A Duccio squillò il cellulare in quell’istante e si allontanò verso la porta dell’altra casa.
Violante: “mamma vedrai come doveva fa!?” la ragazzina spalancò gli occhi alla madre gesticolando col suo telefono in mano.
Carmen: “Violante io non so di cosa tu stia parlando!”
Violante: “mamma ma sei di fori?!” e si portò una mano davanti al viso scaraventandola a destra e a sinistra a mo’ di tergicristallo.
La donna alzò le spalle voltandosi verso Giorgio che fece altrettanto.
Intanto Duccio stava facendo avanti e indietro per la rampa di scale col telefono all’orecchio ma buttando un occhio agli altri difronte a lui.
Violante: “saranno due settimane che si fa così!” fece sempre più sbalordita dallo sbalordimento della madre.
Carmen: “così come Violante madonna beata, così come cosa?”
Violante: “ma io bo! Ma bo! Mah!... ti ricordi quando ti chiesi se potevamo fare i suoi video qui che c’è più spazio e ci s’hanno i telefoni meglio?”
Carmen era persa ormai.
Violante ruotò gli occhi all’indietro per l’esasperazione (perché non avvertiva quella della madre…), sbloccò il telefono, vi cercò per una ventina di secondi qualcosa ticchettando con quegli artigli che si faceva sulle unghie sul vetro protettivo e porse lo smartphone alla madre ad un centimetro dal naso perché sapeva che non ci vedeva bene. Carmen, sull’orlo di una crisi invece, si mise a tastarsi addosso proprio per reperire gli occhiali e, una volta indossati, prese dalla mano della figlia il telefono e cercò di mettere a fuoco alla giusta distanza.
Sullo schermo venne riprodotto un video con protagonista Duccio (ancora al telefono ma comunque attento alla scena) intento a spadellare nella cucina della casa in cui era in affitto. Non si sentiva perché Violante non aveva alzato il volume ma lo si poteva veder gesticolare nell’irruenza delle sue risate mentre mostrava orgoglioso quello che aveva cotto. Sì e con la barba annodata in due trecce.
Violante: “cioè ma vedi quanto fa schifo la risoluzione!? Non si può vede’ un coso così tutto pixellato! E anche le luci?!” dal tono si capiva che la ragazzina avesse davvero a cuore la questione ancora piuttosto fumosa per la madre.
Il video risultava oggettivamente un po’ buio e poteva rendere meglio, se ne rendeva conto anche Carmen ma le mancavano comunque alcuni passaggi.
Carmen: “sì e quindi che vorrebbe dire? È venuto da voi a fare i filmati?”
Violante: “mamma gliel’ho detto io di veni’ qui! Non che sia così bravo, è meglio babbo manca poco!”
Carmen: “perché te metti i filmati sul telefono?! Sie… su su… su questi siti strani?!” la donna guardò l’ex marito da sopra gli occhiali ed a sopracciglia corrucciate.
Giorgio: “i filmati… ma poi che siti strani, Carmi, quando si fanno i tiktok ci si filma col telefono… ma mica ce li metto io! Li fo con lei per diverticci un po’! mica si fa niente di male! Li fanno tutti… fatti col babbo prendono i like…” provò a giustificarsi arruffando frasi che andarono pian piano svanendogli dalla bocca vista l’entrata in scena nel frattempo di Caterina, attirata poco prima dalle chiacchiere, e con lei il suo sguardo ammonitore.
Carmen in quel momento pensò che, se avesse voluto, avrebbe trovato molto di meglio ed utile da far fare a quel ragazzino che quasi quarant’anni prima si era messo intorno e che ora non riusciva e forse manco voleva ancora levarsi di torno. Nonostante tutto. Preferì comunque il solito silenzioso sospiro interiore e tornò ad ascoltare la figlia che non aspettava altro che continuare con la sua arringa.
Violante: “ti chiesi l’altra sera se si poteva fare questa cosa e mi hai detto di sì!”
Carmen: “ti ho-”
Caterina: “sì è vero, c’ero anch’io, quando si guardava la televisione in sala”
Carmen: “ma quando è successo tutto questo citte!?” e si tolse sconvolta gli occhiali per poter meglio interagire con le altre due.
Giorgio non sapeva come prendere la parola poco prima smorzata ma alla fine sputò il rospo: “forse non te lo ricordi perché eri un po’ sonnolente… ho detto anche io di sì poi e-”
Violante: “ci sta! Dormi sempre come ti metti a sede’ dopo mangiato” sentenziò l’altra.
Caterina: “ci sta e come!”
Carmen: “ma sentite un pochino tra tutte! Non è che io non faccio nient-”
Giorgio: “citte ma non lo vedete quant’è stanca la mamma? Vi pare poi il tono questo? Sai, Violante diciamo è piccina ma te Cate sempre con questa strafottenza ti dovresti da’ ‘na controllata e-”
Caterina: “io e la mia cosa?! Violante ha sedic’anni! E non è che la devi sempre tratta’ così solo perché è l’unica che ancora ti caca-”
Carmen: “via via, basta! Ci sta! Forse ora me ne ricordo, ‘gnamo gente, siamo sempre a bercia’ come matti per queste scale” Carmen decise di tagliar corto perché sapeva come sarebbe andata a finire: Caterina odiava il padre. Stava già cominciando a scaldarsi e la madre conosceva bene quelle gote infiammate e la rabbia che si portava dentro.
Giorgio non si capiva se non avesse capito o se stesse facendo finta.
Carmen sapeva e se ne faceva una colpa perché pensava che ogni volta quella ragazza rivivesse quel momento che lei avrebbe dovuto evitarle.
Caterina fu la prima e per errore, tra l’altro, a sapere della separazione dei genitori. Erano ormai passati quasi una decina d’anni ed in quel momento si trovavano in camera, Giorgio in piedi e mesto in volto, Carmen accasciata sul letto e sulla mano dell’altro, strette comunque, costretta a lasciarlo ma che non voleva lasciar andare. La ragazza, Costanza, la ragazzina, Caterina e la bimba, Violante, dovevano essere tutte e tre dalla nonna al piano di sopra proprio perché per Carmen era giunto il momento di disfarsi di quel fardello di angoscia, delusione, insicurezza ed ansia di cui ogni volta si sentiva caricata da quell’uomo con cui lei condivideva il letto e che lui condivideva con altre donne assenze familiari permettendo. Nei sobbalzi del pianto strozzato in gola Carmen si accorse dell’occhio occhialuto dell’allora dodici-tredicenne Caterina che dalla porta aveva assistito a tutto quello che si erano detti, compreso quel patetico tentativo di Giorgio di riprovare per l’ennesima volta. Quando anche il padre si accorse della presenza della figlia, la invitò ad entrare e con oggettivo poco tatto, le comunicò la decisione non pensando alle conseguenze che negli anni successivi si sarebbero amaramente esacerbate.
“Cate te ormai sei grandicella, capisci che son cose da grandi, ma non è che babbo va via eh! Io ci so’ sempre eh… c’è mamma, c’è nonna qui con voi…”
Silenzio.
“te sei tanto brava e intelligente, vedrai che poi si sta tutti più tranquilli, la mamma si tranquillizza… anche Costanza è grandina, le diremo tutto con calma, semmai Violante, pora topolina, anche a Violante mi raccomando, te e sorellona grande stateci attente perché si fa male a spiegarglielo piccina com’è”
Silenzio.
“poi hai visto, ce ne so’ tante di coppie separate, divorziate anche tra le tu’ amiche a scuola… ne parlate, ti fai tranquillizza’… ma te se’ già tranquilla, te se’ intelligente, queste so’ cose della coppia, no tra me e voi eh, voi ‘un avete colpe”
Silenzio.
“siete la cosa più bella e forse l’unica bona, che abbia fatto in vita mia… tutte belle e brave come la vostra mamma…”
Non osava sollevarsi un respiro.
E tante altre parole si dovette sorbire Caterina obbligata a mettersi sulle gambe del padre nonostante già da dietro quella porta avesse cominciato a provarne uno sdegno ed una repulsione tale da sentirsi di dover frapporre tra le gambe dell’uomo e le sue come un telo di plastica onde evitare di doverci avere a che fare anche soltanto fisicamente. Si dovette prendere anche un bacio che se avesse potuto, si sarebbe scorticata la guancia ed in tutto quello, cosa fece mamma per “proteggere” la bambina? Niente, non disse niente, non fece niente (pensò in sé Caterina). Non alzò un dito se non per portare agli occhi svuotati quel cartoccio di fazzoletto già troppo zuppo che stringeva tra le mani per tutto il tempo della dolorosa conversazione. In quell’istante Carmen non ebbe la forza di agire ed il suo disperato orgoglio di donna ferito sovrastò anche il suo istinto di madre tanto amorevole.
Caterina venne rimessa in terra dal padre e veniva mossa come una marionetta con lo sguardo proiettato a terra. Una qualche forza mosse i fili a cui erano collegate le sue mani ed i suoi piedi e la ricondussero su, dalla nonna, con in mano il libro che era scesa a cercare per intrattenersi nel mentre al piano di sotto doveva decidersi come dire a tutte e tre l’accaduto.
Rancore. Questa fu l’unica cosa che si sentiva occuparle le mani, oltre al libro ormai immateriale nel contesto, poi il petto e quindi la pancia.
Carmen sapeva e sentiva di aver trascurato quell’attimo così cruciale una ragazzina già enigmatica e non semplice ed aperta come le altre sue figlie e lei non mancava di farglielo notare.
Erano rimasti tutti in sospeso e si sentiva rimbombare per le scale solamente il vocione di Duccio ancora impegnato nella telefonata.
Quando tutti, sempre nel silenzio, si mossero, Giorgio se ne andò salutando l’altro uomo con il solo gesto della mano mentre scendeva le scale; le ragazze rincasarono quasi spinte da Carmen. Quando stava per chiudersi la porta, gli sguardi di Duccio, il quale stava cercando di velocizzare la fine di quella conversazione con una serie di “grazie, ciao, ci si sente, ti richiamo io”, e della donna s’incrociarono: l’uno costernato, l’altra altrettanto sgomenta.
La porta si richiuse con un flebile tac e Duccio si ritrovò con in mano il telefono e nell’altra ancora la padella sporca con cui era uscito poco prima dall’altra casa.
Sentiva di dover chiarire, di doversi scusare, soprattutto con Carmen più che con la sua famiglia.
10) Carmen e famiglia testo di NausicaaValli