riscaldante che serviva sia come maniglione per poterla spostare sia per appendervi gli attrezzi in ferro per il fuoco, attizzatoio, palettina per la cenere, pinze e uno che finiva con la punta piegata ad angolo retto per poter togliere gli anelli in ghisa partendo dal disco centrale che aveva un foro in mezzo e da esso si partiva per poter sollevare via via i vari anelli concentrici fino al piú largo e avendo cosí pieno accesso al vano in ghisa in cui si faceva il fuoco.
Togliere gli anelli serviva sia nel caso in cui bisognasse mettere direttamente il fondo di una pentola a contatto con il fuoco per esempio per accelerare la bollitura sia per posizionare grossi ciocchi di legna che non passavano dallo sportello smaltato.
La legna appunto, il problema e IL SUO problema era che la legna era in cantina e ogni tot bisognava che qualcuno scendesse a prenderne.
Suo padre era rimasto vedovo con due figli piccoli e lui era rimasto orfano di madre con un fratello pure lui orfano di madre e un padre vedovo.
Il padre giá faceva abbastanza per farli crescere e fare andare avanti la baracca e cosí quando o suo fratello non c'era o era occupato a studiare e il padre lo incaricava di andare in cantina a fare rifornimento di legna per lui si aprivano le porte dell'inferno.
Piú di una volta aveva opposto resistenza arrivando alle lacrime ma intanto sapeva che quando gli toccava gli toccava e non c'erano santi, doveva andare.
Con il cuore in subbuglio prendeva la lunga chiave di ferro appesa vicino alla porta d'ingresso unita con un anello all'altra chiave piú piccola della porta d'ingresso alle cantine e le chiavi di casa e accendeva la luce nelle scale del palazzo.
In quegli anni per risparmiare corrente si utilizzavano lampadine ad incandescenza da pochi watt e con un temporizzatore che spegneva tutte le lampadine dei cinque piani dopo poco tempo per cui anche facendo i gradini a due a due di corsa bisognava stare attenti che il buio non cogliesse a mezza scala tra un piano e l'altro perché allora bisognava andare a tentoni strisciando la mano sul muro fino ad arrivare al piano e poi oltre la porta d'ingresso degli appartamenti con la mano cercare l'interruttore e riaccendere la fioca luce giallastra e continuare la discesa, l'accensione era accompagnata da un rumore simile ad un ciac che risuonava nelle scale forse scattava un relè che metteva in moto il temporizzatore, il quale a sua volta essendo meccanico faceva un ronzio udibile sempre piú forte man mano che si scendeva essendo posizionato nell'androne d'ingresso del palazzo giusto vicino alla porta delle cantine assieme agli interruttori e ai portafusibili in ceramica di ogni appartamento chiusi in una specie di cassa in legno.
Le scale con la loro illuminazione fioca erano solo un po' di paura, ma piú scendeva e piú il terrore prendeva il posto della paura piú sentiva avvicinarsi il ronzio e piú cercava la speranza di riuscire a vincere il panico e uscire vivo da quello che lo attendeva.
Aprire la porta delle cantine voleva dire avere il cuore in gola e fare la scala che scendeva al corridoio che si sviluppava a destra e sinistra voleva dire avere i sensi all'erta pronti a farlo urlare o scappare al primo pericolo, logicamente accendere la luce in quel regno sotterraneo che odorava di vino, di patate e mele messe a dimora per l'inverno, di aria stantia, metteva in allerta topi e forse gatti comunque sempre vi erano rumori e colpetti che lo facevano trasalire, arrivava di corsa alla porta della loro cantina accendeva la luce e caricava legna sulle sue braccia di bimbo mentre il piú piccolo rumore gli faceva venire i brividi nella schiena.
Una volta caricata abbastanza legna spegneva la luce chiudeva la porta rifaceva il corridoio con le varie porte relative ai vari appartamenti del palazzo e rifaceva la scala che lo portava verso la salvezza tenendo la legna con le braccia curve davanti a sé con una mano spegneva la luce e chiudeva la porta e si ritrovava nell'androne con un po' di luce che arrivava dai portici attraverso i vetri stampati del portone di accesso, accendeva la luce con il CIAC e il ronzio iniziava e lui si sentiva sempre meglio come se ad ogni scalino salito il suo terrore rimanesse a pezzetti incollato indietro,per un paio di volte doveva riaccendere le luci,e quando finalmente arrivava alla porta di casa entrava e andava a scaricare la legna nella apposita cesta intrecciata di strisce di castagno selvatico, iniziava a respirare normalmente nonostante i tre piani fatti con la legna in braccio, tornava indietro a chiudere la porta di casa appendeva le chiavi e pensava che anche quella volta ce l'aveva fatta, nessun umano o mostro delle cantine lo aveva aggredito.
La luce fioca delle scale il rumore che facevano all'accensione, la poca luce del vano cantine, i muri grezzi, le ragnatele le porte con il numero, probabilmente relativo agli appartamenti gli rimasero impressi nella mente fino alla vecchiaia, come se tutto in quel mondo sotterraneo fosse fatto per spaventarlo mentre la cucina economica con le castagne messe a cuocere e spostate via via verso le parti meno calde una volta abbrustolite, le gocce d'acqua lasciate cadere sulla ghisa calda che iniziavano a correre velocissime bollendo fino a rimpicciolire per poi evaporare, spegnere la luce della cucina per vedere il rossore della ghisa arroventata, le bucce di mandarino messe ad abbrustolire per il profumo che facevano, le girandole di carta a ruotare con il calore ascendente e il fuoco televisore quando ancora quelli a valvole li avevano in pochi erano un ricordo dello stesso periodo della sua vita ma piacevole e caldo.
Dopo molti anni quando la cucina economica era stata messa in un piano terra ormai non utilizzata da molto tempo e pronta per essere regalata a qualcuno che in qualche casa di campagna ancora la potesse usare, gli capitó di aprire lo scaldavivande e vi trovó due forcelle per fare le fionde,ancora legate per prendere la forma, che chiamavano burchi, in legno di frassino, messi allora a stagionare e sorrise ripensando alla sua infanzia del dopoguerra.