Pian Nava

scritto da Nigel Mansell
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Testo: Pian Nava
di Nigel Mansell

A Pian Nava ci arrivi salendo dolcemente da Intra, lasciandoti alle spalle quella meraviglia del Lago Verbano.

Con solo un filo di gas, pennellando i curvoni da autodromo, si arriva velocemente ai suoi oltre settecento metri di altezza. Sono le curve disegnate per il tram, che dal Ventinove sino al Cinquantanove del secolo scorso, in tredici chilometri, saliva sino a Premeno.

Mia madre ancora se lo ricordava. Appoggiavano l’orecchio sui binari, mi diceva, per giocare a indovinare quando sarebbe arrivato il convoglio.

Il tracciato carrabile, che ha preso il posto dei binari, la gente lo chiama lo Stradone, per distinguerlo dalla Strada Vecchia, che a zig-zag, sale tra le varie frazioni di Ghiffa e Arizzano, sino a Bée.

 

Io preferisco la Strada Vecchia, forse perché ci salivo a piedi con i miei nonni: loro non avevano l’auto. Nelle nostre passeggiate estive, partendo da Zoverallo, ci spingevamo anche sino a Premeno e a volte più su, fino ai mille metri di Pian di Sole. Più avanti, ormai adulto, ho continuato a salirci, ma in Vespa o meglio, in biciletta.

Il periodo migliore è la primavera: l’esposizione a sud e la mitigazione del lago, rendono l’esperienza piacevolissima.

Passato l’abitato di Bée, taglio lo Stradone, subito dopo che si è diviso in due corsie, per subito buttarmi a sinistra e risalire il fianco del Monte Cimolo. Così solitario, mi è sempre sembrato un antico vulcano spento.

Oltre la valle sottostante, l’occhio non può ignorare la mole sgargiante del tempio Buddista di Albagnano, recentemente sorto come un fungo, tra il verde della campagna e i campanili delle chiesette seicentesche sparse per la collina.

Chissà cosa ne penserebbe mia nonna, se fosse ancora viva, di quella disarmante pagoda colorata. Proprio ora che la sua chiesa di Zoverallo, quella che con tanto di velo in testa frequentava quotidianamente, è ormai definitivamente chiusa per mancanza di preti e la quasi estinzione di cattolici. Cosa direbbe poi, nel suo dialetto quasi lombardo, di questi ricchi sciroccati, che da Milano e anche più lontano, arrivano sino ad Albagnano alla ricerca della pace interiore.

Ancora una manciata di tornanti e infine arrivo a Pian Nava, in vero una località quasi insignificante, compressa tra le più turistiche Bée e Premeno.

 

Quasi per sfida, il Signor Riva che ci aveva ritrovato la salute inutilmente rincorsa a Milano, nel Millenovecento diciannove, ci aveva costruito un piccolo albergo. Lo aveva voluto proprio di fianco a una cappella del Millecinquecento, con la quale si era voluto ringraziare la Madonna per aver scampato la peste. Fece proseliti: grazie alla sua iniziativa, dove una volta c’era solo qualche baita, sorse velocemente un piccolo villaggio. Arrivarono poi pure l’acqua potabile, la corrente e il telefono.

Per fare spazio al successivo arrivo del tram, che incrementò di molto l’afflusso turistico, finirono per abbattere la vecchia cappella, detta anche Gisolo.

Solo più tardi, nel Ventisei, cercarono di rimediare al sacrilegio, costruendo una chiesetta dallo stile bizzarro, paragonabile a quello delle chiese protestanti dei villaggi western. Il giorno dell’inaugurazione ci fu una grande nevicata, così la intitolarono alla Madonna della Neve.

Sempre la neve potrebbe aver dato origine anche al nome della località, forse inizialmente Pian Neve. Altri dicono invece derivi da Pian di Nave, appunto per la configurazione del terreno simile alla tolda di una nave.

Sul finire degli anni Settanta, la ricordo ancora come una vivace località turistica. C’erano pure i campi da tennis con ancora tanti villeggianti. Alcuni tornavano dopo essere stati degli sfollati dalle grandi città del Nord, bombardate dagli alleati. Ora, a parte l’Albergo Pian Nava, appena ristrutturato, ma del tutto asettico, la località appare vuota e silenziosa.

 

Da qualche anno, attraversando lo stradone per salire a Premeno, ho notato e letto quella lapide, che sotto un grande albero, ricorda l’eccidio di Humbert Scialom e di sua moglie Berthe Benussan, avvenuto qui il 17 settembre del 1943.

 

Era una coppia di cinquantenni, oggi si direbbe di mezza età, ma ai tempi erano sicuramente considerati già dei vecchi.

I due, di religione ebraica, erano in fuga da Salonicco in Grecia, scacciati dall’occupazione nazifascista, tedeschi e italiani non dimentichiamolo; braccati dalle prime retate organizzate per la difesa della razza ariana. Erano prima fuggiti a Parigi, da parenti. Forse non sentendosi sicuri neanche lì, erano arrivati a Bordighera. Sempre secondo delle ipotesi, perché di loro si sa poco o nulla, erano arrivati sino a Pian Nava sperando poi di mettersi in salvo in Svizzera. Sarebbero entrati dal Canton Ticino, anche se pure lì, ormai, avevano iniziato a respingere i profughi. Ma questo loro non potevano saperlo.

Si erano così alloggiati nell’unica sistemazione possibile, l’Albergo Pian Nava.

Ebrei sefarditi, erano da anni, se non da secoli figli di un popolo in fuga. Ovunque odiati, anche a Salonicco, dove i loro avi erano fuggiti dalla Spagna, nonostante la comunità ebraica avesse fatto moltissimo.

Sempre guardati con sospetto, forse invidiati, sicuramente odiati, anche perché additati dalla Chiesa come deicidi. Troppo tardi chiamarli poi i nostri fratelli maggiori, noi che dimentichiamo sempre troppo disinvoltamente, che il figlio di Dio che veneriamo è nato, vissuto e morto ebreo.

 

Gli Scialom arrivarono a Pian Nava proprio quando l’Italia firmava un armistizio, che in realtà era una resa incondizionata. Cercavamo di metterci in salvo da una guerra che noi stessi avevamo intrapreso follemente contro il mondo intero. Pensando stoltamente che in cambio di qualche morto, diceva più o meno così il nostro Duce, ci avrebbero permesso di sederci con i vincitori, per spartire territori e ricchezze. In realtà andò in ben altro modo. Perdemmo praticamente tutte le battaglie, compreso quella inziale contro la Francia agonizzante, che di fronte al mondo intero, attaccammo vigliaccamente.

Badoglio, la peggiore espressione del trasformismo italico, passato indenne tra guerre e regimi, facendo danni ovunque, annunciava il famoso discorso alla radio. La casa regnante, dopo aver avallato il Fascismo, non aveva avuto neanche il coraggio di metterci la faccia.

Sentendo quelle parole, forse gli Scialom si illusero che fosse finita. E anche gli italiani tutti, fraintesero quell’annuncio, sognando la pace.

Ma poi si pensò solo a salvarsi. I vertici dello stato fuggirono a sud, senza dare disposizioni e allora fu il caos. Le forze armate si sfaldarono, finendo in pasto ai tedeschi, che con i collaborazionisti fascisti presero il controllo dell’Italia non ancora liberata.

La guerra non finì, come in molti avevano pensato dopo il proclama del Maresciallo d’Italia, ma durò ancora due anni.

Nel disastro e nella confusione totale di uno stato che si disgregava, nessuno si preoccupò di abrogare le reggi razziali e di far distruggere le liste di ebrei che erano presenti in tutte le prefetture italiane. Accadde così che i tedeschi, con gli italiani della neonata Repubblica Sociale, si diedero alla loro caccia.

 

Humbert Scialom e Berthe Benussan morirono nella prima strage di ebrei italiana, avvenuta proprio sul Lago Maggiore.

Una strage iniziata il 13 settembre 1943 a Meina, poi Mergozzo, Orta, Intra e appunto Piana Nava. Molti furono buttati nel lago, altri fatti a pezzi e bruciati, qualcuno disperso per sempre. Come avvenne per i coniugi Scialom: i loro corpi, infatti, non furono ma più ritrovati.

Di loro c’è solo quella lapide, lì a Pian Nava, sotto all’albero.

 

In ogni tragedia, come in questa peraltro, ci sono i carnefici, tedeschi nazisti e italiani fascisti repubblichini da una parte, e quelli che poi vengono definiti degli eroi, come per esempio dall’altra, i partigiani nel Nord Italia.

Ma poi c’è la maggioranza della gente, le persone silenziose, gli uomini comuni, quelli che di tutti i fatti storici ci capiscono sempre ben poco, vivendoli confusamente in prima persona, e pagandone sempre le conseguenze più pesanti. Non sanno mai da che parte stare, in un modo o nell’altro, cercano di farsi il meno male possibile, mettendo in salvo i propri cari e i loro interessi, con la speranza di portare a casa almeno la pelle.

Infine, finiscono col risolvere che è meglio stare dalla parte di chi, di volta in volta, pare essere il più forte; salvo cambiare idea, in caso di repentino cambio delle forze in campo.

E a quegli anni confusi, gli italiani, la gente qualunque, non ci era certo arrivata da un periodo democratico, come piace credere. Non dimentichiamo cosa fosse quel Regno d’Italia incompiuto e rabberciato in un qualche modo, da governi deboli e codardi, con una monarchia che non aveva saputo creare un vero popolo italiano né far fronte al banditismo e che, come ultima risorsa, spingeva i suoi sudditi a emigrare. Uno Stato che con il Generale Beccaris non si era certo fatto scrupoli a sparare cannonate sulla gente. Una nobiltà impoverita, un’avida e poco lungimirante borghesia, degli intellettuali inconsciamente interventisti, che senza scrupoli e a forza, cacciarono poi frotte di contadini nelle trincee di una guerra sanguinosissima, di cui la gente qualunque, come al solito, non ci aveva capito nulla.

In seguito, quello che si vorrebbe definire un regime democratico, dopo aver proclamato di aver vinto la guerra, non aveva rispettato le promesse fatte, ma anzi aveva abbandonato tutti alla fame, in una situazione se possibile peggiore di quella prebellica.

E allora fu molto facile, piombare nel Ventennio. Di nuovo le persone comuni, non riuscendo a districarsi tra le lusinghe del Fascismo e le promesse del Comunismo, puntualmente ci capì poco o nulla. Più o meno inconsciamente, finirono per aderire a quel Partito Nazionale Fascista voluto dalla ricca borghesia e dai Savoia, terrorizzati dalla rivoluzione bolscevica.

Per tanto così, il Regno d’Italia avrebbe fatto meglio a sostenere le folcloristiche iniziative di Dannunzio, ci saremmo tutti fatti meno male.

 

E chissà se quella povera gente comune, quella qui sul lago, quando il Maggiore Theo Saewecke, al comando della sua Divisione corazzata Leibstandarte “Adolf Hitler” iniziò a dare la caccia agli ebrei sul lago, cercò di aiutare quei malcapitati.

 

E noi? Noi cosa avremmo fatto se ci fossimo trovati in quegli anni, in quelle stesse situazioni?

Avremmo avuto il coraggio di abbandonare la nostra zona di confort, avremmo dato ospitalità, magari proprio a questa coppia di ebrei, che sicuramente parlava greco e che certamente aveva anche difficoltà nell’esprimersi, anche solo per chiedere semplicemente un aiuto? Siamo sicuri che invece non avremmo girato anche noi la faccia dall’altra parte, come fecero in molti?

Forse avremmo pensato pure noi, che in fondo quella non era neanche gente nostra, che erano degli stranieri. Ma che sì, in fondo non erano che degli ebrei, e che alla fine se l’erano pure cercata.

 

La Divisione Leibstandarte “Adolf Hitler”, comandata dal Maggiore Theo Saewecke, era reduce dalle notevoli perdite subite nella Campagna di Russia. Arrivarono sul lago per ritemprarsi, ormai disumanizzati, anche se è troppo comodo definire non umane, cose che un animale non farebbe mai, proprio perché la crudeltà è una caratteristica, purtroppo, del tutto umana.

Dopo varie scorrerie nel nord dell’Italia, tra cui quella in cui si erano macchiati degli eccidi di Boves, sicuramente trovarono molto facile approfittare degli inermi ebrei sul Lago Maggiore e in pochi, o quasi nessuno, pagò per quei crimini contro l’umanità.

Tanto meno Theo Saewecke, che nei processi del dopoguerra fu riconosciuto colpevole e condannato per innumerevoli crimini. Tra cui anche la fucilazione, per rappresaglia, di quindici partigiani in Piazzale Loreto, i cui corpi vennero lasciati appesi alla vista dei passanti. Un crimine orrendo che ne scatenò uno altrettanto odioso: non fu certo uno dei migliori inizi, per la nuova Italia che stava nascendo, quello di appendere a testa in giù, nello stesso luogo e per vendetta, le spoglie dei nostri deposti tiranni.

A guerra finita, Saewecke riuscì pure a entrare nelle file della polizia dell’appena rinata Repubblica Federale Tedesca, ricoprendo incarichi di alti livelli. Collaborò anche con la CIA, che in quegli anni spadroneggiava in un’Europa artificialmente divisa dalla Guerra Fredda. Morirà poi del tutto indisturbato ad Amburgo, nel Duemila, a oltre ottantanove anni.

 

Sarà Hans Röhwer, al comando del Primo Battaglione del Secondo Reggimento di questa tristemente famosa Divisione, temporaneamente al posto di Hans Becker perché in vacanza, che si dispiegherà sulle coste piemontesi del Lago Maggiore. Röwer, che morirà pure lui impunito, si impossessò dell’Albergo Beau Rivage di Baveno, dove insediò il suo Quartier Generale, lì da dove poteva tranquillamente godersi il panorama del Golfo Borromeo.

In un caldo e mite settembre del Quarantatré, uno di quelli che solo il Lago Maggiore può regalare, quando ancora tutta la natura è nel massimo del rigoglio, e racconta ancora dell’estate che ormai sta per finire, quella soldataglia della Leibstandarte, requisì ville e organizzò feste con ragazze del luogo, (che poi finirono inevitabilmente rasate dai Partigiani). Sentendosi del tutto impunita, contrariamente alle disposizioni che volevano che gli ebrei fossero deportati, dopo averli catturati, grazie anche alla collaborazione di numerosi delatori locali, derubò quei disgraziati dei pochi averi che si portavano dietro. Si dice anche, che del tutto arbitrariamente, quei soldati che agirono come un branco, spedirono il ricavato delle loro ruberie ai loro parenti in Germania, sottraendolo al Terzo Reich. Poi, procedettero alle torture di quelle povere persone, colpevoli solo di essere di religione ebraica, e infine, stanchi come il gatto del topo, le ucciserono, facendo scempio dei loro corpi.

 

Pare che i coniugi Scialom furono traditi dal cuoco dell’Albergo Pian Nava e che la denuncia fosse raccolta dai Carabinieri locali. Sicuramente i due erano arrivati fin lassù con mezzi di fortuna, forse a piedi, perché il servizio tram era fuori uso in quanto danneggiato dagli eventi bellici.

Chissà il terrore che provarono quando videro arrivare i militari tedeschi, proprio quando ormai si sentivano quasi in salvo, a poco più di trenta chilometri dal confine elvetico. Li caricarono su una camionetta, forse li prese in consegna la Seconda Compagnia di Gottfried Meir di stanza a Intra, e di loro non si seppe mai più nulla.

 

Davvero pochi anni dopo quell’eccidio, i miei nonni trascorsero la loro Luna di Miele proprio nell’Albergo Pian Nava.

La morte di Humbert Scialom e Berthe Benussan, e con la loro quella degli altri ebrei sul Lago Maggiore nel settembre del 1943, vittime della prima strage in Italia, era caduta nel silenzio.

Si era voluto rimuovere quella pagina vergognosa della nostra recente storia, di cui siamo tutti, comunque, corresponsabili.

Pian Nava testo di Nigel Mansell
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