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C’era un play boy superbo nelle foreste intatte del tardo pleistocene
un mastodontico alce irlandese dal palco abnorme, un tombeur de femmes.
La sua particolarità non è servita, ne è rimasto uno scheletro o nulla, rien de rien
chissà se la sua estinzione è dovuto ad altro o è dipesa solo dal fattore “corna aliene”.
C’era e c’è negli agriturismi, ma anche in India, un grande uccello travestito da showgirl.
Si pavoneggia, il pavido pavone, per la sua coda finemente intarsiata e lunga come un tir,
sembra strano, ma la sventola come le dame dell’800 per comunicare sapientemente il suo desio
e urla, sclera, ruotando la coda, ma la lei lo guarda da dietro, poco speranzosa, specializzata in fottio.
C’è il panda, orsacchiotto vegano, # “Love me tender”, politically correct, protetto ad oltranza.
In cattività lo vogliono far fornicare, ma lui non c’ha voglia, non se la sente, lui se la spanza.
Se ne fotte della sua estinzione, gl’importa solo di continuare a triturare le sue palle di bambù,
è inadatto alla vita moderna, alla frenesia, non gli tornerà mai su. Diciamo che ha altre virtù.
E infine c’è l’eletto, non il popolo ma l’ometto, il post sapiens, l’homo cosiddetto digitalis.
Esperto nel tener su il palco, nel far volteggiare la coda e far girar le palle, si pavoneggia per un “ti lovvo”,
onnivoro quantico, divora l’umanizzazione diventando silicio espanso in un rigurgitato stil novo,
in cattività inconscia, crede d’imperare ma è privo di vis lapidis, fottuto da geni sempre più disabilis.