Un ragazzo reso uomo da un numero, 4612

scritto da itram
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Olivier è un giovane ragazzo che dalla vita ha però già imparato tanto, costretto dietro al filo spinato di Aushwitz sopravvive come può. Perso tra i ricordi sarà un uomo a salvarlo.
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Testo: Un ragazzo reso uomo da un numero, 4612
di itram

L’olocausto, da definizione la persecuzione e lo sterminio totale degli ebrei da parte del regime nazista. Per i pochi superstiti è invece paragonabile all’inferno. Se ci pensate è come l’inferno sotto vari punti di vista; ci sono le fiamme che ti bruciano vivo se disubbidisci o se sei troppo debole, ci sono le pene sia fisiche che verbali, il lavoro duro e logorante ed il costante terrore che regna lì sotto. Il terrore di essere uccisi per una parola di troppo, perché si è esausti e non ce la si fa più, per un’occhiata sbagliata o ancora, perché si è troppo magri e deboli dato che il cibo che puoi avere scarseggia. Ecco, io quell’inferno l’ho vissuto, ci sono entrato, le ho provate tutte quelle pene. Non me ne sono fatta mancare nemmeno una. Ho percepito tutto quello che entrare nell’inferno comporta: il dolore del fuoco che brucia sulla pelle con il marchio e un numero che non mi sarà mai più indifferente “4612”, la malvagità, la cattiveria che non avrei mai pensato di ritrovare in un altro essere umano come me, uguale a me però solo sulla carta. Ho patito la fame, sono arrivato a un punto in cui mi si vedevano solo le ossa, non sembravo neanche più una persona, ero diventato uno scheletro con un sottile strato di pelle a ricoprirlo, come se fosse incellofanato. Pativo sia il dolore fisico che quello mentale, soprattutto quello mentale, perché mentre il dolore fisico prima o poi passa, la mente invece continua a funzionare e a tormentarti con quei ricordi di quando andava tutto bene. Ho attraversato l’inferno e alla fine della mia caduta sono arrivato al fondo, ci sono sprofondato dentro. E proprio quando pensavo che la mia fine fosse la cosa migliore che potesse capitarmi, quella che forse sarebbe stata in grado di salvarmi; mi sono reso conto di essere diventato come una pallina. Sono rimbalzato. Ho riattraversato tutto l’inferno fin quando non mi sono ritrovato di nuovo al punto di partenza. Con una coscienza e una maturità diverse ma consapevole che finalmente era tutto finito. Era il 27 gennaio del 1945.

15 maggio, 1947

Adesso mi trovo in un kibbutz in Palestina. Siamo stati portati qui a masse dopo la liberazione. Eravamo in tanti sul treno che ci ha condotti qui, tutti appiccicati l’uno all’altro, senza un filo d’aria che potesse passare. Anche una volta arrivati ci hanno spiegato che i kibbutz sono delle forme di comunità collettive, che quindi avremmo vissuto tutti insieme. Eppure nonostante le così tante persone che mi circondavano io mi sentivo profondamento solo. Tutto quello che avevo vissuto mi aveva risucchiato, anche se ormai erano già passati due anni, la mia mente rimaneva ferma lì, come se il tempo non fosse mai passato. Non riuscivo a stare meglio. Era diventato impossibile ormai. Qualsiasi cosa mi accadesse intorno finiva per essere collegata con qualcos’altro accaduto nel campo. Tentai però sul momento di scacciare quella sensazione di solitudine e decisi di andare a sistemarmi nel mio alloggio condiviso con altri due uomini. Uno si chiamava Philip, arrivava dalla Grecia, aveva circa 17 anni, ed era stato risparmiato per le sue grandi doti da falegname, dato che prima della deportazione era proprio quello il suo mestiere. Aveva i capelli biondi, gli occhi azzurri tendenti al grigio e un fisico asciutto, come tutti d’altronde. Era impossibile avere un'altra tipologia di fisico, essere vigorosi o pieni di muscoli, il cibo che ci davano era troppo poco. Aveva un carattere chiuso, diffidente, aveva l’esperienza di un uomo, la disillusione di chi aveva sopportato troppo nella vita e la freddezza di chi non era più capace di donare sé stesso a nessuno. Il mio altro compagno di stanza si chiamava Paul, proveniva dalla Francia, da Marseille, come me. Era un uomo sulla cinquantina, risparmiato perché sapeva lavorare bene la terra. Eravamo diventati amici, nonostante la grande differenza di età, era l’unica persona con la quale avevo legato un minimo lì dentro. Ciò che ci aveva uniti all’inizio era il saper parlare la stessa lingua. Era un uomo gentile, calmo e che mi trasmetteva una certa tranquillità. Quella giornata passò lenta, mi guardavo intorno e cercavo di capire cosa avrei dovuto fare lì dentro, quale sarebbe dovuto essere il mio ruolo. Ero stato abituato ad essere obbligato a lavorare ogni giorno per così tanto tempo che adesso mi era diventato difficile persino vivere in modo cauto.

Dopo un paio di giorni decisi così di iniziare a impiegare il mio tempo in alcune attività che sarebbero potute risultare utili per tutta la comunità che viveva lì. Il primo impiego che mi venne in mente fu quello di provare a coltivare la terra, e per svolgere questo compito chiesi l’aiuto di Paul, d’altronde chi meglio di lui sapeva trattare il terreno? Iniziammo il giorno stesso. Intanto che rastrellavamo, seminavamo e annaffiavamo il terreno cominciammo a parlare sempre più e di conseguenza a conoscerci meglio. Mi raccontò di quando erano entrati i soldati a casa per la deportazione. Avevano fatto di tutto per riuscire a salvarsi, avevano trascorso mesi lui, sua moglie e i suoi figli nascosti della soffitta del negozio di un loro amico che di mestiere faceva il macellaio. Un giorno però erano stati scoperti, non seppe mai chi fosse stato a fare la spia, chi aveva deciso per chissà quale motivo di portare altre vite alla loro fine. Furono subito portati in Italia data la vicinanza con la Francia, precisamente vennero lasciati a Verona, nel carcere degli Scalzi, uno dei più duri al tempo. Condividevano la stessa cella, un piccolo spazio di circa 6 metri quadrati in cui però dovevano starci in quattro. Non mi parlò mai della sua famiglia chiaramente, probabilmente era troppo doloroso. Mi disse che in quella prigione passarono due settimane tra la fame e le botte, tra la violenza e il sangue con sua moglie che ogni notte pregava nella speranza che tutto quell’orrore finisse presto. Quando un pomeriggio gli comunicarono che il giorno dopo sarebbero dovuti salire sul treno che li avrebbe portati nel campo di concentramento di Auschwitz, mi disse che ne fu quasi felice. All’inizio ero confuso ma Paul mi spiegò che a suo modo di vedere, era meglio lavorare all’aria aperta piuttosto che rimanere rinchiusi in quella cella. Condivisi anch’io il mio racconto con lui, ero stato anch’io in prigione per un paio di settimane prima di essere portato nel campo. Il viaggio in treno era stato orribile, eravamo tutti troppo vicini, non c’erano le distanze necessarie per far sopravvivere un essere umano, una puzza terribile attraversava tutte le carrozze ed era il terrore ad accompagnarci costantemente. Anche se può sembrare assurdo non vedevo l’ora di scendere, non mi importava in quel momento il destino che mi avrebbe atteso una volta arrivato, volevo solo poter ritornare a respirare. Giunti a destinazione venimmo trattati con violenza fin da subito, mi spintonarono giù facendomi cadere faccia a terra nel pantano, un soldato mi urlò una frase in tedesco che però non compresi. Ci venne ordinato di posizionarci in due file distinte, le donne da una parte e gli uomini dell’altra. Salutai con la mano mia mamma e mia sorella per l’ultima volta, con le lacrime agli occhi ed ebbi la forza di sorridere. Rimasi in fila dietro a mio padre che mi diceva di farmi coraggio e di ubbidire qualsiasi lavoro mi avessero chiesto di svolgere, l’importante era sopravvivere. Ci rasarono e in quel momento il pensiero andò subito a mia madre e mia sorella, immaginai come si sarebbero sentite. Era una cosa degradante, volevano renderci tutti uguali. Anche le uniformi che ci diedero successivamente avevano quello scopo. L’unico gesto che ci differenziò fu il marchio, fece malissimo e ci mise tantissimo a guarire, provai un dolore che non riesco nemmeno ad esprimere a parole, e un numero che mi rimase impresso per sempre “4612”. Dopo l’incisione mi voltai, avrebbe dovuto esserci mio padre ad aspettarmi davanti, eppure era sparito. Avevo compreso subito ciò che era accaduto, i soldati avevano capito che eravamo padre e figlio e così ci avevano separati nel momento in cui sapevano che non saremmo più riusciti a scappare. A questo punto del racconto mi fermai, non sapevo se sarei riuscito a rivivere tutto quello che era successo, Paul per fortuna se ne accorse e continuò lui per me. Mettemmo le pale a terra, ormai il sole cominciava ad avere sonno, i colori magnifici del tramonto iniziavano a vedersi. Ci sedemmo a terra, spalla contro spalla, parlando cuore a cuore. Paul mi raccontò della dura vita che fu costretto a condurre nel campo, il suo ruolo era quello di dare ordini agli altri uomini che lavoravano il terreno come lui. Più che comandare, il suo compito era in realtà quello di imporsi e di torturare fisicamente i lavoratori, non avrebbe mai voluto farlo ma mi disse che in quel momento sopravvivere era tutto ciò che gli importava. Dopo poco però si fermò un attimo per aggiungere una frase che mi colpì infinitamente :“Anche se in realtà devo ammettere che nel vedere quelle persone cadere a terra, morire, porre finalmente fine alla loro sofferenza, sentivo di provare un senso di invidia quasi”. Gli credetti ma soprattutto lo compresi. Mi raccontò delle torture che vide, assistesse a gesti disumani: soldati che ridevano nel vedere uomini morire congelati nella neve, altri che traevano soddisfazione nel calpestarli, o altri ancora il cui divertimento più grande era far arrivare grandissime dosi di scariche elettriche ad ogni detenuto per scoprire chi sarebbe resistito di più. Ormai il degrado, il disagio, l’imbarazzo e il terrore erano diventati parte di noi. Seguiti però sempre dalla fame, avevamo una scodella per uno, un pasto al giorno di non più di due cucchiate ciascuno di una minestra densa e immangiabile. Un altro nostro amico fedele era il freddo, gli inverni della Polonia era insostenibili se affrontati nelle condizioni in cui eravamo noi. Si arrivava circa ogni giorno a meno 24 gradi e noi indossavamo solo tessuti leggeri, spesso rotti o bagnati. La metà di noi non sopravviveva, l’inverno li sterminava. E se non era il freddo ad ucciderli era invece il calore estremo. I forni crematori, dei macchinari che insieme alle camere a gas, vennero definiti all’epoca come “la soluzione finale”, c’erano troppi corpi accumulati e smettere di uccidere persone non era un’opzione.

Quante urla si sentivano lì dentro, la gente veniva bruciata viva affianco a te, mi sembrava quasi di percepirne il calore. Era terribile.

Una volta conclusa quest’ultima frase mi voltai verso Paul, lo guardai negli occhi e ci vidi all’interno comprensione e amore, ebbi un presentimento troppo forte per essere ignorato, lo avevamo capito entrambi. La nostra storia aveva troppi punti in comune, doveva per forza esserci un legame, eravamo cambiati molto esternamente ma il mio cuore lo riconobbe quasi subito. Lo abbracciai e gli sussurrai in un orecchio con le lacrime agli occhi :“Ciao papà, che bello rivederti”.

Un ragazzo reso uomo da un numero, 4612 testo di itram
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