BRONX SUBALPINO

scritto da doctor
Scritto 8 anni fa • Pubblicato 8 anni fa • Revisionato 8 anni fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di doctor
do
Autore del testo doctor

Testo: BRONX SUBALPINO
di doctor

BRONX SUBALPINO

Pensare alle parole dette,
pensare alle parole non dette.
Cammina oleoso il tempo e solo poche,
poche ore distillate
consentono annunciazioni,
anche solo farfugliamenti.
Prego, signori,
lasciate che sotto questa nuvolaglia,
sotto bagliori variopinti,
dica qualche spiritosaggine,
tra vene varicose e debita misura
lasci segni di passaggio sulla terra.
Funambolico e clownesco o rattrappito e sfinito,
vorrei dire.
Nel delirio febbrile la pietra si fa legno,
e dal relitto lascio scivolare una coda
di mi ricordo che…..



Lotta urbana


Vivo in una città sotto controllo. Si potrebbe parlare di un controllo monolaterale ed esercitato da un solo individuo che staziona all’entrata ovest quasi permanentemente. Ed è appunto una permanente che lo caratterizza: appoggiato mollemente sulla ringhiera del suo vasto terrazzo, egli esibisce da trent’anni una capigliatura irreprensibile, il suo voluminoso e impeccabile scalpo farebbe invidia ai divi della televisione e richiede annualmente litri e litri di lacca. La sua eleganza anni settanta è curata con un’attenzione non inferiore rispetto a quella destinata al cappello.

Io sono nato a Sondrio, il sei marzo 1957. Nascere e crescere a Sondrio significa vivere in una città chiusa, stretta tra le montagne, attraversata da quell’unica strada statale che divide in due tutti i centri abitati che trova lungo il suo percorso. Sonnecchiosa e pulitina, cementificata ma verde ancora un po’, nutre velleità da vero centro urbano, ma da dietro le finestre si osserva, si tiene d’occhio qualcosa che non succede mai. Almeno: in apparenza. Da noi c’è poca delinquenza, un po’ perché tra polizia, carabinieri e guardia di finanza, in rapporto al numero degli abitanti, vedi in giro talmente tante divise che ti viene da dire “ma poi dove mi nascondo?”, un po’ perché quella strada a due corsie è la sola via di fuga, per cui una persona inseguita o ricercata ha poco da fare: o resta in Valtellina o passa da lì. Un po’, forse, anche perché siamo proprio isolati e se uno sgarra lo sanno subito tutti, quindi è difficile passare inosservati, farla franca, non cadere vittime di un sospetto.
Questo è un posto in cui entri in un negozio e di quello davanti a te dici: “Mmh, questo non è di Sondrio”.
Lo capisci così, un po’ a naso, un po’ da come parla, un po’ da come si veste: se è un milanese che sta facendosi preparare un panino con la bresaola per una camminata di un’ora, stai tranquillo che ha addosso un’attrezzatura da attraversata artica. I meno esibizionisti si accontentano di scarponi a tenuta stagna su calzettoni di lana, calzoni alla zuava di fustagno, o velluto, camicia scozzese Carlo Mauri, giacca antipioggia, cappello con piuma e piccozza, contapassi e siero antivipera per andare alla Porro, quaranta minuti a piedi da Chiareggio. I livelli del turista in montagna vanno dall’accettabilmente bardato al clamorosamente attrezzato, tipo “sono pronto per affrontare il polo nord”.
Il sondriese non è abituato al forestiero. Può fare il liberale, il moderno, l’aperto, ma se sente una parlato non lombarda già storce il naso.
C’è chi racconta di essere partito a piedi da qui (da qui? Da Sondrio? E perché cacchio non sei andato in macchina almeno fino in Valmalenco?), avere fatto il pizzo Scalino, tremilatrecentoventitremetriditorridasalitapiùghiacciaioeroccettefinali, ed essere ridisceso in giornata. C’è ancora chi racconta queste prodezze. Figuriamoci come possiamo guardare i milanesi che si portano dietro mezzo negozio di articoli sportivi per andare a mangiare il brasato con la polenta e il Sassella in un “rifugio”.
Ma torniamo alla fine degli anni cinquanta.
Sondrio fu invasa dai “terroni”, che spesso, diplomati o laureati, occupavano posti di lavoro per cui occorrevano titoli di studio adeguati e di cui gli indigeni facevano difetto.
In via Ercole Bassi abitavano molte famiglie di meridionali con le quali sono cresciuto, ed erano persone simpatiche. Al quarto piano c’erano i Cannizzaro: papà, mamma, due figli, maschio e femmina. Io ero molto amico del Rocco, un bambino coi capelli folti e crespi, e le cosciotte che si distendevano placide sulla panchina verde del cortile: me le ritrovavo lì, sotto il naso, e siccome sono un malato rompiballe, giù una manata, s-ciac, e lui a rincorrermi come un bufaletto infuriato.
Loro mettevano i pomodori sul davanzale, a seccare, e c’imbottivano i panini per la merenda.
Papà Cannizzaro disinfettava ogni sera con lo iodio le ginocchia del Rocco. Il Rocco era buono. Nel nostro cortile c’erano due gruppi: le sorelle Battisti, col Marco Gurini, l’Enzo Lazzaro e la Franca Cannizzaro che giocavano a Monopoli o Risiko o ad altri passatempi del genere; io, l’Alberto Bianchi, il Colturi e altri infiltrati delle case vicine, tipo Ciampini o Franzetti, occupavamo il tempo in attività violente, cioè costituivamo una banda dedita all’aggressione a mezzo bastoni di noce o archi con frecce o cerbottane con biscugìn. Il Rocco stava un po’ di qua e un po’ di là. Lui, bello cicciotto e pacifico, con i suoi occhiali dalla montatura nera, se ne sarebbe stato volentieri a pescare la carta degli imprevisti o delle probabilità o a vendere la stazione nord o a comprare alberghi in Parco delle Vittorie con gli altri, ma noi lo tiravamo dentro e dopo, per forza, suo padre doveva medicarlo, la sera.
Pericolosissimo nemico nonché confinante era il Pozzino. Il Pozzino era un individuo, macché dico, individuo, era un’arma letale, un distribuiscimazzate, ma di quelle dure.
Interessante potenziale oggetto di studio per il Lombroso, racchiudeva in sé le sembianze, lo spirito, la forza, l’efferatezza di chi oggi non ci stupiremmo se scoprissimo che è un serial killer. Noi organizzavamo diuturnamente spedizioni suicide nel suo territorio.
Ora, è difficile anche per me capire oggi perché lo facessimo. Le ipotesi sono varie. Ho pensato che forse volevamo proprio essere convinti del fatto che sì, in effetti, c’insaccava tutti, e di brutto, da solo, cinque o sette o dieci che fossimo, pur esseno un nostro coetaneo e non più grosso della maggior parte di noi.
Questa è la congettura “dell’atto autolesionistico a scopo di convincimento di fronte ad una realtà dura e umiliante da accettare”.
Ho pensato che tutti, più o meno legnati più o meno volte dal Pozzino, avevamo dentro la supposizione vendicativa, del tipo “prima o poi riuscirò almeno a raggiungerlo con un calcinculo”.
Questa è l’ipotesi della rivalsa.
Ho pensato che forse volevamo conquistare il suo territorio (il territorio del Pozzino? Ma dico: sei pazzo? Ma se proprio vuoi farti del male buttati direttamente sotto l’ordigno tritamacchine del rutamat Camillo, che fai prima).
Questa è l’ipotesi espansionistica.
Ho pensato che se lo avessimo sconfitto saremmo diventati i padroni del quartiere, a prezzo sicuramente di gravissime perdite e menomazioni ma i più “sani”, come si diceva allora.
Questa è l’opinione illusorio – magalomanica.
Ho anche pensato che ci fosse una grossa componente collettiva masochistica.
Questa è l’ipotesi psichiatrica.
Ho pensato che, in sostanza, eravamo degli scatenati e, con la sigla di un mitico sceneggiato…. “La freccia nera fischiando si scaglia e la sporca canaglia il saluto ti dà” eevvaii…. nelle orecchie, galoppavamo fieri contro il nostro nemico e chi, più di lui, era simile alla sporca canaglia televisiva? La scena si ripeteva sempre uguale a se stessa.
Ci si trovava in cortile verso le quattordici. La prima parte del piano si poteva definire: reclutamento e preparazione. Partire in meno di cinque era un suicidio nudo e crudo. Se il Pozzino aveva almeno cinque culi da prendere a calci e cinque teste da prendere a pugni c’era un matematico diluirsi delle mazzate. Il Rocco si faceva convincere quasi sempre, ma stava in retroguardia (retroguardia….il Pozzino avrebbe sderenato anche l’ospedale da campo, la croce rossa e riservisti, nonché il cappellano militare, se ci fossero stati). Siccome il nostro nemico, in occasione di qualsivoglia combattimento, disintegrava tutte le nostre armi, ogni volta dovevamo preparare di nuovo le medesime, sia per il combattimento a distanza (cerbottane sparanti biscugìn, archi e frecce) sia per il corpo a corpo (spade e randelli). Il rito della preparazione di archi e frecce prevedeva che si scegliessero segmenti di rami assolutamente dritti e si togliesse loro ogni nodo, onde evitare pericolosi impedimenti nel contesto di situazioni critiche.
La punta veniva preparata, aguzza e bianca, sempre con “la mèla” del nonno (l’Alberto Bianchi, esterofilo, era munito di Victorinox, coltellino con molteplici funzioni e opzioni, dal tagliaunghie al cavatappi, strumenti già sperimentati e rivelatisi utili contro il nostro antagonista). C’era un periodo dell’anno, dopo Natale, nel corso del quale eravamo dotati di armi molto più professionali, perché avevamo chiesto e trovato, sotto l’albero, veri archi, vere frecce e vere spade, ma già verso il ventisette, ventotto dicembre erano ridotti in briciole dalla furia pozziniana. Non rimaneva poi che il compleanno e, per alcun, appartenenti alla piccola borghesia, anche la promozione. Ho ancora nelle orecchie la ghignata del nemico mentre spezza in due sulla coscia la mia spada di Zorro, tre ore circa che l’ho prelevata dal pacco.
Quindi, eravamo praticamente sempre armati di bastoni e oggetti estemporanei via via più grossi e meno maneggevoli, mano a mano che si accumulava l’odio, con i segni delle battaglie, costantemente perse. Ci fu un periodo che, storicamente, può essere definito “della fionda” e uno che potremo chiamare “della lancia”. Avete presente Don Chisciotte e i mulini a vento? Ecco, comunque fossimo armati, la fine era quella. In ogni caso, brancaleonicamente agghindati, verso le quattordici e trenta partivamo. Si trattava di coprire quaranta metri, fiancheggiando il lato est del nostro condominio, raggiungendo il lato sud, per poi saltare il recinto di rete metallica nel punto reso più basso dai continui attraversamenti: lì saremmo stati in territorio nemico. Marines, col viso mascherato più di Toro Seduto e il mitragliatore automatico tenuto alto sopra la testa nell’attraversamento di un fiume fangoso ed infido in pieno Vietnam, non avrebbero potuto avanzare con altrettanto silenzio, con pari guardinga attenzione. Ma, mentre il giovane capitano dell’Arkansas non può dire al tenete dello Utah “vai avanti che ho paura”, per noi era tutto un “tocca a te”, “che cazzo, tocca a te, oggi, guarda qua” additando un livido dimensioni mezza coscia, timbrato Pozzino.
“Ssssth…..zitto….stai zitto….forse arriviamo al cortile”.
Superata la rete metallica dovevamo, per portare a termine la nostra missione, fiancheggiare la sua casa, entrare da una porta posteriore, attraversare un pianerottolo e sbucare nel cortile interno di quella vecchia roccaforte: arrivati lì incolumi avremmo potuto considerarci vincitori, recuperando l’autostima spiattellata da mesi di incursioni fallimentari. Ci siamo riusciti una sola volta, ma è stata anche la più tragica, perché lui ci aveva teso un agguato, nel senso che, chiuso prima il portone anteriore del cortile, quello che dava sulla via De Simoni, aveva lasciato entrare il drappello di guastatori, aveva serrato la porta posteriore, ed era piombato sul Rocco come un falco su un porcellino d’India, micidiale e pronto a papparselo in pochi bocconi. Panico. Fuggi fuggi generale e scomposto. Ci siamo istintivamente sparpagliati, il che non era per noi un’abitudine. L’Alberto Bianchi non ti sale mica le scale di quella casa a ringhiera e, nella paura più totale, non ti apre la porta della dimora del Pozzino? Suo padre, che sta sonnecchiando sul divano, tira su la testa e dice “Cusa ghè?”.
L’Alberto recita il rosario, guarda indietro, il nemico sta salendo i gradini con lo stesso ghigno che avrebbe un ragno avvicinandosi, nella ragnatela, alla mosca che è andata volontariamente a mettere la testa dentro il forno della cucina.
Noi: scappati di gran carriera verso il nostro cortile, capaci solo di balbettare “cazzo… ca – cazzo…”.
L’Alberto lì, tra i due, come una sottiletta Kraft tra due mezze michette. Ci ha raccontato dopo che il carnefice non lo ha massacrato sul posto, davanti al genitore, ma lo ha preso per un’orecchia e lo ha condotto risolutamente verso la porta posteriore, tenendolo anche per i capelli e mollandogli una pedata un passo sì e un passo sì. Normalmente non arrivavamo a tanto: già superato il recinto e fatti pochi passi venivano intercettati. Il primo della fila diventava l’ultimo, quindi il più mazzato, anche se tutti, proprio tutti pagavano l’affronto.
Per una sorta di cervellotico calcolo strategico solitamente attaccavamo e scappavamo a testuggine, costituendo un nucleo compatto. Se, almeno nella fuga, ci fossimo separati, avremmo diviso le botte: ieri le ho prese di più io, oggi probabilmente le prendi tu. Invece mi ricordo bene la nostra fila che attaccava scrupolosamente unita, avvistata invertiva la direzione sempre a ranghi stretti e percorreva l’angusto passaggio del lato est inseguita da una grandinata di pugni, calci, papini, sputi. Lui sconfinava nel nostro cortile, arrivava ad inseguirci menandoci fin sulla porta delle nostre case. Era capace di riempire di botte me fino al primo piano, dove abitavo, poi di raggiungere l’Alberto Bianchi e il Rocco al quarto, per guadagnare a falcate il quinto spedendo nel suo corridoio il Colturi, così, al volo, con una pedata – attreverso – porta – già – semichiusa. Dalla nostra finestra lo guardavamo andare via baldanzoso, battendo la palma di una mano contro l’altra in senso verticale, come dire “lavoro finito”. La riunione delle sedici era una conta delle ferite, un rinfacciarci reciproche ipotetiche vigliaccate, un consolarci a pane e Duplo. Ho una fotografia in bianco e nero scattata una domenica, in cortile, nel dopo-battaglia (la guerra è la guerra, non esistono giorni festivi). Ci siamo io, l’Alberto, il Ciampini e il Rocco. L’Alberto ha una mano sulla mia spalla. Tutti abbiamo la merenda. Io ho una macchia su una guancia. Mia sorella Maria Clara ha sempre detto “Nutella”. Io ogni volta ho corretto “Pozzino”.
E non è che nelle attività sportive la solfa cambiasse.
Noi, in giro con i nostri sacchetti delle biglie, arzigogolavamo attorno ad accademiche questioni di regole vere o inventate, discutevamo mezz’ora solo su una faccenda del tipo “tu hai tirato fregando una spanna”, quando poi arrivava lui, con una biglia, dico una (o anche con niente, “dammene una delle tue, poi se vinco te la ridò”) e in quindici minuti e nove secondi spazzolava tutto, e lì non è che ci fossero regole o proteste, se voleva partire da qui ed effettuare il lancio guadagnando un metro, il massimo che potevamo fare era guardarci negli occhi, ma senza neanche muovere troppo la testa. Immaginavamo che a casa avesse bauli di biglie, tipo monete nella spelonca di Aladino, perché non ne restava a terra una, neanche una. Andava via con le tasche piene e non mi sembra il caso di precisare se restituiva o no quelle con cui era partito. Ogni volta che rivedo “Prendi i soldi e scappa”, con Woody Allen che cresce e i prepotenti che gli rompono gli occhiali e alla fine è lui stesso che se li toglie, buttandoli a terra e calpestandoli evitando al cattivo la fatica di farlo, penso sorridendo a noi che, quando arrivava, (“oh, cazzo, il Pozzino”), mentalmente salutavamo le nostre biglie, tutte.
“Tira fuori quelle che hai in tasca”
“Ma non ne ho”.
“Svuota le tasche!”
“Ma non ne ho”.
Ti metteva una mano in tasca.
“E queste?”
Ad un certo punto avevamo imparato a tenere un deposito vicino alla zona di gioco, ma nascosto. Quell’espediente funzionò. Non è che potessimo, per esempio, andarcene quando lui arrivava. Ho sentito di tutto. È stato detto di tutto, per defilarsi, giuro. Breve elenco: devo fare i compiti, mi aspetta mio cugino pugile, è meglio che vado se no arriva il fidanzato di mia sorella che è carabiniere, guarda che chiamo un mio amico che ha un cane, mio papà… mio papà ti butta giù la casa con la pàchera!
Niente. Aria fritta per lui.
Stavi lì. Perché non è che potessi consegnargli il malloppo e andartene. No.Lui voleva vincere “regolarmente”.
Era il più forte, era agguerrito, faceva paura, e doveva mantenere viva la sua supremazia, con prove estemporanee, anche non a danno di qualcuno: a volte si produceva in show senza vittime.
Al cinema Pedretti si buttava dalla galleria in platea, l’ho visto io diverse volte. Così, per farsi vedere. Ma l’esibizione più spettacolare era quella dell’Oratorio. Giocavamo a calcio. Se avevi come avversari il Pozzino e il Cane Nero eri fatto. Comunque, dicevo, giocavamo a calcio e la palla andava a finire molto spesso sul tetto della chiesa, per raggiungere il quale qualche adulto dissennato aveva procurato una lunga scala metallica a pioli. Chi buttava su la palla doveva andare a riprenderla: sei metri di salita e sei di discesa. Salire, correre sul tetto, recuperare la palla e buttarla giù non era un grosso problema. Erano cazzi tuoi quando dovevi scendere, perché lo scherzo più in voga era: spostare la scala quando uno passava dal tetto della chiesa al primo piolo. Ma come mai nessuno è morto, è rimasto sfigurato, su una sedia a rotelle, in coma dentro un letto d’ospedale? Che c’entrasse il fatto di avere a che fare con Dio e con la chiesa?
Mah!
Comunque, eri su col culo per aria e mettevi il piede sul primo piolo. Ti lasciavano anche arrivare al secondo della discesa, per abbrancarti al meglio.
Poi sentivi la scala allontanarsi.
“Nooo……cazzo.....noo….. no….cazzooooooooo”.
Arpionavi il cemento del tetto con le unghie, stavi lì ad angolo retto mentre sotto tutti ghignavano.
Ognuno poi reagiva a modo suo. C’era chi riguadagnava il tetto e aspettava che tutti si rimettessero a giocare, per poi scendere indisturbato (ma qualche non giocatore sadico era sempre presente nei dintorni). C’era chi saliva con le tasche piene di sassi, così stargli sotto e spostargli la scala era sconsigliabile. E c’era chi aveva adottato un metodo di discesa tipo pompiere: la parte interna dei piedi a contatto dei bordi esterni della scala, e caduta libera in situazione di rapido scivolamento. Il Pozzino era superiore a tutto questo: lui dal tetto saltava a terra, senza scala né corde né niente.
Dico: sei metri di volo libero!
Poi veniva luglio. Il quartiere si trasferiva a Santa Caterina, nel campeggio del don Giovanni, con i medesimi conflitti aumentati in modo esponenziale dalla inevitabile contiguità fisica. E il Pozzino implacabile rompeva i coglioni a tutti. A tutti…. A molti. A me sicuramente. Io cercavo di guadagnarmi onestamente la giornata vendendo bicchieri di acqua con anice. Mio papà aveva portato da Lourdes una borraccia ricoperta di puzzolente pelo di pecora multicolore e io avevo dato il via ad uno sfruttamento dell’oggetto in questione, approfittando del fatto che incuriosiva tutti, anche perché si comportava come una tetta, nel senso che tu la schiacciavi, la borraccia, e lei sprizzava fuori il liquido da uno stretto pertugio.
Ogni giorno comperavo caramelle di anice al bar, poi le spezzettavo e le facevo via via sciogliere nell’acqua, mano a mano che il mio strumento di speculazione si svuotata e dovevo riempirlo. A venti lire al bicchiere con cinque ammortizzavo la spesa, e il resto, cioè altri cinque (o sei, o sette, dipendeva dalle dimensioni e dalla pericolosità di chi aveva sete) era guadagno. Gli affari andavano bene. È vero che poi spendevo ancora tutto al bar, in cedrate, quindi non capitalizzavo mai, però, almeno, facevo fruttare quella specie di gatto morto di borraccia, consegnatomi con l’enfasi di chi trasferisce uno scettro, un oggetto preziosissimo. La vita era scandita da ritmi militari. Sveglia alle sette (noi piccoli dentro la vecchia centrale dell’Enel, i grandi fuori, nelle tende), colazione con pane e latte, poi lavoro in base agli incarichi ricevuti la sera prima. Il gruppo che doveva pulire i gabinetti era chiamato “addetto telefoni”. Poi c’era chi doveva raccogliere la legna per il falò del dopo cena, chi puliva la cucina, chi preparava il pranzo. Nel pomeriggio partivamo per spedizioni verso il passo Gavia o la capanna Branca. Anche al campeggio di satanassi ce n’erano tanti, ma il Pozzino restava il mio torturatore eterno. Mi ha tenuto con la testa nell’acqua gelata del Frodolfo, ha frammentato i cavalli pezzati (diconsi “pezzati” i cavalli da indiano), ha sbrindellato la borraccia, mi ha menato con regolarità da terapeuta. Quello che veramente non gli perdono è di avere distrutto il mestolo, intagliato nel legno per mia mamma: ore e ore di coltellino, con la lingua fuori, cancellata in due secondi. Alla sera il don Giovanni passava tra i letti a castello di noi piccoli e raccontava le sue parabole, mollando crapadoni agli irriducibili e qualche carezza a chi sentiva la lontananza dalla famiglia. Ci si addormentava tra le sue parole, imbatuffolati nei suo racconti stracolmi di buoni sentimenti, di vecchie nonne accudite e felici, di figli obbedienti, di mamme sfortunate e generose; ci si addormentava tutti felici e contenti nella puzza di piedi e di scorregge da competizione, accucciati nelle proprie brande, ma al mattino, dopo i primi secondi di incoscienza, arrivava quel pensiero:
“Nooo, cazzo, il Pozzino!”.
Non c’era niente da fare. Se eri incaricato di raccogliere legna con lui ti faceva trovare, ammucchiare e trasportare anche la sua. Se eri vicino al Frodolfo a raccogliere sassi per un’aiuola o un muretto eri certo di fare una doccia a causa dei boccioni che lui lanciava nell’acqua gelida. Se eri nel suo gruppo a pulire i cessi ti poteva benissimo pettinare con lo spazzolone destinato ad altro uso, e così via.
Non doveva necessariamente avere un motivo. Era una disgrazia, c’era e basta.
Io cantavo.
Il don Giovanni aveva inventato e organizzato “il festival”, gara canora in tre serate, ad eliminatorie. Ti iscrivevi (nome, cognome, età, titolo della canzone) poi cantavi (dopo bordate di pernacchie e prese per il culo) e, alla fine, una giuria di turisti, sorveglianti e preti alzava le palette col numero. Ci ho provato due volte. Alla prima sono arrivato terzo con “Il pinguino Belisario”, poi mi sono buttato sul genere rock melodico e l’anno dopo, con “Pugni chiusi” dei Ribelli, ho sbaragliato il Giuliano Badessi (“nel sole” di Al Bano) e i gemelli Giovanni e Serafino Bombardieri (“Cosa c’è, cosa c’è, cosa c’è, cosa c’è? Han rapito la bella Rosina).
Esco per ritirare il meritato primo premio e il don Giovanni mi consegna un appendiabiti da muro in legno, con foto in primo piano e sotto vetro di Santa Caterina dietro cespuglio di rododendri e un gancio, dico, solo un gancio. Ma come? Il Badessi è arrivato secondo e ha tre ganci?!
Lo faccio presente al don, seduta stante. Lui, tra gli applausi e le foto, mi dice: “ma il tuo è di gembro, il suo è di compensato” e mi accarezza la testa.
“No, no, il suo è più bello, facciamo scambio”.
Ridendo verso i fotografi:
“Ma guarda che il tuo costa di più, Aldo, vale di più”.
“Però…”.
Due tenaglie sulla clavicole. Il don mi teneva sorridente davanti a sé, paterno e contento per i fotografi, ma le sue mani dicevano: “Stai zitto e buono altrimenti a quell’unico gancio ti ci appendo”.
Beh, comunque, non so se voi avete avuto un Pozzino a movimentarvi l’infanzia. Se non lo avete avuto, rallegratevi siete stati fortunati.
Non che lui fosse l’unico massacratore. Diciamo che è stato il più presente, il più longevo in termini di carriera.
Altri due bei campioni erano il Drusa e il Pazzetti.
Il Drusa mi sputava addosso senza nessun motivo, con rabbia, con una smorfia del volto veramente preoccupante, storpiando il mio cognome in “Zocca!!”. Mettiamo che io stavo camminando in salita per raggiungere e superare il ponte che attraversa il Mallero e porta in piazza Garibaldi. Occorre a questo punto precisare che il nostro quartiere, il Viale Milano, era ed è tuttora separato dal resto della città da tre ponti che erano un limite fisico ben definito. Dunque, uscivo dalla “riserva” del viale Milano per andare a fare i compiti all’ufficio d’igiene, dove mia mamma lavorava come impiegata: non potendomi controllare personalmente come ogni madre casalinga, mi faceva andare lì, un po’ con la minaccia, un po’ con la promessa del toast farcito con la spremuta di arance fatto portare su dal bar Italia alle quattro. In verità, benché quelle fossero tutte ore che dovevo sottrarre all’amato cortile, pur obbligato non ci andavo del tutto malvolentieri, anche perché lo sgabuzzino dove studiavo era pieno zeppo di cartoni di medicinali e io, tra una materia e l’altra, tiravo giù fialette di Betotal sui camion, per godermi l’effetto-bomba: vetro che scoppia su lamiera con schizzi di liquido rosa.
Adesso che ci penso, devo avere un problema di questo tipo, cioè, mi attira moltissimo l’attività del tirare dell’alto dei contenitori di liquidi per vedere poi scoppiare tutto giù in basso. Sì. Lo dico perché mi viene in mente che, parecchi anni dopo, quando frequentavo già l’università, un pomeriggio, tenuto per le caviglie dal mio compagno di camera, mi sono sdraiato sul cornicione all’ultimo piano del vetusto collegio e ho mollato un sacchetto di plastica, di quelli della spesa, pieno d’acqua, che si è fracassato sul parabrezza di un taxi che transitava nella viuzza. Apriti cielo! Nell’auto c’era una signora anziana: si è sentita male, perché il parabrezza si è frantumato, per non parlare del fracasso della botta e, naturalmente, dello spavento. Ambulanza, vigili urbani, irruzione della polizia nel collegio, indagine. Il don Marco ha anticipato i soldi per risarcire il taxista. Il giorno dopo, sulle prime pagine dei giornali locali: “Bomba all’acqua dal collegio Roboldi” e giù spataffiate contro i figli ingrati che, mentre i genitori lavorando duramente li mantengono, invece di studiare fanno prendere l’infarto ai taxisti e alla vecchiette (ma non hanno proprio un cazzo da scrivere, dico io, se, dovendo raccontare i fatti della tua provincia, ti riempiono la prima pagina con le foto e le varie dichiarazioni di passanti e negozianti sull’episodio: “stavo affettando un etto di pancetta quando…”).
Il giorno dopo Basilico ed io, lui, ultimo anno rappresentante degli studenti del collegio, davanti, incazzato, io, matricola, dietro, abbacchiato, siamo andati in questura a chiedere scusa alla signora e a fare atto di penitenza: nessuna denuncia.
Questo per dire che probabilmente ho dentro qualcosa del bombarolo. Ma torniamo al Drusa. Dicevo: mettiamo che io stavo camminando lungo l’ampia curva che sale verso piazza Garibaldi e lui, abitando da quelle parti (in piazza Carbonera) malauguratamente veniva giù dal ponte in bicicletta e mi avvistava: lo vedevo benissimo farsi la saliva, riempire il cavo orale di catarro e sputo raschiando bene bene la gola e poi, a due metri da me, buttarsi indietro, tenendosi al manubrio e prendendo la spinta per effettuare un lancio preciso con il quale mi centrava immancabilmente, facendo seguire il colpo da un insulto o dall’urlo del mio nome storpiato. Mi sono poi chiesto se la frequenza di questi incontri fosse del tutto casuale.
Terzo rompicoglioni: il Pazzetti.
A pensarci bene si trattava di persone che parlavano poco. Non erano, che ne so, specialisti del turpiloquio. Laconici. Due parole, o anche niente proprio, e poi, subito, i fatti.
Esempio: il Pazzetti mi aspettava fuori dalla scuola.
Era normale che mi dovesse picchiare.
Non è che fornisse spiegazioni o dicesse anche solo sei parole di fila del tipo “ti pesto perché…”.
No. Cercava di catturarmi e, quando ci riusciva, mi menava. Poi ognuno a casa sua, ai rispettivi maccheroni.
Percorrere cinquecento metri all’uscita, dopo il suono della campanella, significava mettere in atto strategie da guerriglia urbana, perché, in sostanza, i cinquecento metri diventavano duemila, ora che, avendolo visto appostato, invece che andare nella direzione giusta mi dirigevo in senso opposto. Poi, intercettato, entravo nel cortile di un condominio, salivo al primo piano per poi scendere, dietro, da una finestra, aggiravo un distributore di benzina e così via, finché, finalmente, riuscivo ad inserirmi nell’agognato spazio di territorio fra il Pazzetti e la mia casa guadagnando la porta col suo fiato sul collo. Ripensando oggi a quegli anni mi rendo conto del fatto che l’inquietante totem era per noi la forza fisica e, sul piano dello scontro reale, concreto, si verificavano continuamente le gerarchie. Il figlio dell’operaio, il figlio dell’impiegato e quello del commerciante o del poliziotto erano uniti da una rete sottoepidermica di valori, che erano uguali per tutti. Era fuori discussione che il Pozzino o il Drusa o il Pazzetti erano persone violente di cui tutti dovevano avere paura nella fascia che andava da due anni più del loro in giù. Che il Piccolo Moli o Cane Nero fossero da temere era normale. Il loro falcheggiare nelle strade del quartiere pur di trovare le vittime quotidiane ancora oggi mi sgomenta. Forse il fatto di essere stata l’ultima generazione legata alla campagna, bambini di città che si facevano le armi tra gli alberi, può spiegare la gerarchia darwiniana a cui tutti dovevamo piegarci e tuttavia, con questi personaggi, noi, la massa, avevamo poco a che fare, giusto negli scontri inevitabili o nello stare attenti a starcene alla larga. Ma, aldilà dei massacratori professionali, ognuno di noi si misurava con la fisicità, poiché la maggior parte dei nostri giochi era improntata sulla forza e sull’abilità. Si raccoglievano i biscugìn sugli alberi, si faceva il bagno al pozzone.
Il fisico, il corpo, il corporale erano più vicini al nostro modo di pensare di quanto lo siano a quello dei ragazzi del terzo millennio, i quali riderebbero se vedessero la ridicolaggine del nostro tornare a casa di sera sperlufiti e con le maglie a sghimbescio. I nostri figli guarderebbero con disprezzo le scarabattole con le quali ci armavamo o giocavamo. Ma era così. Non che loro non ci tengano al corpo. La differenza è che, sotto due etti di gel, si dicono “mazza’, quanto so’ fico”, noi dicevamo “guarda che bestia, va’ che roba, tocca un po’ qui…”. Forza ieri, bellezza oggi.
Nel nostro Bronx subalpino convivevano il senatore Patellani, democraticamente mischiato a noi, e il proletariato da casa popolare; non si faceva differenza tra figli di operai e figli della piccola e media borghesia. Lo scontro fisico e il più forte erano selezionatori naturali. Quando siamo nati, la seconda guerra mondiale era finita da dieci anni o poco più, a seconda delle nostre età, quindi noi eravamo, nell’immaginario collettivo, nel diffuso modo comune di leggere la Storia, dei privilegiati: niente fame, niente bombe, niente tedeschi, niente campi di concentramento.
Raccoglievamo i punti della Invernizzi per conquistarci la mucca Carolina. Io ho ritagliato e spedito i tagliandi della Galbani una sola volta, per farmi spedire una pistola ad acqua mai arrivata (da allora non ho più perso tempo con raccolte o gratta e vinci). Cosa volete che raccontassimo?
I nostri guai erano fanfaluche, ridicoli lamenti rispetto a quelli di chi si era fatto tre anni di prigionia come mio padre e poi altri due sulle montagne come partigiano, per cui, senza troppi ragionamenti e senza neanche rendercene conto, tiravamo avanti, convinti che pestaggi e fughe quotidiane dovessero essere considerati normalissimi fatti della vita, per dei viziati come noi, che potevano comunque permettersi un panino col crudo dal Tempra, o in subordine con la bologna, la migliore del quartiere e forse della città.

L’asilo
Io ho dovuto capire molto presto quale aria tirasse, fin dall’asilo. Lo scontro, la forza fisica, la capacità o l’incapacità di difendersi erano importanti già lì: e arrivarono le prime lezioni. “La bella lavanderina, che lava i fazzoletti, per i poveretti, della città … fai un salto, fanne un altro, fai la giravolta, falla un’altra volta…”.
Sì, va beh, in quei momenti si era relativamente sereni, annoiati a morte dal girotondo sempre uguale, ma relativamente sereni. Le signorine ci facevano dormire nel pomeriggio. Dormire ….
Stavamo seduti sui banchi col crapone appoggiato sulle braccia incrociate, tutti voltati dalla stessa parte per non disturbarci e con gli occhi obbligatoriamente chiusi. Stavamo lì nei nostri grembiulini, rigorosamente azzurri per i maschi e rosa per le femmine, dopo aver consumato il da mangiare, portato in un cestino di plastica traforata. Dovevamo starcene buoni buoni, perché passava la suor Tecla. La vedo ancora benissimo, con la fascetta bianca sulla fronte e la tonaca nera. Me la ricordo imponente, gigantesca e spietata, anche se è probabile che dovesse essere semplicemente decisa, per tenere a bada nidiate di scalmanati annualmente riversati lì dal quartiere.
Eccomi là, nella mischia, con le mie orecchie alla Dumbo e la mia fastidiosa irruenza. Ma tra le belle lavanderine c’è già anche il mio primo grave problema esterno alla famiglia. Si chiama Edo, è un bambino mongoloide (negli anni sessanta mica c’erano i bambini down o handicappati) ed è il mio primo grave problema perché me le suona metodicamente e puntualmente di santa ragione, ogni giorno e senza motivo. L’Edo sta all’asilo come il Pozzino sta alla scuola elementare: bisognava in effetti riconoscere al tessuto sociale del quartiere la capacità di essere coerente, di fornire una continuità educativa. E infatti a tre anni è iniziato il lavoro di educazione, ho cominciato ad imparare che, nelle giornate di un anno, erano decisamente di più quelle in cui venivo menato e se ciò non accadeva i casi erano tre: o era un giorno festivo, o era ammalato lui, o ero ammalato io.
“L’Edo non fa apposto. Lui non capisce, vuole giocare. Devi essergli amico”.
Sì, vacci tu all’asilo, vacci tu e fai conto di trovarti uno con la testa rotonda e gli occhiali spessi che ti massacra senza motivo e senza pietà, tenendoti ben fermo a terra con una mano e un ginocchio, ma guardando da un’altra parte. Vacci tu. Però fai conto che se tu pesi oggi sessanta e sei circa normale, lui ne pesa novanta, anche perché è più vecchio di te, e normale non è, per cui non solo ti insacca, ma ha anche sempre ragione, o comunque non ha mai torto, non viene mai sgridato, se non molto bonariamente, come se avesse sbattuto un po’ troppo violentemente un cuscino fuori dalla finestra, col rischio, al limite, di rovinare la fodera. Se ti concentri su questa immagine e fai le dovute proporzioni di peso e consapevolezza (miei) e di peso e consapevolezza (suoi), ti rendi conto del fatto che non sarebbe stato poi cosi inspiegabile se io mi fossi nascosto dentro un vagone ferroviario, destinazione Calcutta, pur di non mettere più piede in quell’asilo mattatoio. Invece eccomi lì, che vado.
Grembiule azzurro con fiocco, calzefinsottoilginocchio, sandali coi buchi, cestino blu di plastica con panino (prosciutto cotto e formaggino Mio), bottiglietta di succo di frutta Yomo (gusto albicocca) e mela o banana. Ecco che vado, diligente, scrupoloso, preciso. Scrupolosamente e precisamente mi faccio menare dall’Edo, poi torno a casa (anche per oggi è finita) e mi consolo con il primo canale della tivù e coi baicoli nel budino alla vaniglia.
L’asilo aveva ben poco della scuola: era un casermone dove le madri e i padri, più o meno lavoratori, scaricavano a costo zero o quasi i figli, dopo di che la suor Tecla con le sue signorine (così venivano chiamate) faceva il suo meglio per governare l’orda. Io non ero certamente dei più tranquilli, visto che la suor Tecla spesso mi ancorava alla sua veste con uno spillone da balia per non perdermi di vista, quindi penso che, in un certo qual modo, le botte che mi sono arrivate le ho in parte meritate.
Però ricordo ancora perfettamente la preoccupazione e la tristezza che provavo quando mi incamminavo verso l’asilo ed incominciavo a pensare concretamente all’Edo.
È chiaro che se tre persone dovevano badare ad un centinaio di bambini non potevano che mirare a tirare la sera con belle lavanderine, passeggiate periferiche sotto stretto controllo (“in fila, tenetevi per mano, avanti, cantiamo”) e sonnellini vari, ben contente se avevano evitato contusioni troppo gravi ai loro pargoli.
Me ne rendo conto. Eravamo tanti e non potevamo essere sorvegliati com’era necessario, ma l’immagine dell’Edo che mi tiene per terra in un angolo e intanto fa calare pugni sulla mia zucca guardando fuori dalla finestra e lo fa finché non lo portano via, il che può accedere anche molto tempo dopo che ha iniziato, è talmente viva da spiegare quanto è accaduto al mio passaggio in prima elementare.
Una cosa stranissima, una di quelle cose che sono possibili solo quando si è marmocchi e non ci si fanno tanti problemi di logica.
C’è un bambino che si chiama Annibale. Io penso: è l’Edo, solo molto più piccolo. Di uguale all’Edo l’Annibale ha solo la testa rotonda e gli occhiali spessi, ma io non mi faccio grandi scrupoli: gli assomiglia, credo che sia lui, questa volta picchio io. Mi limito a tre quattro volte. Non ho infierito e non so nemmeno se lui si ricorda di questo.
È stata una vendetta per interposta persona.



La televisione

“Hai moneta?”.
“Aspetta che guardo…”.
“Sbrigati, c’è l’assassino sulla scala a chiocciola!”.
“Un momento. Dov’è il mio borsellino?”.
“Dove vuoi che sia? Nei pantaloni”.
“Toh! Non farmeli fuori tutti”.
Quattro monete nel televisore marca Dumont assicuravano un’altra mezz’ora di film. Sì, perché erano famiglie che avevano comprato la tivù da una bar, e allora funzionava come un juke-box: monetina, pezzo di spettacolo.
“Nooo! L’ha pugnalata!”
Felix the cat………..fermi tutti: arriva il professor Kraiscropaft.
Televisione consolazione. Guardaa: la tele sul trespolo di metallo conripianodivetrodaboomeconomico! Sotto c’è il condensatore: si accende una lucina rossa, segnala che tutto funziona. Poi si devono scaldare le valvole, si aspetta qualche secondo ed eccolo lì il primo canale: il primo canale in bianco e nero. Il secondo è stato un uomo che è arrivato (tardi, quando ormai tutti ce l’avevano) con un trapano: ha fatto due buchi, ha messo un pulsante, ed ecco il secondo canale. Era ora.
Per anni, giù in cortile, quando l’Andrea Maraffio o il Giuseppe Vigo mi raccontavano i film visti sul secondo, io annuivo, facevo finta di averli visti, mi allontanavo con una scusa, rispondevo in modo evasivo, pur di non fare capire che in casa mia il secondo canale non c’era.
E con la televisione è entrata in casa La nonna del Corsaro Nero che arriva su una mongolfiera, ha la spada sguainata e il cappello di traverso col simbolo dei pirati.
La canzone della sigla dice: “grande, grande nonna sprint, la vecchia ch’è più forte di un bicchiere di gin…”. Forse la memoria ha almanaccato troppo in questi ultimi decenni, ma mi sembra di ricordare anche qualcosa tipo: quarantadue corsari contro lei non ce la fan….fa molto più paura di D’Artagnan….ahiooo…lei sa il judo….ahiooo….sa il karatè…..”, ma come dicevo, può darsi che mi sbagli. Per ora,comunque, nella mia vita, è stata l’unica nonna di corsaro che si muovesse con una mongolfiera tuttofare e maggiordomo.
“Passami la sciabola che devi affettare questi cialtroni, Battista!”.
Il tuttofare (si chiamava Pasquale) ta-ta, ta-ta, tartagliava.
Aspetta…aspetta…com’era quell’altra sigla, quella dell’Isola del tesoro?
Ah, sì, ecco: “quindici uomini, quindici uomini, suuulla casssa del mortoooo, hoho, hohoh”. Che bello arrivare a casa sgangherato e umiliato, ma, fatti i compiti in quattro e quattrotto, spararsi Robinson e Venerdì con relativo pappagallo parlante, mentre tagliano alberi per rinforzare la palizzata o pescano con lance di tre metri!
La mongolfiera, i pirati, l’isola in mezzo all’oceano: fughe.
Quando il Cicci mi tratteneva giù all’albergo Milano di suo padre per farmi fare cose più da grandi (cercare di farmi fumare, farmi provare il Campari, giocare a scopa, salutare i temibili fratelli Paindelli o il Piccolo Moli) io volevo correre a casa a vedere I Ragazzi di Padre Tobia.
“Rosa, rosae, rosae, quant’è difficile il latino, chi mi aiuta a fare la lezione sulla prima declinazione? Io, io, io! Chi trova un amico trova un tesoroo, noi siamo i ragazzi più ricchi del mondoo…La cosa più importante è non essere solooo…nei momenti belli e brutti di ciascuno…..noi siamo uno per tutti, tutti per unooo…..”.
Padre Tobia era Silvano Tranquilli e il suo aiutante si chiamava Giacinto. Per noi la televisione non significava: martellamento di una moltitudine di canali e di pubblicità ventiquattr’ore su ventiquattro. Non era sempre e comunque a disposizione. Era l’agognato premio, il momento di meritato riposo, era “la puoi vedere se fai il bravo e dopo avere voltato via i compiti, non prima”.
Si andava a letto dopo il Carosello, ma anche per vedere Gino Bramieri che affermava perentorio “E mo’ e mo’! Moplen” o Virna Lisi che, sorridendo, si sentiva dire “Con quella bocca può dire ciò che vuole”, bisognava essersi meritati il privilegio.
Mi ricordo il maestro Pilatti, che veniva settimanalmente a casa nostra, in occasione di Tivù Sette, o i miei genitori che discutevano sulla bravura di Raf Vallone nel Mulino del Po. E cosa dire dell’inarrivabile Gino Cervi, nelle inchieste del commissario Maigret? Ma se stessi qui a farvi da chaperon nelle stanze dell’arte degli anni sessanta, non la finirei più: Studio Uno, Il Quartetto Cetra, Lascia o raddoppia…
L’inquilino dell’ultimo piano era un grande amico della nostra famiglia e si chiamava come me, Aldo Zecca, (fu lui a portarmi all’ospedale a tavoletta, con la gamba sinistra quasi tagliata in due dalla ruota del triciclo, rimasta senza gomma per un prelievo del Colturi e diventata quindi un’affettatrice). Faceva il rappresentate della Burro Campo di Fiori. Se arrivava proprio all’ultimo momento e non aveva tempo di aspettare l’ascensore e salire fino al quinto si fermava da noi, sapendo di trovare la televisione accesa.
Era un fanatico delle gemelle Kessler: ostia, che gaamb!
In cortile e a scuola si parlava dei programmi. Il giorno prima c’era stato “il film” e allora ci si diceva: “E quando il capo ha detto: su le mani, altrimenti farò di voi dei colabrodo?”.
Ah, ah, ah.
“E quando….”.
Anche la radio. C’era “il” programma. È vero che la radio aveva un’offerta che durava tutta la giornata, ma per noi bambini significava uno scatolone dal quale usciva una voce che a scuola, tutti i mercoledì, elencava una serie di domande sull’educazione stradale. Il maestro ci faceva partecipare al quiz “Bianco – Rosso e Verde” e qualche volta abbiamo anche vinto.
La radio era un voluminoso elettrodomestico di legno lucido, con una sorta di griglia-rete gialla da cui usciva la voce, e per me rappresentava più che altro la musica, quella musica che la ragazza che faceva le pulizie ascoltava dal mattino alla sera. Le scene più forti si potevano trovare dentro film come “Ombre Rosse”, si trattava di sentire parole come “scotennare”, di immagini come quella della freccia che entra nella diligenza e colpisce il dottore ubriaco con la borsa damascata sulle ginocchia.
“Giamburrasca” rappresenta lo spettacolo-tipo di quegli anni. Se in un film due si baciavano io mi sentivo dire: va a letto che non è adatto a te.
Cantavamo, gasandoci, i motivi che costituivano le sigle degli sceneggiati, e questo per mesi, andando in battaglia, galoppando verso il nemico, inseguendolo o essendo inseguiti (qui dipende: se era il Pozzino c’era poco da canticchiare, diventava consigliabile darsi alla fuga senza perdite di tempo e di energia).
Se si guarda indietro sembra proprio preistoria.
Niente telecomando: per cambiare dal primo al secondo o viceversa, bisognava alzarsi e schiacciare un pulsante sul televisore; le ore di immagini erano sette, otto al giorno, le presentatrici cotonate godevano di una fama immensa e avevano i loro fans.
Per schiodarci da una puntata di “I cavalieri del re” ci volevano le bombe: stavamo lì, in uno stato di semipnosi, impastoiati dal tubo catodico, e ci disancoravamo solo dopo l’ultima nota della sigla, non prima.
C’era molta semplicità, forse ingenuità, non era ancora chiaro il potere del video, e oggi, vedendo i miei figli con l’espressione annoiata davanti allo schermo, mi domando se usino la TV come un sonnifero.
E mi assale una lieve ma persistente malinconia.



Casa Patellani

Il nostro ambiente era semplice, le differenze tra le famiglie quasi impercettibili o almeno non così eclatanti. Mio padre aveva la Simca mille (novecentonovantanovemila lire, IGE compresa). Il papà dell’Alberto Bianchi aveva il millecento Fiat e tutti e due i canali, (ogni fine mese io portavo su i soldi dell’affitto), poi c’era chi aveva la Cinquecento, chi l’Ape e così via: differenze non enormi. Noi, i figli, vivevamo tutti assieme, giù in cortile e in strada. Ma, sopra tutti, proprio in un altro pianeta, c’era il Patellani. Il papà dell’Umberto era un commerciante di Parmigiano Reggiano, diventato, ancora giovane, senatore del partito socialista. La sua casa aveva un ampio cortile pattugliata dal cane lupo Ginko ed era un casermone a due piani: nulla a che vedere con i nostri appartamenti in affitto o a riscatto.
All’entrata c’era, proprio dentro, nel pianerottolo, una fontanella funzionante (!) e da lì, attraverso uno scalone hollywoodiano dominato dal ritratto ad olio del nonno, si accedeva al piano superiore che si distingueva dalle nostre abitazioni non tanto per l’ampiezza (in ogni caso quadrupla rispetto ai nostri trilocali), non tanto per il tavolo rotondo con il panno verde per giocare a carte, non tanto per quell’altro tavolo basso di due metri per uno con le fotografie sotto il piano di cristallo e nemmeno per la cucina con affettatrice Berkel e prosciutto crudo incorporato dello stesso colore, ma per una presenza sconcertante: la stanza per la cameriera! Ma come? La maggior parte di noi doveva fare a coltellate per guadagnarsi uno spazio minimo vitale, contendendolo a uno, due, nei casi più disperati a tre fratelli, e in quella magione la cameriera aveva una stanza tutta sua ?!
L’Umberto aveva un congruo numero di sorelle di cui due già fuori di casa, mentre la minore, Marina, non solo era ancora presente, ma si faceva vedere e sentire, eccome, diventando presto il centro dei nostri sogni erotici, totem sessuale dell’immaginario collettivo del quartiere. (Voglio vedere te, cacchio, che a nove anni sei lì, rintronato, su persiano grandezza campo da tennis, perché ti passa davanti lei, in clamoroso babydoll).
A casa dell’Umberto Patellani si andava per diversi motivi.
Uno: per guardare le mutande e le calze di nylon con reggicalze della cameriera. Suonato il campanello e aperta la porta, nell’atrio con la fontanella funzionante era importante fare tre passi e portarsi esattamente sotto il pianerottolo in cima allo scalone: domandando a testa in su “scusi, c’è l’Umberto?”, si poteva vedere molto. E in seguito, giunti al piano superiore, dopo mezz’ora di scherzi e provocazioni, si poteva anche toccare molto, perché quella vivace ragazza di campagna faceva la lotta con noi, sul tappeto all’entrata.
Due: per guardare il filmino dello spogliarello portato dal padre, credo dalla Russia. Naturalmente, il papà Lombardo doveva essere a Roma, altrimenti col cavolo potevamo avere il tempo di tirare giù il proiettore con due ruote metalliche sulle quali scorreva il nastro, montarlo, riavvolgere il film rimasto alla fine dopo l’ultima visione, accomodarci in poltrona e fissare lo schermo per quindici minuti di moine e svestizione, nel silenzio più totale.
Per sicurezza tenevamo a portata di mano un più innocuo “Le avventura di topolino e della sua allegra brigata”, pronti ad un cambio pellicola alla velocità da scuderia ferrarista al primo segnale dell’avvicinarsi di indesiderati ospiti. Secondo me, il papà dell’Umberto sapeva di queste nostre incursioni, ma aveva un suo modo di interpretare e trasmettere il concetto di sesso al figlio e di conseguenza a noi, per cui lasciava fare.
A casa mia, come ho già detto, al primo bacio televisivo venivo spedito a letto, per cui potete immaginare cosa significasse stare sul sedile posteriore dell’Alfa e vedere il senatore che, cambiando marcia, palpava la gamba della moglie dicendo “cambio cosciaaa……..”. Giù a ridere e a darsi gomitate, in un atto liberatorio. La moglie riabbassava la gonna guardando fuori dal finestrino. Io mi sporgevo in avanti per osservare il suo viso, preoccupato di vederla contrariata. Sorrideva. A me piaceva quel modo di vivere il sesso, probabilmente proprio perché a casa mia era tutto il contrario. Comunque, la ragazza che alla fine resta con tre stelline è uno spettacolo indimenticabile. Dopo che la pellicola si era riavvolta completamente stavamo sempre un sette, otto secondi in silenzio, a bocca aperta.
Tre: per frugare nei cassetti della leggendaria Marina, annusando calza, collant e mutandine bianche e rosa, con pizzo e senza pizzo, e reggiseni di vari colori. Lei era uno schianto. Quando attraversava la via De Simoni in minigonna paralizzava le attività lavorative: dal bar Kappa Due alla tabaccheria sul ponte verso la piazza Garibaldi ben pochi maschi non alzavano lo sguardo. Dal Tempra al primo segnale o ammiccamento o fischio era tutto un girarsi verso la strada.
“Di cotto sono due etti e mezzo: lasssioo?”.
Quattro: per giocare a carte. Io non sono mai stato su un accanito, anzi, quell’attività mi interessava pochissimo. Un giorno me ne sto lì con le mie carte da scala quaranta in mano e mi arriva il papà dell’Uberto da dietro, osserva cinque secondi, poi mi prende le carte, me le sistema in un lampo, mette giù i quaranta punti che non sapevo di avere, mi dice “così, nooo?...” e se ne va.
Cacchio, ecco perché è senatore. Giravano fiches e anche soldi. Non grossi capitali, comunque soldi, ma essere all’altezza delle possibilità economiche del nostro compagno era impossibile.
Cinque: per giocare tra gli scaffali coperti di forme di Parmigiano Reggiano. Il piano terra era un vastissimo magazzino che si apriva verso il cortile e verso il cane Ginko. Tra quelle decine e decine di forme abbiamo trascorso pomeriggi interi.
Sei: per sfogliare l’ultimo numero di Playboy, ma anche se non era l’ultimo numero andava bene. Playboy girava in quella casa, anche se non ufficialmente, proprio con quel rivolgersi al sesso così lontano dalla visione che, pochi metri più in là, era propria di mio padre e della chiesa. Un giorno sono giù in ufficio e guardo il paginone centrale con Silvia Koscina nuda, in acqua, visibile fino all’ombelico. Il giornale me l’ha appena passato l’Umberto. Entra suoi padre, mi vede e dice da arrabbiato: “Cos’è quello? Chi l’ha portato?”.
L’Umberto allunga il braccio destro con l’indice disteso e dice: “Lui”.
Io divento rosso fino agli alluci.
“Ah, Izecc, Izecc, non me lo aspettavo da te….” ed esce.
Turbamento. Scuotere di testa. Atteggiamento deluso. Sono sicurissimo che poi, chiusa la porta, si è trattenuto a stento dal ridere, e probabilmente per anni, a casa Patellani, si è parlato di questo episodio sganasciandosi dalle risate, perché io devo proprio essere rimasto pietrificato con Silvia Koscina davanti che mi sorrideva, seduto alla macchina da scrivere, rosso emorragia.
Sembrerebbe incoerente con quel “io a mio papà dico tutto, al papà bisogna dire tutto” uscito dalla bocca dell’Umberto che mi stupì tanto, mi sbalordì proprio. L’Umberto era un bambinone buono. Come tutti aveva vari soprannomi: Bissi, Celestino, Vitello. Lui i soldi per il ghiacciolo li aveva sempre, e siccome, per farlo durare di più, il ghiacciolo veniva tenuto in un bicchiere di acqua fredda, lui dopo regalava l’acqua colorata. Se noi avevamo in tasca trenta lire, lui ne aveva cinquecento o mille, e in mano sempre qualcosa di goloso: sigaro marrone di cicca (dicesi cicca la gomma americana o chewingum), pacchetto di patatine, bottiglia di Spuma o Coca Cola, ghiacciolo alla menta. Il padre fumava Ernte 23 (marca mai sentita né vista in altra occasione). L’Umberto ne sottraeva parecchie alla grossa riserva di stecche, per cui aveva sempre una buona scorta a cui tutti guardavano con la speranza di un gesto magnanimo, imperiale.
E dato che l’astinenza e la bramosia tabagista aveva già le sue prime vittime cosa va ad inventarsi il Friz? La prenotazione del mucc (léggasi pronunciato con le due “c” come quelle di “ciao”). In pratica, se uno accende la sigaretta e un altro dice “mucc!!” significa che ha prenotato la parte finale, diciamo quella che normalmente, tra la gente comune, viene buttata via, quindi il filtro con due o tre tirate. Il Maio (esagerato) inventa “il mucc del mucc”, cioè la prenotazione del rimasuglio del mucc. Eh, no, cazzo! Uno accende la sigaretta, onestamente e coraggiosamente rubata al nonno o magari al fratello maggiore, con gravissimi rischi per la salute e l’integrità fisica e mentale, è lì per fumarsela in santa pace, e ne ha davanti due che lo guardano senza farsi vedere, ma visibilissimi, che cincischiano intorno con i loro sguardi parlanti, che vendono in ogni tirata un depauperamento del loro patrimonio: sono i prenotatori del mucc e del mucc del mucc!!!
Non mi ricordo di particolari moti di invidia verso i Patellani, verso la loro evidente superiorità economica, forse perché non la mettevano giù dura. Insomma, era un fatto che fra di noi veniva percepito come oggettivo, non creava nessun problema, e che nella sua ovvietà non impediva all’Umberto, quando veniva a casa mia per giocare alla guerra, di avere a disposizione un armamento altamente tecnologico (lui era come gli Stati Uniti: mitra che sparava palline da ping pong, perfino un bazooka, io come San Marino o l’Albania: potevo giusto fare bang puntando tre dita). Il problema forse era tra gli adulti: quando se ne andava, il mio papà, salutandolo, gli diceva “ossequi a suo padre”. Io ci restavo male.
Oggi, quando sento Totò che, facendo il colto e l’elegante, dice “esequie a suo marito!”, rido sempre come un matto: mi affranca da quel ricordo.




Bazooka

Avevo un salvadanaio verde di ferro, a forma di libro, e ci mettevo dentro le monete. Quando c’era bisogno di soldi per investimenti fondamentali in armi o sigari di gomma americana, cercavo di scassinare il maledetto volume metallico, ma quella cacchio di serratura non ne voleva sapere, ti diceva proprio “le monete devi portarle in banca, la banca mi ti ha regalato per questo, cosa credi che tradisco la mia mamma?”. Petulante!
Una volta mi sono incazzato di brutto. Il fatto era questo: quando, di domenica, generalmente gasati dai film di sparatorie dell’Odeon, giocavamo dalle cinque alle sette alla guerra, l’Umberto aveva una specie di bazooka nero da tenere con due braccia, si chiamava Oklahoma, che sparava palle bianche, e io mi ero stufato di fare bang con la mano e di essere quasi sempre morto.
Sì, ogni tanto me la prestava, l’arma, o io gli ritiravo manualmente i proiettili, ma, insomma, ero pur sempre disarmato. E per cosa, poi? Per portare ogni tre mesi alla banca quel blocco di ferro del menga, facendolo suonare come una maracas per strada, e consegnarlo al cassiere con l’espressione ebete che, annoiato, lo apriva, mi consegnava un rettangolo contasoldi obbligandomi poi a disporre i dischetti in base al diametro: cinque lire, dieci lire e così via. Sì, non nego che se una volta arrivavo a ottomila anziché seimila ero contento, ma dopo quei quattro secondi di sorriso, tutto si traduceva in un numero segnato su un libretto, anche lui verde, e il libretto finiva nella borsa della mamma.
“Per il tuo futuro”.
Ma che cacchio di futuro?
Adesso ci vai tu di domenica alle cinque disarmato contro un Oklahoma da quattro chili!
Beh, insomma, a furia di prendere palle mi sono rotto le mie e sono salito su al quinto piano dai Vigo, col salvadanaio, ho guardato ben bene che non ci fosse sotto nessuno e l’ho lasciato andare. Adesso vediamo se non ti apri.
Ffffffssssshhh…crasch…dling…dleng…tinnn…………….
Giù a rotta di collo, ho fatto le scale saltando quattro gradini alla volta, con una tecnica di taglio delle curve abbrancato al corrimano cilindrico, che avevo affinato negli anni di fughe: la paura di essere scoperto e derubato all’acme.
Uraganicamente mi fiondo sul rottame.
Arrivo sul posto.
Piccolo buco nel pavimento del cortile, zona dietro.
Il libretto metallico rincalcato ringrugnito a metà, i soldi sparsi attorno. Toh! Le duemila della cresima e il cinquecento della promozione…..
“Cos’è successo?”.
Oh cazzo, chi è adesso?
La signora Salvadori del piano terra. Io, di schiena, accovacciato tipo ranocchio, rosso di corsa e di vergogna come una ciliegia a fine giugno.
“Niente… niente”.
“Ma come niente, e tutti ‘sti soldi?”
Grrr……
Ma guarda cosa devo fare per usare i miei sofferti risparmi.
“Niente…..mi si è rotto il salvadanaio”.
Raccolgo a spatola senza alzare la testa, butto dentro, nel rottame, monete e polvere.
“Ma come si è rotto, ti è caduto qui?”
“Mmhh……”
“E si è rotto così?”
“Mmhh……..”
“ Guarda lì dietro, il venti lire”.
O porca vacca, non credevo di arrivare a pentirmi di avere tante monetine, a dire che ognuna significava uno sballo più o meno libidinoso al bar dell’Oratorio.
“Buongiorno”.
“Ciao…”. Come dire vai, vai delinquente, ci penso io a dirlo a chi di dovere….
Eccoti qui, salvadanaio porco, adesso tira fuori quei dentini di ferro del cricchio per non fare uscire i soldi dal taglio, provaci, se ci riesci.
Guarda qua, saranno almeno settemila……
Giusto il costo di un Oklahoma con rifornimento di proiettili per due ore buone di guerra: sacchetto da ottanta. E mi resta ancora un seicento che, bene amministrato, significa tre settimane di bar dell’Oratorio! In quel momento ho apprezzato il denaro, sì, me lo ricordo bene.
Non era più: rinuncia, metti giù, vai, fai aprire, conta, fai segnare, torna a casa. Era: adesso, quando l’Umberto viene da me, non gli dico niente, lascio che cominci a sparare, poi da dietro il divano tiro fuori l’ordigno lustro e spietato e finalmente saremo pari. Non ponendomi nessun problema etico (e che cacchio, sono soldi miei), ma, al contrario, preoccupato di essere scoperto prima di avere portato a termine la missione, corro alla Piccola Città.
Cazzo …. Guardalo lì, in vetrina, l’Oklahoma.
Entro, parlo, provo, sparo tre colpi, sacchetto con proiettili, pacco, esco.
Cinque minuti, sei minuti.
Corro a casa felice e vispo, tipo “rapina alla banca riuscita”.
Chiaramente, pur di malavoglia, imbosco sotto il divano.
Passano due giorni, arriva il sabato.
Al sabato la mamma è a casa e fa le pulizie di fino.
Mentre io sono a scuola e invece di seguire il perché e il percome della Restaurazione pianifico una serie di attacchi zona divano-sottoscrivania-attraversamento parquet ventre a terra fino al bagno, mia madre scopre pacco e proiettili, si rende conto del fatto che non c’è più il salvadanaio sulla mensola, lo cerca e lo trova (dico: lo trova) nel bidone nella spazzatura condominiale (ma che cazzo di madre ho, una normale o una spia del KGB?), fa due più due (anche sette più sette) e me la trovo in cortile.
Alle dodici e dieci arrivo, la vedo già a trenta metri, c’ha il grembiule e le braccia conserte, ingrifata like a bulldog e c’ha…..o cazzo…..o noo……….non posso crederci, c’ha in una mano il sacchetto bianco con la scritta rossa Piccola Città e nell’altra quel mandrone di salvadanaio!
Rallento.
Accosto.
Rasento il muretto con la siepe.
Una voce nel cervello mi dice:
“Metti la coppola”.
“Ma è maggio”.
“Metti la coppola con il paraorecchie giù”.
Metto l’obsoleto sudorifero berretto.
“Ti ho visto sai? Sbrigati che non c’è più tempo”.
Quando arrivo a due metri stende le braccia:
“Ho già telefonato alla Piccola Città e alla banca. Corri. Restituisci il fucile e le palle, prendi i soldi, poi vai in banca, consegni il salvadanaio rotto che te ne danno uno nuovo…..”.
“A parte che non è un fucile……”.
Passo avanti suo, passo indietro mio, sguardo tipo “adesso ti faccio vedere come ci arrivi, alla Piccola Città”.
Il giorno dopo, con la solita masnada sono andato a vedere Giuliano Gemma con poncho e colt 45.
Alle cinque è arrivato a casa l’Umberto col borsone blu.
Io ho fatto sei o sette volte: bang!
Molto serio.



L’Oratorio

L’Oratorio del don Giovanni.
Si andava all’Oratorio per i seguenti motivi.
Uno: perché non si aveva un altro posto dove andare se non il cortile del condominio, ma quello veniva via via lasciato ai più piccoli, e il campetto, ma era già periferia, la via Bernina era già confine, e poi andava bene a chi giocava a calcio: esisteva per quello.
Due: perché si poteva fare di tutto anche se era un Oratorio. Fare di tutto significava: picchiare, essere picchiati, fumare, fare gare di sputo (sputare lontano significava venir tenuti in grande considerazione) o di rutto, bestemmiare, guardare giornali porno, giocare a calcetto mettendo i fazzoletti nella buca dei portieri in modo da recuperare la pallina, spegnere la luce menandosi, “chi prendo, prendo”, giocare a ping pong in modo normale o al giro (più giocatori attorno al tavolo in un vortice sempre più rapido e in un caos crescente di spinte, sgambetti e insulti), giocare a basket avendo un solo canestro, che era poi un cerchio di ferro attaccato ad un muro. Si poteva fare di tutto se il don Giovanni era da un’altra parte, perché se ti vedeva o ti sentiva per esempio bestemmiare, ti lasciava un orecchio incandescente: dentro quelle mani a badile restava non un padiglione auricolare ma una cotoletta bella spiattellata.
Tre: perché il barista, il signor Mattiussi, era un buon diavolo e a volte faceva anche credito. Era friulano.
“Posii, Posii, ti go visto, sai? Posii. Porta qua la racheta!”.
Sempre il Pozzino. A calcio bisognava guardarsi dal Pasquale, detto Cane Nero. Aveva solo due anni più di noi, ma faceva paura. Scuro di carnagione, nerissimo di capelli e di sopracciglia, torvo, con la mascella potente, tirava di quelle legnate al pallone che, se eri sulla traiettoria, rimanevi sfigurato, ed era dotato di una tale dialettica turpiloquiante che i più piccoli, ascoltandolo, restavano lì, fermi, impalati, incantati e stupefatti, a bocca aperta. A proposito di legnate uno dei giochi preferiti da Cane Nero era “muro”: prendeva una decina di noi tra i più coraggiosi, pronti a far vedere di che stoffa erano fatti, ma anche tra i più fifoni che non riuscivano a svignarsela per tempo, e li metteva contro il muro. Poi da una distanza all’incirca da calcio di rigore tirava delle sbagiolate terrificanti tali, che chi veniva colpito, oltre ad essere menomato per tutto il pomeriggio, veniva anche eliminato. Da cosa non si è mai saputo. Al simpatico tiro al bersaglio si aggiungeva anche Pomonis Corona, ora parroco in quel di Cosio, che dotato di un tiro formidabile, aveva guadagnato il soprannome aggiuntivo di Rombo di Tuono, essendo mancino come Gigi Riva. Il tutto mentre Cane Nero faceva una specie di radiocronaca, tipo: Bedin passa a Facchetti, che allunga verso Boninsegna e sbam via con la cannonata e primo abbattimento seguito da urlo di guerra degli irochesi. Un vero divertimento. E me lo ricordo ancora, di domenica, seduto sul sagrato della chiesa, a messa finita cantare “bela biunda ciapel ch’el dunda, bela mora ciapel ch’el sbora”: la gente usciva, pochi ragazzotti ridacchiavano, i più cambiavano strada, quasi tutti gli lanciavano occhiatacce di rimprovero, le suore si tappavano le orecchie e corricchiavano via scuotendo la testa. Una volta gli è arrivato alle spalle il don Pella e gli ha tirato un crapadone da stordire una mucca.
Cane Nero è andato via bestemmiando.
Nell’Oratorio si aggiravano tipi pericolosissimi. Uno di questi era il piccolo Moli. Ora, il fatto è che noi piantavamo le tende per ore, e, quando c’è tanto tempo a disposizione, è facile che si partoriscano idee bislacche e boiate da stupidotti. Andava di moda questo scherzo. Quando uno, magari appoggiato ad una ringhiera, se ne stava lì con le chiappe in fuori, chi faceva lo scherzo, con due dita di una mano, l’indice e il medio, sferrava un colpo secco sul sedere dell’altro, si sbieco, dall’alto in basso, e questo provocava un dolore rapido e acuto, tipo schioppettata. Un giorno quello con le chiappe di fuori, che guardava chi di sotto giocava a basket e gli sputava in testa, era il piccolo Moli. Passa il Bubu, non lo riconosce e gli fa lo scherzo. Il piccolo Moli si gira, chi è attorno osserva spaventato, aspettandosi una carneficina. Il Bubo sbianca terrorizzato, è più piccolo di statura e ha cinque anni in meno: lo scherzo che ha fatto può costargli un’invalidità dal sette al venti per cento in base ai parametri INAIL. Si salva perché dice : “scuuusa, scuuusa Moli, non ti ho riconosciuto”.
Salvo per miracolo.
Il giovedì la scuola era chiusa e noi dove andavamo? Esatto, all’Oratorio. Il don Giovanni metteva in atto un bonario ricatto: chi viene a messa poi va al cinema.
E chi si perdeva la settima proiezione di “Stallio e Ollio nella legione straniera” o il quinto giovedì di “La settimana bianca di Braccobaldo e Svicolone”? magari con una bella barretta di liquirizia dura da far diventare, poco a poco, un cilindro con la punta, tipo matita?
Tutti lì a messa.
“… perché i comandamenti vanno rispettati: se uno dice di non nominare il nome di Dio invano, non va nominato, e tanto meno si può bestemmiare!!!...”.
Il don Giovanni…
Solo alle medie ho saputo con significa “invano”.
Quando il don Giovanni è morto (mio padre disse che nell’agonia sputava sangue nero del fegato) ai funerali c’era una folla mai vista.
Era morto il papà di tutti noi, il papà sempre presente, sempre lì ad aspettarti. In chiesa il Bee chiede all’Umberto: “Tu ci vai al cimitero?”.
“Sì, ci vado, perché ha fatto tanto per noi”.
E se ha fatto tanto per te, che hai il padre senatore, sei ricco sfondato, sei alto e biondo, hai una bella casa, c’hai pure la cameriera con il reggicalze e con una stanza tutta sua e ti portano persino a Milano per tagliare i capelli e a farti fare le scarpe su misura, figurati quanto ha fatto per noi. Per la nostra generazione, per noi nati tra il cinquantacinque e il sessanta in viale Milano, zona chiesa del Rosario, perdere il don Giovanni ha significato restare orfani. Da quel momento l’Oratorio non è più stato la stessa cosa. Noi all’Oratorio ci vivevamo proprio. Io, dopo i compiti, coprivo i duecento metri della via Bassi e della piazza del Rosario in ventitre secondi, per arrivarci al più presto.
Oltre all’Oratorio avevamo poco.
Quando mancavano due settimane all’inizio del giro di Italia si raccoglievano i tappi delle bottiglie, quelli di ferro con le ondine sul bordo. Si pulivano, si raddrizzavano, si chiedeva ai vari baristi di tenerci via i più belli, poi si comperava la Gazzetta dello Sport (investimento oneroso, spesso affrontato in due o tre) per vedere colori e composizioni delle squadre, indi (dico: indi) si trascorreva una settimana a preparare i cerchietti di carta con su disegnata la maglia di ogni compagine e il nome dei relativi ciclisti, perché quei ritagli circolari venivano poi inseriti nella parete concava dei tappi di bottiglia, a formare “i ciapelìn”. Con i ciapelìn si facevano le gare. Il concetto era: con un colpo dell’indice che schioccava dal pollice il giocatore lanciava il suo corridore e si dovevano compiere diversi giri di un percorso tracciato in terra con il gesso o con frammenti di mattoni. Naturalmente dovendo seguire fedelmente le tappe del giro d’Italia occorreva creare tutte le condizioni previste, vedi gran premio della montagna (con sassi di varie altezze a seconda dei dislivelli che i veri ciclisti dovevano affrontare, disposti lungo il percorso, che costringevano i giocatori a sforzi supplementari e dolorosissimi, il famoso colpo dall’alto sul bordo del ciapelìn per riuscire a saltare il sasso) o tappe cronometro, il che si traduceva nel fare il percorso con il minore numero di tiri.
Valevano le regole del giro d’Italia con tempi, distacchi e quant’altro, secondo un metodo di calcolo che neanche alla NASA…. Quando il ciapelìn usciva dal tracciato si diceva “hai forato” e si stava fermi un turno. Ora, immaginatevi tre o quattro bambini che muovevano centocinquanta ciapelìn tra forature e relative discussioni “è fuori”, “ti sembra ma un pezzettino è ancora dentro”, gran premi della montagna e calcoli infinitesimali per stilare la classifica della tappa e quella generale: in un pomeriggio si riusciva malapena a finire una tappa. Naturalmente concluso il giro d’Italia si cambiavano le maglie e si cominciava il Tour de France…e ogni quattro anni i MONDIALI con tanto di porte e palline fatte con la mollica del pane ben bene imbevute di saliva e lasciate seccare. Di mondiali ne ho fatti due per raggiunti limiti di età, sopravvivendo ai germi contenuti in tutte le palline che ognuno di noi preparava e durante le partite rinforzava con una bella succhiata senza più sapere di chi era. Qualcuna ce la mangiavamo pure nella foga del gioco o in caso di crisi ipoglicemica. Anticorpi al massimo.
Questi giochi ricorrenti e stagionali – primavera/estate – creavano sui marciapiedi dei cortili disegni multicolori antesignani dei graffiti e sulle nostre falangi calli degni di un camallo genovese.
Altro gioco del quartiere: la torta.
I due contendenti, muniti di coltellino, tracciavano sulla terra un cerchio, diviso da un retta in due metà. Ognuno poi, con abile mossa, conficcava il proprio temperino nel territorio dell’avversario e, in base alla direzione della lama, tracciava una riga che segnava il nuovo confine, portando via una fetta dell’altrui terreno. Vinceva chi prendeva tutto all’avversario. Inutile raccontare delle liti furibonde determinate ovviamente da come si tracciavano le righe: lì, quattro o cinque gradi di angolazione in più permettevano di fregare ettari di territorio, nella geografia della torta. Gioco classico “d’attesa”. Nel senso che si faceva tra l’una e mezza e le due del pomeriggio, prima che suonasse la campanella per il rientro a scuola. Già, perché negli anni sessanta si iniziava il primo ottobre e si faceva l’orario spezzato.
Quando ero più piccolo venivo mandato dai nonni e non era comunque male. Poi, attraverso rivendicazioni tipo sindacali, ho ottenuto il mio giovedì libero, che era più bello della domenica. Nel cinema, a chi stava davanti arrivava di tutto: era un continuo arretramento.
All’intervallo ci si era spostati di dieci file. Al loro posto rimanevano solo gli intoccabili: sguardo truce, gamba accavallata, pacchetto di sigarette nel risvolto della manica, risata per le imprese di Pluto, nascosta con imbarazzo.

L’Italia è il Paese della mamma, della famiglia e della pubblicità

La famiglia è effettivamente il più grande capolavoro della società italiana nei secoli. Ogni singola famiglia era ed è connotata da specifiche caratteristiche, è segnata dalla sua storia e, ovviamente, è regolata sulle sue relazioni affettive. Quando noi eravamo bambini esistevano i nuclei familiari allargati, mentre oggi sono frammentati. Forse mi sbaglio, ma credo che non sia facilissimo, adesso, incappare in una domenica mattina nel corso della quale, dopo la messa delle dieci, la nonna tira la pasta per le tagliatelle, il nonno legge il Corriere dei Piccoli (comprato da un omino che tiene i giornali in un carretto fuori dalla chiesa) ai nipotini, la mamma apparecchia la tavola in tinello, il papà e lo zio discutono di Fanfani e Saragat sul balcone, il cugino sente la radio mentre si rade con la schiuma e i rasoio e i ragazzi più grandi scambiano le figurine. E non solo perché Fanfani e Saragat non ci sono più. Nelle vere famiglie italiane la figura centrale era la mamma, dolce e affettuosa, ma anche forte e severa. Mia madre lavorava fuori casa, anche fuori casa, per cui c’era sempre una cameriera (che però arrivava al mattino e andava via verso le cinque, non restava a dormire come dall’Umberto).
I papà delegavano comunque tutto alle mogli: gestione della casa, spesa, colloqui con gli insegnanti, acquisto e riparazione di scarpe e vestiti, educazione. Non c’era la televisione a fare da balia. Noi stessi accendevamo per vedere il programma scelto, quello stabilito, quello atteso, e poi spegnevamo, non esisteva la presenza continua del video. Il televisore era un elettrodomestico costoso, protetto col suo panno marrone nelle ore in cui rimaneva spento, e forniva spazi di cultura e divertimento selezionati. Con noi crebbe anche la pubblicità. Allora come oggi usava lo schermo, la radio e la strada.
La Fiat pubblicizzava la cinquecento, la seicento e il millecento familiare, ma anche i frigoriferi (sì, non c' erano mica solo gli Atlantic, c’erano anche i frigoriferi Fiat, giuro). Un giovane e una giovane ragazza, fianco a fianco, su due Lambretta, simboleggiavano sorridenti la voglia di vivere e “di viaggiare” (proprio così), e, a proposito di sorrisi, il dentifricio più consigliato si chiamava Chlorodont, anticarie al fluoro.
Ricordo il Persil, “per lavare la lana”, il sapone Palmolive, il borotalco Roberts, la crema per bambini Nivea, gli orologi Omega. Sulla nostra tavola comparivano prodotti molto conosciuti, presentatici con grazia e rispetto dal Carosello, perché il Carosello era una collana di perle, una raccolta di scenette che di per sé erano piccoli, singoli spettacoli, e spesso si affidavano ad attori e cantanti famosi. I Pavesini, la margarina Gradina, il formaggino Mio della Locatelli, i biscotti al Plasmon, la pastina glutinata Buitoni, le pastine e le paste Barilla erano nella nostra dispensa, come i baci Perugina erano nelle nostre tasche, la domenica pomeriggio, prima di entrare all’Odeon a vedere i western. La mamma provvedeva a tutto. Fare una battuta del tipo “giovedì gnocchi, venerdì merluzzo, pizza o pizzoccheri” oggi significa essere presi per stupidi e vedersi rivolgere un “embè?”, ma per me significa molto.



Tirasassi Joe

Io, rovinosamente, avevo una buona mira. Uno dei miei soprannomi, affibbiatomi dal Cicci, era “Tirassassi Joe”. Un giorno sono su davanti alla porta della chiesa e lancio: tiro bei sassi in testa chi passa. Beh, cosa c’è da stupirsi? Il De Maira sparava palini di ferro dalla sua finestra, sotto di lui due fratelli fabbricavano ordigni esplosivi e il Tibi, il Bubu e il Maio prendevano una pistola giocattolo e la modificavano per poter sparare piombini veri ai passeri. Nel nostro Bronx ognuno aveva le sue armi e per la maggior parte c’era solo la fuga. Dunque, sono lì e tiro sassi. Quando non c’è nessuno miro alla vasca coi pesci rossi nella piazzetta. Se invece qualche sventurato passa entro un raggio di trenta metri e ha meno di tredici anni miro a lui. Vedo arrivare delle biciclette dalla via Quadrio e mi preparo: bei sassi grandi come noci e levigati, presi dal prato sul lato desro della chiesa, quello opposto rispetto all'Oratorio. Vengono. Sono in cinque, stanno facendo una gara: bici da corsa col manubrio in giù, bici da cross con gli ammortizzatori (come la mia: io avevo la Saltafoss), bici del nonno con freno a stecca.
Tiro.
Un pilota sbanda, gli altri gli sono addosso, un groviglio infernale, ruote e gambe dappertutto. Non ho mica colpito in testa l’Umberto Patellani?!?!
Oddìo sono finito.
Sangue per terra.
Viene portato a casa.
Suo padre non è a Roma, c’è. Gli altri quattro, più numerosi infermieri accorsi dall’Oratorio, costituiscono il corteo e il drappello di trasporto: in quella casa ogni scusa è buona per entrare. Io me ne sto sulle scale della chiesa. L’Umberto è un amico. Col Bubu, il Cicci e il Lucio Menozzi facciamo un quintetto inbattibile a basket (certo, Bubu, hai ragione: fino a quando non siamo andati a Cantù).
Dunque, contrito, dispiaciuto, sono lì che aspetto. Dopo un bel po’ vedo arrivare trotterellando un messaggero, proprio il Bubo.
“Cos’è successo?” gli chiedo.
“Cazzo, Tirasassi, sei scemo? Hai colpito il Bissi in testa! Siamo entrati in casa, era tutto sporco di sangue. Suo padre si è incazzato di brutto, si è messo ad urlare. Mi ha guardato e ha gridato: “sei stato tu-u?!!”. io ho detto: “no, no, non sono stato io”.
Così facendo il Bubu ha portato le mani all’altezza delle spalle, con le palme rivolte verso di me, ed è indietreggiato di due passi, rivivendo quei momenti di terrore.
“Adesso lo hanno medicato, è a letto”.
Il Bubu era ancora molto spaventato. Io sono rimasto lì, con i miei sassi in mano. Lui non sapeva cosa fare, se andare a casa, restare lì, o tornare a vedere l’Umberto. Scartò la prima e l’ultima della tre possibilità: restò lì con me, guardando i sassi con aria preoccupata. Non so se lo fece per consolarmi o per assistere al prevedibile linciaggio.
Io buttai tutto nella vasca dei pesci. Il giorno dopo, a scuola, l’Umberto aveva un enorme cerotto sulla fronte. Su me, nessuna ripercussione. Strano. Chissà poi perché avevo quella mania. Fossi stato un americano avrei potuto forse essere un buon lanciatore in un campionato di baseball, invece a Sondrio e negli anni sessanta ero un pericolo pubblico e basta. Una volta ho tirato un cubetto di porfido al De Bernardi e l’ho centrato. Mah!
La cosa mi preoccupa, sul serio.
Sappiate che esiste il “preoccuparsi molto tempo dopo”.




Giovedì pomeriggio, lezioni di sci all’Aprica: in appendice lezione di sesso

Il sesso era qualcosa di indefinito. Adesso vi spiego perché, passando attraverso le piste di sci.
Giovedì pomeriggio.
Andiamo all’Aprica per la lezione settimanale di sci. Sulla corriera cinquanta piccoli delinquenti con: sci del nonno, calzoni del fratello più grande o più piccolo, collant toracici della mamma sotti i calzoni elasticizzati e con fascia bianca laterale per i più ricchi. Poi: cuffie col pon pon, giaccavento con cerniera quasi sempre rotta, dopo-sci di pelo tipo “ho ucciso due opossum per proteggermi i piedi”, occhialoni con elastico segaorecchie gialli – regalo di Natale. Tra l’ora di uscita della scuola e la partenza per l’Aprica avevamo circa ventotto minuti.
Ventotto minuti per: arrivare a casa di corsa con cartella a mano o zaino, cambiarci mangiando o mangiare cambiandoci; in ogni caso, tra “finisci la pasta perché dopo hai fame”, “la bistecca fa bene perché devi sciare”, “il dolce perché hai bisogno di zuccheri” erano sempre pranzi equivalenti alla reazione calorica necessaria per un paio di giorni di spedizione polare, il tutto mentre dovevi raccontare cosa era successo a scuola (“come quattro in matematica, ma non avevi scritto tutto sul braccio?”), incassare i soldi per la merenda (“cinquecento lire, sempre cinquecento lire, gli altri ne hanno mille!”) e guadagnare la pensilina di partenza perdendo e recuperando guanti e racchette. Pieni come panzerotti e felici come Pasque salivamo verso l’Aprica.
Curve.
Altre curve.
Dopo mezz’ora tutti avevamo smesso di ridere.
Le nostre facce andavano dal bianco-fantasma al giallo-bile al verde-post intossicazione.
Vomito.
Chilocalorie e chilocalorie settimanalmente ingurgitate per nulla e restituite in stato di agonia. Odore di vomito in tutto l’abitacolo, con quei cacchio di sacchetti di plastica completamente inutili.
Uno: perché sei ottimista e presuntuoso, ti illudi fino alla fine di controllare la situazione e di riuscire a cacciare indietro il pasto pantagruelico, e quando finalmente capisci che non ce la puoi fare e devi usarli, è troppo tardi.
Due: perché, nel momento in cui devi usarli, o non li trovi, oppure, ora che li hai tirati fuori dalla retina posta sul sedile anteriore, hai già anche vomitato il colon discendente.
Tre: perché per centrare il buco ci vuole mira e in certi momenti la mira scarseggia.
Quattro: perché hanno dimensioni da vomito di canarino e quando hai consumato in trecento secondi piatto di pasta con ragù più secondo con contorno più doppia fetta di torta (“mangiane ancora che su là fa freddo”, “m… m… gnam… sono… sono pieno”, “mangiane ancora che devi sciare”, sì va beh, devo sciare, non devo attraversare la Russia sulle mani), ti ci vuole un catino per renderla (citazione da “Arancia Meccanica”: rendere l’anima a Dio). Quei pochi che non avrebbero vomitato anche perché saggiamente hanno mangiato solo un tranquillo panino con la mortadella vomitano anche loro per l’infernale spettacolo al quale sono costretti ad assistere e, dopo la seconda spedizione, partono anch’essi pieni di primo, secondo con patatine e dolce perché “visto che vomiti, almeno ti resta giù qualcosa…”.
Il concetto di rimpinzamento del marmocchio che va a sciare era diffuso, unanimemente accettato, forse veniva anche quello del freddo e della fame patiti in guerra. Altro che conoscenze nei campi della nutrizione e dello sport: quando si arrivava a casa dopo la scuola, nell’opera di vestizione e riempimento le mamme e le sorelle maggiori, le zie e le nonne, davano il meglio. E dopo, quando, alla sera, venivano a sapere che tutto quel ben di Dio era stato restituito al mondo, rendendo inutilizzabile la corriera per due giorni e provocando ribellioni e proteste sindacali del personale delle pulizie e dell’autista, la colpa era appunto dell’autista, che guidava male e troppo in fretta, su per le curve.
Insomma, nella puzza tremenda di vomito, da est a ovest (sì, anche da sud a nord, insomma in tutto il pullman: qualcuno mi spiega la differenza tra pullman, autobus e corriera?) arriviamo all’Aprica.
L’autista si fionda fuori, tipo: “salvo per un pelo dalla camera a gas”, noi scendiamo puzzolenti e barcollanti, ma i meno dieci gradi del Palabione poi ci svegliano ben bene.
Seggiovia.
Qualcuno perde sempre qualcosa. Lungo il percorso dei seggiolini, a terra c’è un intero negozio di articoli sportivi di recupero per poveri. Sotto il cielo brumoso salivamo spavaldi, seminando una multicolore processione di guanti occhiali sciarpe racchette cuffie.
Cabinovia.
Solito scherzo del menga: c’è uno “coraggioso” che fa dondolare la cabina per far strizzare il compagno di viaggio fifone. Dentro, le implorazione e le minacce vanno da “basta, basta, ti prego, mamma aiuto!” a “bastardo quando arriviamo vedi, me la paghi, cazzo!”.
Ho visto io, con i miei occhi, addetti agli impianti sacramentare e andare nel caos più totale perché chi all’arrivo doveva scendere restava invece su a darle e prenderle, interrompendo il flusso regolare di espulsione degli sderenati.
Dopo l’arrivo, divisione in tre gruppi.
Primo gruppo: quelli non capaci.
Spazzaneve ampio con punte degli sci di legno incrociate, gomiti in fuori, “…pista…pista…pistaaa!!”, assoluta mancanza di controllo del mezzo di trasporto (beh? Non posso chiamare gli sci “mezzo di trasporto”? c’eravate voi all’Aprica nel sessantasei?).
Cadute spaventose.
La parte più brutta era poi risalire dieci metri a scaletta per recuperare una racchetta, o tutt’e due, o altro, o anche per aiutare un compagno falciato e dolorante.
Io facevo parte di questo gruppo. Eravamo i più imbranati, ma era anche il gruppo meno serio, quello in cui si ghignava di più. Con le nostre attrezzature multiformi, multimisure, multitessuti, multicolori, multirattoppi (multi, insomma) eravamo un’armata Brancaleone di quelle autentiche. Totò e Peppino che scendono dal treno a Milano nel leggendario film “scusmi, noio volevam savuar” sono molto, ma molto più eleganti e adeguati.
Secondo gruppo: i bravini. Spazzaneve più stretto, attrezzatura lievemente migliore (quindi: guardaroba del fratello, della sorella o dei genitori, niente altre generazioni), stile tipo “io vado a sciare con mio cugino di domenica a Caspoggio”. Minore il numero delle cadute. Già prove tra paletti di slalom gigante. Già una certa spocchia.
Terzo gruppo: era quello “di chi fa gare”. Cinque, massimo sei eletti, il futuro dell’agonismo scolastico. Hop, hop, hop. Slalom stretto. Atteggiamento da superiori. Nel passare davanti a noi, sfrecciando, lo sguardo andava da “guarda gli sfigati”, a “fatti da parte, non vedi che sto lavorando?”. Attrezzatura non più vecchia di quattro anni, sci Spalding Competition, maestro molto gasato.
Alle cinque della sera, sotto il sole imbigito, con stolido sconforto valutavamo i livelli di congelamento, da “non sento più i diti” a “colore blu notte da amputazione”.
Discesa.
Per i primi due gruppi non c’è problema.
Noi arriviamo dopo.
“Dopo” va da “un po’ dopo” a “moltissimo dopo”.
Una volta all’Alberto Magni è partito uno sci con uno scarpone: siluro supponente su discesa ripida, probabilmente recuperabile poi a pezzi sui tetti dell’Aprica bassa. Noi carogne lì piegati in otto dal ridere. Ridere di incredulità, ridere di sgomento, nel vedere quel prestidigitatore di scarpone portarsi via lo sci così, senza chiedere. L’Alberto (me lo ricordo benissimo) dice: “E adesso?”.
Il maestro, già esasperato e umiliato nel suo ruolo di insegnante dei maldestri, desideroso solo di arrivare in baita e scolarsi il serale litrozzo di rosso (si capisce dal naso) elargisce una geremiade completamente fuori luogo, basata sul tema: come si allacciano gli scarponi.
S’incazza proprio.
“Magni, togli l’altro sci e scendi a piedi!!!”.
“Ma se ho perso anche lo scarpone, c’ho la calza”.
L’Alberto era ed è un timido.
“Me ne frego! Così impari ad allacciarti come si deve! Dobbiamo andare. Togliti l’altro sci e scendi a piedi!”.
Povero Magni. Qualche anno dopo avrebbe tagliato con motoristica baldanza, sul suo Puch 250, otto volte al giorno, l’angolo via Bassi – via Lambertenghi, facendo un casino d’inferno e stimolando legittimi cristonamenti, ma in quel momento, in quel momento, me lo ricordo bene, piangeva mesto, col suo piede fradicio nella neve. Alcuni di noi, meno bastardi degli altri, si erano fermati.
“Sali sui miei sci, ti porto io”.
Si può immaginare il livello della soluzione. Gente che già non stava in piedi da sola e portava uno che da una parte aveva uno scarpone da sci, dall’altra un calzettone inzuppato (ambedue rivestimenti molto molto scivolosi), che con un braccio doveva tenere gli sci e le racchette e con l’altro avvinghiava tipo “non lasciarmi qui a morire dal freddo”. Tutti, compreso il maestro (vigliacco porco ubriacone) ormai a valle.
Il cielo già inquietante.
Sembriamo una banda di fenomeni da circo. Massimo della durata di una discesa con Magni a bordo: due metri e trenta. Neve fino al pancreas. Povero, povero Alberto. Noi almeno turnavamo, ma lui cadeva sempre, lui era sempre coinvolto, senza tregua. Credo che detenga il record (purtroppo non omologato) della discesa “poco sotto il Palabione-Aprica” di cadute. Non dimenticherò mai, dico mai, neanche quando non riconoscerò più mia moglie, lo sci del Magni, che parte con su lo scarpone, va via inesorabile e tranquillo con aria da superiore e noi restiamo lì a bocca aperta per cinque secondi, il Magni per dodici, a guardare quel figlio di buona donna di sci rosso che si portava via anche lo scarpone e, tutti e due, lasciano lì il proprietario interdetto e perso e incredulo e noi diamo il via ad una risata, ma ad un risata di quelle che difficilmente se sentono in un vita.
Ancora oggi mi domando: ma come cazzo ha fatto a perdere anche lo scarpone?
Mah!
Ritorno.
Ritorno dopo sproporzionata merenda.
Ritorno dopo sproporzionata merenda per recuperare le forze e riempire lo stomaco svuotato dal vomito.
Serie di curve.
Bianco, giallo, verde, nel tramonto anche rosa e arancione.
Vomito.
L’autista ogni volta si chiede: “Perché non ho fatto l’istruttore di scuole guida come mio cognato, cazzo?”.
Sul tirone Tresenda – Sondrio, là dove lo shock organico olfattivo visivo andava risolvendosi, lo spettacolo. Normalmente anche una mandria di vitelli, dopo una giornata come quella, si sarebbe stesa sfinita sul fieno del carro bestiame. Noi no. C’era lo spettacolo.
Il Tornelli, arrivato nella nostra classe quando eravamo già in quarta, era più vecchio di noi di un anno e, soprattutto, era un esibizionista. Il suo spettacolo consisteva in questo. Seduto nell’ultima fila, quella con le poltrone tutte unite, tirava fuori l’uccello, dritto, viola, fiero, teatrale, e noi tutti attorno a guardarlo.
“Ooooohh”.
“Posso toccarlo?”.
“È così che si fa l’amore?”.
Sembra una scena demenziale, qualcuno può pensare che fosse roba sporca. Non è così, non era così. Il Tornelli aveva queste erezioni e le esibiva a noi, come si esibisce un muscolo del braccio che si gonfia nello sforzo, come un bicipite, proprio, ingenuamente, senza pensarci su tanto. Allo stesso modo, noi, meno maturi sessualmente, guardavamo meravigliati e affascinati quel fenomeno. Lui faceva vedere, era contento di farlo e noi guardavamo e basta. Il sesso era una faccenda indefinita. Lo spettacolo del giovedì sera era parte integrante del programma, la più attesa. Se il Tornelli era assente, alla partenza si constatava tristi: “Ooh, non c’è il Tornelli…”.
Poi, lui aveva un certo carisma perché sosteneva di avere inchiodato al muro la bellissima Dell’Agostino e di averla baciata. Nessuna prova, però lui, intanto, lo diceva. C’era sempre una vedetta che controllava la parte anteriore, quella in cui il nostro maestro (non il maestro di sci, proprio il nostro maestro di scuola) parlava con l’autista. Se ci avesse scoperto, considerando la sua mano leggera, non so cosa sarebbe successo al pisello del Tornelli e a noi. Le vedette turnavano.
Atterravamo a Sondrio distrutti.
Due bordate di vomito, la neve dentro le orecchie, le discese a capitomboli, la merenda esagerata, eventualmente il trasporto del Magni avrebbero ammazzato chiunque. Ma noi eravamo torelli del quartiere del viale Milano – chiesa del Rosario: geneticamente indistruttibili. Quella volta famosa portammo a casa il Magni in gigiola, un po’ uno, un po’ l’altro. In alcuni c’era il senso della solidarietà e dell’utilizzo delle energie, non c’è che dire. Mi ricordo ancora che sua mamma diede a tutti una carezza e una caramella Scaramellini. Ecco. Questo era il nostro sesso.
Una volta chiedo al Francone:
“Cos’è il marchese?”.
“La donna perde sangue e non resta incinta”.
“Ah”.



Tutti in piscina

Andavamo a fare i bagni a Bormio con la scuola. Per anni, all’entrata, in via Bosatta, c’è stata la foto sotto vetro del Lazzeri che fa il morto nella vecchia piscina, a pancia all’aria, braccia e gambe divaricate, il maestro Bussoli e tutti noi attorno, a cerchio. (Abbiamo la cuffia orrenda di plastica? Applaudiamo? Non mi ricordo).
Corso di sci, corso di nuoto, corso di educazione stradale: lui ci teneva occupati in tutti i modi, sapeva benissimo che fuori dalla scuola facevamo solo castronate. L’acqua termale di Bormio sta a noi sondriesi come il Vesuvio sta ai napoletani: c’è, è lì, è in alto, è calda, ce ne vantiamo, se qualcuno non la conosce facciamo due occhi così. E, come se sali il Vesuvio la salita ti ammazza, così (mi si perdoni il paragone bizzarro) l’acqua bormina dopo venti minuti ti ha ucciso, perché è calda, spesso molto calda.
Però fa bene.
Non ho mai chiesto al maestro se nei suoi programmi c’era quello di lessarci e portarci a casa riconglioniti per un giorno almeno, in modo da ridurre la colossale diuturna fatica, ma non credo. Per lui “mens sana in corpore sano” era vangelo e poi in piscina ci veniva, stava dentro con noi.
Riguardo al corpore sano non c’era da nutrire nessun timore, il problema era la mens sana, perché, se al ritorno eravamo in catalessi, belli cotti come cotechini, all’andata era tutto un pestaggio “e tira fuori il costume di quello e mettilo in testa e prendi la cuffia di quell’altro e mettila sul pisello e prendi il panino col formaggio del tuo compagno mangia il formaggio e imbottiscilo col bagno schiuma”.
Certo, se il maestro si voltava ti fulminava col suo sguardo laser e restavi pietrificato cinque minuti, ma anche lui, povero cristo, non poteva mica fare Sondrio-Bormio ad occhiatacce: i raggi laser esauriscono. L’impresa era metterci a mollo, dopo ci pensava lei, l’acqua, a calmarci.
Lo sport più praticato a bordo del pullman era fare gestacci e offendere quelli che venivano dietro: camionisti, automobilisti, motociclisti, eccetera. Ci producevamo in un numero tale di manovre e spogliarelli e turpiloqui ben scanditi, da comunicazione tra sordomuti, che non so come mai nessuno abbia bloccato la corriera per massacrarci. È probabile che facessimo pena, o che gli offesi dicessero “sicuramente è un trasporto da un penitenziario minorile, strano però (sorpassandoci) non c’è scritto POLIZIA”.
Una volta il maestro ha fatto fermare il pullman ed ha dovuto togliere ad uno ad uno sei di noi, nel corridoio tra i sedili, da sopra un compagno che difendeva con la vita la propria borsa con dotazione da piscina.
Ci ha fatto scendere, noi sei, ci ha messi in fila, (pancia in dentro, petto in fuori, braccia lungo i fianchi, sguardo fisso davanti a sé) e ci ha formulato lì sui due piedi una predica di quelle che neanche ad Alcatraz……
Ci ha tirato giù la pelle, come diciamo noi.
In acqua non era malaccio: già, gente abituata al pozzone (con le bisce), al Gombaro (cinquanta metri sotto il Fossati, con l’acqua piena zeppa di coloranti perché il Fossati era una fabbrica tessile che scaricava tutto nel Mallero dando, a seconda della tintura usata, un colore ogni giorno diverso all’acqua e rallegrando così l’umore grigio dei cittadini) e alla piscina all’aperto della Castellina (col Gionni Olidei) in una vasca regolare forsepulita e calda andava a nozze. E proprio questo era il punto. Nell’acqua di Bormio non puoi scatenarti, è calda, se ti muovi troppo è come fare ginnastica dentro una sauna.
Oh, già!
Vai a dirlo a trenta minorenni del braccio della morte.
E mi butti tu e ti soffoco io e ci annegate voi e vi teniamo sotto noi.
Perché il maestro aveva carisma e incuteva timore, altrimenti lì ci scappava il morto. Non scherzo mica. Eppure ci ha portati al diplomino. Da non crederci. L’ultimo giorno di corso della quinta eccoci lì in fila, come cadetti dell’Accademia di Modena.
Fieri, mani incrociate dietro la schiena. Consegna del diploma e del tesserino: voto in quattro stili. Rana, dorso, crowl, delfino.
A noi!
Chiamati per nome, uno a uno.
Da quel momento al pozzone andavamo “diplomati” e nel rosa dipinto di rosa del Mallero eravamo “tesserati”. Abbiamo fatto il viaggio di ritorno scambiandoci la documentazione.
“Attento, mi fai una piega nel tesserino”.
Eppure sono proprio io, ho superato gli esami, questa è la mia foto. Abbiamo guardato Carosello, quella sera, sì, ma mentre ci passavano davanti agli occhi le rèclam di Calimero, Nicola Arigliano con l’Antonetto e Walter Chiari (“sì, Simmenthalmente buona!”) noi accarezzavamo le nostre patenti di nuotatori.
Vere patenti rosate, con i rettangoli per i timbri degli anni, come quelle dei nostri papà, per guidare la macchina.
“Vuoi fare una sfida?”
“Che stile?”
“Rana”
“Cra, cra. Perché c’hai il voto alto, a rana. Facciamo stile libero.”
“Ah, lì c’hai tu il voto alto”.
“Bim, bum, bam?”
“Va bene”
“Pari o dispari?”
“Pari”
“Bim, bum, bam?”
“Sette”
“Bim, bum, bam?”
“Dieci”
“Bim, bum, bam?”
“Tre”
“Bim, bum, bam?”
“Otto”
“Bim, bum, bam?”
“Sei”
“Ho vinto: si fa a rana, quanto scommettiamo?”
“Cinquanta?”
“Vai!”
“Quante vasche?”
“Dieci, andata e ritorno”.
“Via!”.
Lotte da olimpiadi, si dava l’anima, gli amici vociavano, si scalmanavano.
Bracciate forsennate da veri ranocchi.
Tutto, pur di non perdere.
“Ho vinto……dammi il cinquanta”.
“Non ce l’ho….te……..lo dà…….il Nico………..che me ne deve cento…………”.
“Nicooo? ……Nico!”.




La scuola

Semplice mondo di quotidiane lotte e ingenuità. E di scuola. A scuola eravamo veramente “oltre”, il maestro Bussoli era all’avanguardia. Fate conto che avevamo la cooperativa per la vendita di oggetti di cancelleria agli alunni delle altre classi. Ma non è che comprassimo e vendessimo così alla cacchio. Facevamo le prove di vari tipo di nastro adesivo per scegliere il migliore, contavamo il numero dei fogli dei quaderni per decidere quali fossero i più convenienti, giravamo per i negozi annotando i costi in modo da essere competitivi. Ricordo le prove delle gomme e le prove delle mine: diverse marche, diverse mani, sceglievamo il meglio. Potevamo contare anche sulla vendita porta a porta (le porte delle aule) e sulle strenne natalizie, nonché sulle liquidazioni di giugno. Poi c’era l’orto. Coltivavamo e vendevamo rapanelli.
Quando ci penso o ne parlo oggi con i miei vecchi compagni mi vengono in mente i rapanelli, non altro, non cavoli o melanzane, no, rapanelli.
Le clienti erano le maestre e le nostre stesse mamme: il raccolto andava via in un attimo, tant’è vero che occupammo anche gli spazi di terreno destinati alle altre classi, meno affariste di noi.
Avevamo i tornei di palla rilanciata: eravamo probabilmente gli unici in Europa che praticassimo cotale sport pescato non so dove dal maestro Bussoli, sport mai più visto né sentito né incontrato in nessuna latitudine.
C’era il nostro bravo tabellone con i nomi delle squadre, dei capitani e dei componenti, con i relativi risultati, che per noi contavano più dei voti scolastici. Io ho fondato la Fugitas. Me l’ha suggerito il papà il nome, in un momento di megalomania culturale. L’Athos Dell’Acqua chiamò la propria squadra “I medici” per via di uno stemma della facoltà di medicina sottratto al fratello. Facevamo spedizioni pomeridiane in bicicletta col maestro e il solito Pozzino doveva essere tenuto a bada con vari colpi di pompa. Una volta eravamo tutti pronti con le nostre bici in piazzetta. Il maestro aveva già detto più volte di fare meno baccano, ma i casinisti irrecuperabili non demordevano.
“Tutti a casa, non si va da nessuna parte!” e fila via sulla sua Bianchi. Il Tibi guarda il maestro e, tristissimo, bisbiglia: “Nooo, è da una settimana che mangio verdura cotta per poter venire….”.
Partecipavamo a quiz sull’educazione stradale che erano in programma alla radio. E abbiamo anche vinto qualche volta. Dovendo tenere sotto controllo diversi ceffi, il maestro aveva polso, manteneva le redini della situazione anche ricorrendo a metodi per così dire energici. Il problema era che il suo modo d’agire tendeva ad estendersi a tutto. Citerò ad esempio il famoso “caso Burassi”. Il Burassi era uno mite. Esce interrogato in storia. La domanda: “dove si trovavano gli Etruschi?”.
La leggenda ha portato poi alla sintesi: la domanda sugli Etruschi. La carta geografica era appesa sopra il banco dove sedevano il Moschetti e l’Enrico Bassola. Il Burro sale sul banco, allunga il braccio destro e, stendendo l’indice, il malcapitato addita un punto preciso della Toscana, stando sotto l’ampia cartina geografica.
Il maestro con voce flautata: “Pensaci bene”.
Lui ci pensa.
“Lì” insiste timido, spostando di pochi millimetri il ditino e sentendo già odore di lapidazione.
“Sei sicuro?” minaccia sibilante il maestro.
Silenzio.
Avvisaglie di tornado.
“Sssì”.
Primo dardo retrocrapa.
Il Moschetti e il Bassola, in formato bianco cadaverico, sanno che se a qualcuno deve toccare, loro saranno i primi, tengono fermo il banco che trema per effetto del ceffone che dalla testa attraverso la colonna vertebrale e arrivando alle piante dei piedi si scarica sulla fòrmica. Tutti spiattellati sui banchi, posizione anti bombardamento.
Solidali col Burassi, ma già piuttosto preoccupati per la propria integrità fisica, o, quanto meno, per le conseguenze in termini di ripercussioni nel campo compiti a casa.
C’è poi da dire questo: tutti noi avremmo risposto come il Burro. Gli Etruschi stavano in Toscana, lo sanno tutti.
Il maestro tigrino riformula la domanda:
“Dove erano stanziati gli Etruschi?”.
Nuovo leggero spostamento del ditino.
“Qquui?”.
Seconda folgore, più decisa, più precisa.
Il banco trema e con lui il Moschetti e il Bassola.
Oh, cazzo. Se chiama fuori un altro e poi un altro e così via, è un massacro.
“Ripeto la domanda: qual era il territorio in cui vivevano gli Etruschi?”
Ora la voce si è gonfiata e il barometro segna tempesta.
Il Burassi è in evidente stato di panico. Piange. Non sa se consegnarsi al nemico invocando la convezione di Ginevra o distendere nuovamente il braccio.
Si domanda: “Che sia la Sicilia?”.
Arrivano i primi cervellotici suggerimenti salvaclasse, tipo:
“Il Lazio”.
“La Campania”.
Il Gatti azzarda: “Il Molise”.
Quando il maestro domanda nuovamente dove si trovassero ‘sti Etruschi del menga, il Burassi è in uno stato di parossistica confusione e la classe con lui.
Ormai con le lacrime che gli impediscono di vedere la cartina dice ancora “qui” e indica un nuovo punto, spostandosi ancora di qualche millimetro e, finalmente, dopo un terzo e definitivo assaggio di dialettica fisico-geografica, il maestro sbotta: “Qui! Qui!” e percorre i confini della Toscana e del Lazio con un gesso, tracciando sulla carta geografica un cerchio bianco che ci ha ammonito e perseguitato per tutto il resto dell’anno scolastico.
Chissà cosa avranno pensato gli alunni che dopo di noi hanno usato quella cartina: forse alla chiarezza e all’efficacia visiva della lezione.
Comunque, da quel momento, abbiamo tenuto presente.
Dopo la quinta elementare il Burro non è più stato mio compagno, ma due verità sono certe:
uno: il “caso Etruschi”, o, secondo alcuni biografi, il “caso Burassi”, ha fatto storia e ancora, sicuramente, è nella memoria di ognuno di noi;
due: da allora il nostro sfortunato compagno, in occasione di ogni interrogazione che prevedesse anche vagamente delle domande inerenti alla geografia, col suo dito indice ha circumnavigato interi emisferi. Qualcuno mi ha raccontato che, più tardi, forse alle medie, dovendo indicare sulla carta geografica quale fosse e dove si trovasse la capitale della Francia, ha digitalmente considerato un ampio territorio, dalla Normandia alla Costa Azzurra, tenendo sotto controllo di sottecchi l’insegnate e, prudentemente, la mano sinistra sulla nuca, per avvicinarsi poi alla zona precisa con molta circospezione e lentezze.
Certe esperienze lasciano il segno. Commosso e atterrito ognuno di noi parla di questa esperienza a scopo catartico, ogni qualvolta incontri un vecchio compagno dopo lustri di non frequentazione. Ognuno di noi ricorda la sotterranea cacofonia dei suggerimenti spericolati, la sclera degli occhi del maestro iniettata di uno scandalizzato sentimento di rivalsa geografica. E, per il Burassi, forse il sogno ricorrente (perché, voi non avete sogni ricorrenti?) è un muro glabro, spoglio, nudo, bianco, senza cartine, su cui poter fare “qui” e “qui” all’infinito, non dovendo temere nulla e sorridendo.
Comunque il maestro Bussoli è stato un grande maestro ed è ricordato da tutti noi (comprensibilmente quasi) con affetto. Uno dei lati belli di essere suoi allievi era che avevamo soldi nostri in tasca, grana proveniente dai traffici della cooperativa e dell’orto. Alla fine della quinta io e il Serafino Bombardieri, appena ricevuta la nostra quota, siamo corsi alla Piccola Città, a comprare una Porche Carrera Bianca che da tempo era in vetrina.
È vero, non è che capitalizzassimo né che facessimo investimenti molto oculati (anzi, non abituati ad avere in mano denaro, sperperavamo tutto in boiate alla velocità della luce), però, chi, nel nostro quartiere, avrebbe potuto permettersi un modello Burago di Porche Carrera Bianca? Per dovere di cronaca corre obbligo che io citi anche altri acquisti conseguenti alla ricca spartizione dei guadagni di fine quinta: il Tornelli (solito super esibizionista) investì in una Bugatti Royale quarantuno del millenovecentotrenta, il Miotti in una Mercedes Benz trecento SL e il Tarchino in una Chevrolet Corvette Daytona Beach del cinquantasei, rossa.
Per la serie acquisti utili.
Io sono stato eletto presidente della cooperativa come molti altri. Non è che ci tenessi molto, soprattutto per il problema della chiave della cassa, che tra poco vi spiegherò. Il fatto è che venivo votato e non credo che esistesse la possibilità di rifiutare l’incarico. Inoltre, mio padre ci teneva tantissimo.
Oh, sì, si. Capo classe, presidente della cooperativa, capo squadra di pallarilanciata, anche capo orto e capo marketing vendita rapanelli, se fossero esistiti questi ruoli: per lui dovevo sempre essere quello votato. Mi insegnò anche che dovevo votarmi, spiegandomi che era scontato che lo facessero anche i politici di professione. Insomma, essere presidente della cooperativa significava avere in custodia la chiave della cassa, appesa al collo con un nastro, “ventiquattr’ore su ventiquattro, anche quando dormi, quando mangi, quando vai a gabinetto, anche quando fai il bagno”.
‘Sta cazzo di chiave.
È chiaro che una faccenda di questo tipo sviluppa un forse senso di responsabilità, però, vi assicuro, avere al collo sempre un nastro con una chiave che pesa come un etto e mezzo di bresaola non è simpatico, anche perché mentre giochi a basket ti rimbalza sul grugno e nel corso di un corpo a corpo può essere usata contro di te che la custodisci, per esempio, perché il nastro era un ottimo cappio.
Non posso evitare di far capire perché l’ho paragonata ad un etto e mezzo di bresaola. Chi legge potrebbe giustamente fare obiezione affermando: gli etti e mezzi son tutti uguali, che si tratti di marmellata di fichi o di caciotta. È vero. Ma il fatto è che io ero spedito spesso dal Tempra o dal De Marzi a fare la spesa e siccome si riteneva che la bresaola fosse cibo particolarmente nutriente, nella lista compariva spesso l’etto e mezzo del locale salume, per cui, soppesando quello e la chiave, mi ero reso conto del fatto che erano uguali. Cosa credete, che le nostra cassa venisse aperta con una chiavetta Yale da lucchettino? Eh no, troppo facile, troppo leggera. Almeno quando andavo a letto me la toglievo. Le mie sorelle erano state minacciate scrupolosamente, in modo che non rivelassero il segreto a nessuno. Al mattino quando ero già a metà della via Bassi: “La chiave! Ehi, sveglia, hai dimenticato la chiave!”.
‘Sta cazzo di chiave.
In occasione della festa degli alberi si andava giù tutti alla Castellina (quella sull’Adda) e si partecipava alla cerimonia con sindaco, assessore, provveditore e compagnia bella. Il rito consisteva nel piantare una serie di alberi, credo pioppi, nell’ascoltare discorsi tipo “crescete assieme a loro e speriamo che….”, o “la natura è un bene prezioso che va protetto….” (see, vai a vedere com’è la Castellina adesso) e, soprattutto, per noi, essere premiati. D’accordo, i premi consistevano in libri, ma allora il libro era ancora un oggetto di lusso. Il problema era scegliere chi meritasse il premio, sì, perché ci doveva essere un meritevole per classe. Alla domande del maestro “chi ha fatto almeno una buona azione per la natura?”, perché il nocciolo era quello, il premio sarebbe andato a colui che avesse potuto vantare un’azione degna di lode nel settore “cura e amore per la natura”, dopo pochi secondi di silenzio e di occhiate interrogative veniva partorita una serie di risposte false e sbrindellate da crepare dal ridere, per la spudoratezza degli autori, per la fantasia delle esposizioni, per la clamorosa mendacia delle spiegazioni. Si andava da “ho salvato la coda di una lucertola e l’ho tenuta in casa in una scatola delle scarpe col coperchio bucato dandole erba e acqua perché cosi ricresceva la lucertola” a “io l’anno scorso ho tolto il formaggio dalla trappola in cantina cosi non entrava il topo, …sì, sì”.
Si giocava al rilancio per quei quattro libri che poi nessuno avrebbe letto. E mentre il maestro portava le mani alla testa e le dita tra i già candidi capelli, non sapendo in quel frangente quali pesci pigliare, partiva la giostra del racconto delle buone azioni. In quel contesto strappalacrime anche il peggior torturatore di gatti diventava un San Francesco delle aiuole urbane, una guardia forestale dei prati periferici. Ancora una vita dopo si accusano gravi problemi di ritenzione urinaria nel ricordare quelle panzane. Metto una pannocchia sul davanzale per i piccioni, porto le briciole di pane al formicaio giù in cortile, canto la ninna nanna al criceto, bagno i cirani di mia nonna e così via, in un crescendo di boiate che si rincorrevano. Ma cosa?! Ma se il nostro gioco preferito era fare incazzare il cane lupo Bill e poi scappare dentro la chiesa lasciandolo fuori ad abbaiare e sghignazzando carichi di adrenalina nel vederlo dalla finestre assatanato e con la bava alla bocca per la rabbia!
Non parliamo della formiche, arrostite a migliaia con la boccetta di plastica dell’alcol uso lanciafiamme, o le rane sterminate a sassate o infilate su frecce e passate al fuoco (questa era una invenzione del Friz e si chiamava tortura Apache), fino ai piccioni catturati e passati in padella col burro, pappati nei lunghi pomeriggi estivi. Insomma, un premio da nulla, poco più che simbolico, totalmente inutile per quasi tutti noi, bastava già a scatenare livelli di ipocrisia da gaglioffi navigati. Anche i più timidi avevano “un pesciolino rosso, che gli ho salvato la vita stringendogli la pancia perché aveva mangiato troppo”. In quarta vinse il Cicci.
Motivazione: recupero di merlo finito tra i gatti in fase di apprendistato aviatorio e sua crescita dentro gabbia, fino alla liberazione verso gli spazi aperti. Il Cicci, giù all’albergo Milano, aveva un’enorme voliera con canarini e pappagalli, per cui doveva esserci una vaga base, una remota possibilità che ci fosse del vero nel suo racconto.
Il maestro lo istruì e lui salì emozionato sulla piattaforma delle autorità per ritirare i libri, spiegando al microfono quale era stata la buona azione. Povero maestro, già per noi faceva di tutto, ci curava pure di pomeriggio portandoci alla Sassella o anche solo in via Valeriana in bicicletta perché aveva capito quale fosse il livello delle nostre ore libere: ma proprio ad una classe di scannagatti come noi dovevano venire a chiedere cosa facevamo di buono per la natura?
Dai, cacchio, non eravamo mica i fighetti della piazza Campello. Noi, per tirare giù venti biscugìn, abbattevamo una pianta senza indugio! Non potevamo neanche giocarci la carta dell’orto o della vendita dei rapanelli perché non si trattava dell’azione di un singolo e poi era uso del bene – natura a scopo di lucro, non protezione o segno di rispetto. In quinta la situazione era talmente disperata, il livello dei resoconti e delle invenzioni talmente basso, che il maestro decise per un sorteggio. In pratica ognuno doveva scrivere su un foglietto la sua azione meritoria e poi si tirava a sorte. Non mi ricordo chi ha vinto, ma qualcuno, su quella piattaforma, ce l’abbiamo mandato. Dopo i non significativi primi due anni delle elementari, l’essere raccolti dal maestro Bussoli in terza e portati fino alla quinta fu una vera fortuna. Fu un po’ come Gesù sceso tra i ladroni.
Quando si vedeva verdeggiare il sempiterno loden, ogni azione di rappresaglia aveva fine, ogni ferocia si esauriva e ogni oggetto contundente o arma bianca scivolava nella scarsella. Il lunedì c’era la temutissima cronaca. Bisognava raccontare come era stata impiegata la domenica. Se eri uno come il Tibi e andavi sempre a Cino te la cavavi: il componimento poteva risultare piuttosto ripetitivo, ma accettabile dal punto di vista etico e morale. Se, come l’Antonio Praticò, trascorrevi il pomeriggio festivo ripassando matematica o smaltendo tranquillamente le prelibatezze calabresi, eri a posto. Ma se come l’Umberto, il Bubu, il Cicci, il Tempra, il Tarchino e me andavi sempre a fare casino al cinema Odeon a vedere film come “Monta in sella, figlio di puttana”, cosa potevi scrivere? Forse potevi raccontare al già depresso correttore che, incisi i nostri nomi sul legno delle sedie, alle quattro uscivamo dalla sala cavalcando fino alla piazzetta al canto di “vamos a matar compagneros”?
Eh, no….
Nel delirio compiacente trionfava la retorica: verso le quindici, dopo aver salutato gli zii, mi sono recato al cimitero….
Come, ancora la cimitero? Ma quanti nonni morti hai?
Sceso dall’autobus con la mamma, mi sono portato fino al Trippi per gustare una fetta di torta al cioccolato colla panna, dopo di che……
Da non crederci.
E infatti escludo che il maestro ci credesse, ma se sei nel Bronx Subalpino e non ai Parioli ti devi accontentare. Si accontentava, con affetto. La sua scuola era bastone e carota. Penso che lui e il don Giovanni siano stati i nostri veri fari, in quegli anni. Io me la cavavo in italiano ed ero autorizzato a passare tra i banchi per aiutare i compagni impantanati in difficoltà linguistiche. Il senso pratico portò presto l’Athos Dell’Acqua a commercializzare la cosa. Ho detto che si era impossessato di un distintivo della facoltà di medicina appartenente al fratello. Inventò il pacchetto: correzione (diritto ad una correzione settimanale), più gagliardetto riprodotto su cartoncino e colorato più non so cosa. Veniva venduto ogni lunedì a modico prezzo. Per qualche settimana ebbe un relativo successo poi naufragò, sia perché l’accumulo di ammennicoli o, almeno, di quell’ammennicolo, non attirava più di tanto, sia perché ero minacciato da chi non veniva aiutato perché non aveva acquistato il pacchetto. La terza cosa compresa nell’offerta non doveva essere molto interessante.
Il maestro chiama fuori il Francone.
“Dunque, Giordani, tra i prodotti importanti per l’economia del Piemonte ci sarebbero le castagne, hai scritto….”.
Il tono è del tipo: eri ubriaco, vero?
Pausa di cinque secondi.
“Me l’ha detto lui!” e mi addita.
Vai ad aiutare gli amici….
Ghignata generale, anche se i più non avevano la minima idea circa la produzione agricola del Piemonte.
Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna, Forlì, Ravenna, Ferrara. Le province dell’Emilia Romagna me le ricordo ancora bene, “elencate lungo l’autostrada del sole”. Quando il maestro, accortosi del fatto che le aveva imparate solo il Timini, disse “Domani le chiedo a tutti. Quattro a chi non le sa”, le imparammo, eccome.
Se mancava qualche minuto alla campanella e non avevamo niente da fare c’era la gara del calcolo a mente. Se la domanda era, per esempio, otto per trenta, chi rispondeva lo doveva fare alzandosi in piedi, poi, se era stato il più veloce e la risposta era giusta, restava in quella posizione, sfidato nella domanda successiva.
Naturalmente, ogni volta, rimaneva in piedi chi aveva risposto all’ultimo quesito in modo corretto.
Io andavo d’accordo con il maestro. Mi prendeva un po’ per il culo per via del berretto tipo coppola con il paraorecchie.
Ho sempre avuto le orecchie a sventola. Siccome la mia mamma, probabilmente, era convinta che captassero le otiti più delle orecchie normali, mi obbligava ad indossare quel copricapo umiliante. Il problema, per sbarazzarsene, era strategico topografico: il tratto di strada tra il mio condominio e la curva (svoltata la quale potevo essere visto dal maestro e dai compagni con la tremebonda coppola scozzese e il paraorecchie calato) era breve. Mia madre controllava dalla finestra che la tenessi in testa, per cui avevo circa un metro di tragitto che era un’area in cui lei non poteva più vedermi e ancora non entravo nel territorio visibile dagli altri. Lì la toglievo. Tra chiave della cooperativa e cappello avevo i miei problemi, sì, minori, se paragonati alla triade Pozzino – Drusa – Pazzeti. Effettivamente scuola e vestimenti non erano le grane più grosse.
Poteva succedere che si sviluppassero inaspettatamente possibilità di eliminazione: grana scaccia grana.
“Dov’è la coppola?”.
“Me l’ha buttata il Pazzetti nel recinto del Bill”.
“Coosa?”.
“Me l’ha buttata il Pazzetti nel recinto del Bill”.
“Tu sempre a rognare, eh! Oggi te ne compro un’altra”.
“Oh cazzo!”.


La pancera

Un elemento di disturbo era la pancera Gibaud. Dovevo tenerla “per il freddo”. Si tenga presente che mio padre si copriva con coprispalle, coprigomiti, pancera e copriginocchia Gibaud. Diceva che sentiva ancora il freddo della guerra e della prigionia in Germania.
Torneo di calcio.
Sono in riserva, come al solito. Ad un certo punto, a causa di un infortunio del Palazzin, il maestro, nella veste di allenatore, mi fa segno di prepararmi ad entrare.
“Io?!?”.
Dagli spalti del Balilla: “Bosatta, Bosatta, Bosatta, leon, leon, leon, fischio, bum” riprendendo il motivetto del film con Vittorio Gassman nel ruolo di Brancaleone.
Strano. Chiama me.
Durante le selezioni al campo sportivo ho fatto un goal di puro culo tirando senza neanche rendermi conto, per cui sono stato messo dentro come riserva, ma non so giocare a calcio e in definitiva neanche mi piace. Ho partecipato perché me lo ha chiesto il maestro e poi perché ci andavano tutti gli amici della classe. Il maestro aveva stabilito che la selezione doveva prevedere l’entrata di ciascuno, in una sola partita, per cinque-dieci minuti.
A me, in quei pochi minuti, è capitata la palla sul piede, dopo che non l’avevo neanche mai toccata, e ho tirato così, a caso, tipo “non so neanche dov’è la porta, né qual è la mia e quella degli altri, ma da qualche parte dovevo pur buttare ‘sta bocia perché attorno urlano tutti”, ed ho fatto goal.
Eccomi dunque in riserva.
Mi preparo per entrare.
Tiro su il golf e lo tolgo per infilarmi la maglietta col numero otto e tutti giù a ridere.
Boh! Cosa cacchio hanno da ridere? Eh? … Cosa?
“La pancera! Uah…uah…uah! … La pancera! … Che pirla!”
Avevo la pancera, lì, bella visibile, in tutta la sua prosopopea, con la scritta Gibaud in evidenza. Ridevano tutti, anche il maestro, anche l’arbitro, i guardialinee, gli spettatori, i compagni e gli avversari. Sono diventato rosso-ustione di terzo grado a Rimini il primo giorno di vacanza, non solo in senso quantitativo, ma anche nel senso che sono rimasto rosso di vergogna per tutto il tempo.
Non mi ricordo come sia finita la partita. Sarà stato già tanto se non ho fatto autogoal, schiacciato dalla vergogna com’ero, però ricordo che mi hanno chiamato Pancera per mesi. Del resto nessuno veniva mai chiamato col suo vero nome. Io sono stato: Tirasassi Joe, Pancera, Ezechiele Lupo Crudele, Izzec, Isaac, Distinto. Negli anni sessanta-settanta si usava molto appioppare i soprannomi. Oggi non più.
La nostra generazione, tra le altre cose, è stata anche l’ultima dei soprannomi a tutti i costi. Quelle che ci hanno preceduto avevano dentro questa abitudine, ancora, in modo più forte, nei paesi e nelle piccole città e, spesso, il soprannome era poi l’unico nome conosciuto, quello che restava fino alla morte e dopo. Capita tutt’oggi, benché sempre più raramente, di leggere un annuncio mortuario come “Vaninetti Giacinto, detto Pinìn”.
La morale di questa storia quale può essere? Beh, forse che la pancera può anche fare male se non portata con la giusta discrezione.



Venghino, venghino siori, inisia lo sscccpetacolo!

Qualche volta i ragazzi più grandi di noi e le donne benemerite del quartiere organizzavano qualche spettacolo con vendita di beneficenza. Tutti gli incassi erano “pro” qualcosa. Pro missioni, pro restauro della chiesa, pro acquisto di sedie nuove per il cinema, pro ampliamento Oratorio. E dove c’è un pro c’è un contro. Erano contro di noi, in quelle sventurate esperienze io ci finivo sempre. O dovevo recitare una poesia o dovevo cantare o facevo l’attore ricoprendo ruoli secondari in scenette demenziali, insomma, con tutta la marmaglia venivo reclutato e su quel palco ci sono andato varie volte. In una di quelle tragiche rappresentazioni ho fatto il mese di novembre.
Venivo naturalmente dopo ottobre, il mio amico Athos Dell’Acqua, e prima di dicembre, il Giorgio Miotti. Dovevo salire sul palco vestito con un poncho (?), con un cappello slabbrato di paglia, tipo spaventapasseri, tenendo un rastrello e, sulle spalle, una gerla riempita di stracci, sormontati da uno strato di pannocchie, per far credere che fosse tutta piena di quei grani arancioni e gialli.
Dovevo recitare: “Sono novembre, cadute le foglie si ricordano i morti…” e lo dovevo dire “con espressione molto triste”. Mi ricordo il volonteroso catechista, che mi aveva istruito, che mimava da dietro la tenda, per ricordarmi di stare piegato, bello curvo, e di avere un atteggiamento tetro, invernale. Avevo trascorso una settimana ripetendo quella solfa nel corridoio di casa mia, con la Palma, la nostra aiutante, che mi diceva: “Stai più piegato!” e: “il rastrello si tiene così…”.
Già, lei, d’estate, falciava i prati di Postalesio. Io sono un cittadino, che cacchio ne sapevo di gerle e rastrelli?
Una volta ero seduto ad un tavolo e, sotto i riflettori, dovevo leggere una lettera che, nella mente di chi l’aveva scritta, avrebbe dovuto far slogare le ganasce dalle risate. Ero un figlio a naia che scriveva alla mamma: “Cara madre, prendo la penna per scriverti a matita…”.
Ma la volta più tragica (dico: tragica), quella che mai e poi mai perdonerò a mia madre, è stata quando ho dovuto cantare “Il pinguino Belisario”. Alle audizioni mi aveva trascinato lei a viva forza. Mi aveva proprio condotto di peso, tirandomi, nel senso che mi aveva via via sradicato dai braccioli delle sedie alle quali mi avvinghiavo nel corridoio del cinema. Mi tirava verso il palco, io perdevo terreno, puntavo i piedi, urlavo: “No! No! Non ci voglio andare!”.
Seguirono due settimane di prove col maestro e trombettista della banda cittadina, signor Longo. Ogni sera, dopo cena, andavo a casa sua e provavamo e riprovavamo. Alla fine ‘sto pinguino Belisario mi usciva da tutti i pori. Sera delle prove generali sul palco: tutto bene.
La sera della prima. Sindaco e autorità varie in prima fila. Bello sorridente e giulivo, anche il don. Ringraziamenti a destra e a sinistra, auguri, saluti, ma che bravi questi nostri giovani, inviti ad essere generosi verso le missioni, poi scenette, canzoni, poesie, fischi, applausi, e….
Arriva inesorabile il mio turno. Il presentatore in papillon mi annuncia e io esco tutto rigido tipo Edward mani di forbice, con i miei dieci anni e il golf blu con striscia bianca sulle maniche, fatto fare da mia madre in una fase di esaltazione pre spettacolo, copiando l’indumento indossato allo Zecchino d’Oro dal bambino che ha cantato la canzone che dovevo cantare io. Qualche facezia del presentatore.
“Ecco qua il nostro Gianni Morandii…”.
E come ti chiami e quanti anni hai. Io rispondo a monosillabi. Lui capisce che, parlando con me, non cava fuori niente, capisce che sono atterrito e se la svigna con un “Un bell’applausooo…”.
Maledetto. Invece che mettermi in salvo con una semplice e pietosa mossa tipo “E ora, conosciuto questo bravo cantante, che si farà strada, passiamo alle barzellette”, no, no, mi lascia lì davanti a duecento persone mute.
Che caldo. Sudavo.
Ma durante le prove non c’erano tutti ‘sti riflettori! A destra, dietro le quinte, gli attori, a sinistra i barzellettieri, ogni via di fuga chiusa. Sorridevano, e io, il cantante, lì al centro, che non vedevo nessuno. Sentivo davanti duemila presente. Si alza dalla platea un “Dai Ezechiele!”.
La banda-orchestra alle mie spalle attacca.
Blocco. Blocco totale. Non mi ricordo più una mazza.
Oh, cazzo!
Ma se a casa del maestro Longo la conoscono tutti “Il pinguino Belisario”, la moglie canterella il refrain mentre lava i piatti, i figli Pietro e Paolo mentre incollano le figurine, i tavoli mentre tavoleggiano, i cassetti mentre cassettano, tutto, i muri, i rubinetti, i vicini, anche i vicini.
Zum-pa-pa, Zum-pa-pa. L’orchestra tira per le lunghe, aspettando che io incominci. Guardo il trombettista maestro direttore Longo: panico nei miei occhi, panico incazzamento rabbia impotente nei suoi.
Con le pupille mi dice: “Ma come? Abbiamo provato duecento volte… Non mi puoi fare questo… Non mi fare questo adesso…”.
Zum-pa-pa, Zum-pa-pa. L’orchestra tira per le lunghe, aspetta che io incominci. Guardo il trombettista maestro e direttore Longo: panico nei miei occhi, panico incazzamento rabbia impotente nei suoi. Con le pupille mi dice : “Ma come….abbiamo provato duecento volte….Non mi fare questo….Non mi fare questo adesso….”
Zum-pa-pa, Zum-pa-pa.
La banda mena il can per l’aia, i musicisti si guardano. Io indietreggio, lui avanza, mi si avvicina, sempre voltando le spalle al pubblico e muovendo la bacchetta e, come un cobra assetato di sangue di cantante, sibila: “Tre orsi nel mare glaciale…”
“Eh?...” dico nel microfono, provocando una clamorosa bordata di risate tra il pubblico.
Ci guardiamo.
Il mio sguardo chiede pietà. Il suo purtroppo sembra dire: adesso fermo tutto, metto giù la bacchetta, mi tolgo la giacca, slaccio ‘sto farfallino del menga, rimbocco le maniche, prendo la tromba poi, se non canti, sai cosa ci faccio con la …
Risssibila: “Tre orsi nel mare glaciale…”.
“Eh?”. Sempre nel microfono.
Altra salve di risate dalla platea. In prima fila un’anima caritatevole e piena di comprensione, forse il don Giovani, ma non posso giurarci perché ero in overdose di panico (don, don, vieni a salvarmi, tu puoi farlo!), dice: “Povero fiöö, el s’è desmentegàa…”-
Poi il santo protettore dei menestrelli guarda giù e ho l’illuminazione:
“Tre orsi nel mare glaciale…” e parto.
Dalla sala “Vai Izzec!”.
Biblica esultanza, letizia, tripudio liberatorio, gli applausi interminabili coprono quasi tutta la canzone.
Fortunatamente, perché l’ho cantata da ‘mbriacato fradicio..
“….. sai che mis-si-le- sa-ràaaaa…..”.
Oooh, ho finito.
Mentre cantavo, comunque applausi o no, il maestro Longo non mi ha mai mollato. Aveva troppa paura di una recidiva amnesica. Abbiamo cantato così: lui suggeriva, io ripetevo. Io dovevo guardare il pubblico, lui era praticamente di fianco a me, cantava piano uno strofa e io ripetevo. Mi guardava di sottecchi, per ogni secondo che dedicava all’orchestra ne riservava quattro a me, come dire: “Mo’ te magno”.
Bene o male siamo arrivati in fondo.
Praticamente è stata l’esibizione più applaudita della serata, ma non perché fossi stato il più bravo, no, questo è chiaro, ma perché la gente…la gente, quasi tutta del mio quartiere, prima ha sofferto, ha chiuso gli occhi, ha pregato, ha pensato di scappare al mio posto, ha preso in considerazione la possibilità di promuovere una mozione di salvataggio e poi, quando inaspettatamente ho attaccato, ha dato sfogo al suo stesso sbigottimento, ha tirato giù i muri come per dire “salvi!!!”.
Ho messo in salvo io la pelle dileguandomi dietro le quinte e poi verso casa. A mia madre non l’ho mai perdonata. Il maestro Longo non l’ho più rivisto. Ho pensato di telefonargli, almeno, per scusarmi, ma nelle giornate immediatamente successive al tragicissimo evento ho temuto che mi fucilasse via cavo, poi, poi ho preso coscienza della mia vergogna e mi è proprio mancato il coraggio del tutto. Ovunque lei sia, maestro Longo, le chiedo scusa, sentitamente. Almeno ho imparato cos’è il panico più totale e dopo lo shock, nei mesi successivi, ho metabolizzato il trauma, cosicché, l’anno dopo, sono arrivato terzo al festival del campeggio di Santa Caterina, proprio cavalcando “il pinguino Belisario” e l’anno successivo ho vinto con “Pugni chiusi” dei Ribelli.
Secondo, come ho già scritto, il Giuliano Badessi con “Nel sole” di Al Bano, terzi i gemelli Giovanni e Serafino Bombardieri con “Cosa c’è? Cosa c’è? Cosa c’è? Cosa c’è? Han rapito la bella Rosina. Il bandito Pepé se l’è presa con sé e stanotte la vuol sposar. Ma a uno squillo di tromba la terra rimbomba e una nuvola bianca compar: arrivano i nostri a cavallo di un cavaal, arrivano i nostri con in testa il generaal, e il nobile Pancio, ha preso lo slancio, facendo il cappello nel vento sventolar…”.
No, scusate, lasciatemi finire, non tiratemi via, è troppo bella.
“…Arrivano i nostri giù dai monti del Far West, arrivan dal nord, dal sud, dall’ovest e dall’eeest, gli spettatori cicim e ciciam, si levano in piedi e battono le maan! Spara spara, galoppa galoppa, il perfido Pepé, ma il nobile Pancio l’accoppa, sparando lesto in pièèee…”.
Va bene, va bene, mi fermo.
Dopo sono arrivati per noi i Led Zeppelin e i Deep Purple, ancora adesso il Friz li ascolta, anche di notte, ma “La bella Rosina” è indimenticabile.
Lo spettacolo faceva parte del nostro mondo, anche perché i due guru ci credevano, allo spettacolo, come momento di aggregazione, nonché educativo. Il don Giovanni ci ha lavato i piedi in molti venerdì santi.
Sì, d’accordo, non era spettacolo quello, ma eravamo in scena, comunque. In ogni caso a lui il cinema e il teatro piacevano. Un giovedì era di fianco a me, stavamo guardando Stallio e Ollio che portavano su, lungo una scala, un pianoforte, e il don, praticamente ammazzato dalle risate, ha continuato a darmi gomitate atterra-buoi dicendo, con le lacrime agli occhi: “Ti piacciono Cric e Croc, eh? Ti piacciono?”.
Sì don, mi piacciono.
Però, dopo il primo tempo ho fatto cambio con l’Angelo Dell’Agostino.
Il sacerdote Giovanni Maccani era un padreterno e un bambinone: è stato la nostra boa, capace di farsi obbedire con uno sguardo (da gente che rubava le nazionali sciolte al nonno senza fare una piega) e di rincorrerci sollevando la sottana a rialzo. È stato un papà dolcissimo. Quando ti accarezzava sulla testa con la sua manona, senza proferire parola ti diceva: “Stai tranquillo, ci sono io”.
Anche al maestro Bussoli, l’altro fanale della notte, piacevano gli spettacoli. Tante volte nell’ultima mezz’ora ci faceva “fare teatro”.
Chi si candidava (sempre gli stessi) poteva uscire per dieci minuti dall’aula, inventare una trama, attribuire i ruoli e rientrare per realizzare quelle espressioni massimamente estemporanee di creatività. Andava sempre allo stesso modo. La scenetta iniziava sempre con un dialogo pacato per i primi ventidue secondi, poi già qualcuno alzava la voce, gli interpreti si arrabbiavano, uno saltava addosso ad un altro e sempre, dico sempre, finiva in una lotta. Ma, vorrei capire. Visto che è proprio come la racconto, mi domando: dunque, avevamo otto, nove, dieci anni, questo è vero, e non potevamo certo concepire grandi dialoghi in pochi minuti, anche questo è vero, inoltre non avevamo alla spalle sufficienti conoscenze nel campo della drammaturgia, però, dico io, possibile che sempre, sempre le scenette dovevano finire con una montagnetta di persone che si davano crapadoni, una sopra l’altra, e il maestro che guardava altrove, non sapendo neanche più se ridere o piangere o farsi traferire nel sud della Sardegna?
Mah!
Mai assoldare attori o sceneggiatori del viale Milano – chiesa del Santo Rosario a Sondrio.
Poi c’era il gruppo d’imitatori del famoso gruppo di musica leggera I Giganti. “Io credo che l’amor sia la più bella cosa cheee, dan dadadadan, dia felicitàaa, ma quel che credo è poi veritaàa?...”.
“Me ciami Brambila e fò l’uperari, lavuri la ghisa…..”.
Siccome tolti i timidi, i non esibizionisti, quelli stonati come campane rotte, chi non volveva prenderle nel corso dello spettacolo teatrale, ne rimanevano pochi, gli attori e i cantanti erano sempre gli stessi.
Diceva all’Angelini o al Palazzin: “Dai, vieni fuori una volta tu”.
Sii, col cacchio. Noi timidi facevamo già gli spettatori: non era poco considerando cosa dovevamo vedere e sentire. Al maestro Bussoli piaceva la musica. Abbiamo anche imparato le note. Un giorno sono scritte alla lavagna.
“Chi le sa leggere?”.
“Io: fa, la, do, mi”.
“Bravo e come mai le conosci?”.
“Prendo lezioni di chitarra”.
Il fatto è che la mia nonna, a Natale, mi aveva regalato una bellissima chitarra Eko…no, quella non l’ho usata contro il Pozzino…quindi dovevo prendere lezioni. Il mercoledì pomeriggio veniva a casa il mastro di musica signor Della Bosca. Paziente, elegante, abile nel trarre gradevoli armonie dallo strumento. Mi dava i compiti da fare. Io, che avevo un senso del dovere piuttosto sviluppato, avrei voluto dedicarmi al solfeggio, ma era troppo una palla e così ogni mercoledì era un dramma, non avevo toccato la chitarra tutta la settimana e dalle quattro e mezzo alle cinque cercavo di recuperare. Il maestro mi trovava chino sulle corde, con la lingua tra i denti, a straziare le musiche, ma non potevo certo ottenere il risultato “per cui bisogna esercitarsi un’ora al giorno”. Mi sarebbe piaciuto suonare come i Nomadi o Bobby Solo, ma non riuscii a superare la frustrante fase del solfeggio. Un giorno il maestro, alla fine dell’ora, fece una suonatina, poi disse a mia mamma: lasciamo perdere.
Lo spettacolo era anche il cinema. Ma non solo quello del giovedì. C’era il cinema proibito, del Pedretti.
Fece storia “Helga”.
“Si vede tutto, proprio tutto. L’uomo e la donna nudi. L’uomo sopra la donna. Poi si vede come nasce il bambino, come esce dalla pancia”.
Cazzarola!!
Piccolo particolare: vietato ai quattordici (in gergo; in italiano: vietato ai minori di quattordici anni).
Allora: o eri timido, come me e come molti altri, e non ti azzardavi a cercare di entrare, e infatti io “Helga” l’ho visto solo sui cartelloni, oppure avevi il pelo sullo stomaco e ci provavi. E poteva andarti anche bene. Uno che ci è riuscito è stato il Lalo, favorito anche dal fatto che si poteva dribblare la cassa, perché c’era un’unica famosa maschera che, se stavi lì, fuori dal cinema e, con molta faccia tosta, gli facevi segno, lui, al momento giusto, quando davanti alla biglietteria c’era la coda, ti mandava un segnale che significava “svelto, passa” e allora tu passavi dandogli in contanti la metà del biglietto e imboscandoti. A lui non interessava che fosse vietato ai quattordici o ai diciotto o ai quarantadue.
Il Lalo è andato avanti due mesi a raccontare cosa si vedeva nel film “Helga”. Io mi sono fatto l’idea che fosse un film divulgativo e scientifico, concernente l’anatomia del maschio e della femmina, nonché la fisiologia del coito e la fisiopatologia della gravidanza e del parto. Insomma, una sorta di atlante di sessuologia per immagini, no, non sto scherzando. C’era una tale dovizia di particolari, di immagini e di dettagli nei racconti del Lalo, e lui fa così e lei si mette così e loro si muovono cosà e la vagina è così, che non sono dell’idea che si trattasse di un normale film porno. Secondo me era un lungometraggio svedese o norvegese, nordico sicuramente, destinato ad un arretrato pubblico latino, molto ignorante là dove si trattasse delle verità del sesso. Poi vennero i vari “Quel gran pezzo dell’Ubalda”, “Gola profonda”, eccetera. Io ho visto di sfroso “Arancia meccanica”. Beh, fino a qui sono arrivato. Partendo da Svicolone e approdando a Stanley Kubrick, passando attraverso il pinguino Belisario, vi ho più o meno spiegato quali siano state le nostre esperienze nel mondo dello spettacolo. Quando abbiamo conosciuto il grandissimo Stanley e il suo fantasmagorico Alex eravamo ormai svezzati e la nonna del Corsaro Nero inesorabilmente lontana.
Il don non sarebbe stato contento.
No, il don non sarebbe stato contento di vederci entrare a vedere “Arancia Meccanica”.
Io, lui, me lo ricordo così, mentre mi molla gomitate da boscaiolo e mi chiede: “Ti piacciono Cric e Croc, eh? Ti piacciono?”.




Le figurine Panini

Siamo cresciuti con le figurine Panini.
“Ti do due Rivera e quattro Altafini se mi dai Longobucco”.
La raccolta di rettangolini da incollare con la coccoina incominciava con l’inizio del campionato e delle scuole. C’era chi aveva soldi e allora si poteva permettere un acquisto continuo di figurine e chi invece possedeva giusto il capitale per promuovere la partenza con quattro o cinque bustine, contando poi sulle proprie capacità di mercante ed eventualmente di truffatore, per arrivare alla fine, o almeno per portare avanti anche lui dignitosamente il riempimento del proprio album. Praticamente, in tutte le famiglie con un figlio maschio aleggiava il delicato profumo di quella micidiale colla bianchissima e pastosa, nella sua scatolina cilindrica di metallo color argento, con relativo scompartimento per palettina. Era un disumano imbrattamento unico. Dopo quaranta secondi di uso si aveva una media di due figurine incollate su ogni mano, dopo un minuto e venti già la camicia o il maglione erano da lavare. Lavare… non sempre la coccoina si lasciava tirare via, a meno che la mamma, attentissima a quelle manovre altamente distruttive, non intervenisse subito. Nacquero probabilmente molti gruppi di preghiera perché il signor Panini si fratturasse le gambe. Nacque senz’altro il leggendario “grembiule da figurine”, in genere un vecchio straccio da rottamare, a volte ricavato dalla tuta da lavoro del papà che, correva obbligo, andava indossato prima di aprire il terribile barattolo, più pericoloso di una molotov, per la famiglia, per gli arredi, per il corredo, per i tappeti finto persiano. In seguito la Panini escogitò delle strisce adesive, credo dopo una lunghissima serie di lettere anonime di minaccia spedite da madri, nonne e zie italiane. C’erano le figurine normali, le valide e le preziose perché rare bis valide, proprio con la scritta “valida” e “bis valida” sopra la testa di Sivori o Dino Zoff.
Il valore naturalmente cambiava, cioè venti bis valide potevano valere quaranta valide e ottanta normali. Lo scopo finale era di spedire poi l’album pieno, riempito bene e imbrattato fino in fondo, alla Panini, che premiava con la maglietta della squadra preferita o con altri trofei calcistici.
Io ho smesso di credere alla possibilità di ricevere un premio spedendo tagliandi, punti o quant’altro, a sette anni, quando, dopo aver mangiato per mesi formaggini triangolari, finalmente ho spedito i ritagli delle confezioni, ma non ho poi mai visto arrivare nessuna pistola nera con grilletto rosso. Avrò forse sbagliato qualcosa nella compilazione delle pratiche burocratiche. Certo che di quel formaggio bianco e molle ne ho ingurgitato tanto: la corsa agli armamenti imponeva che si affrontasse qualsiasi sacrificio.
Privarsi dell’album, oggetto per otto, nove mesi di attenzioni che sfioravano il culto sacrale, era un momento carico di speranza ma anche di distacco drammatico. Tutto finiva. Addico a Cudicini, Pizzaballa, Hamrin, Del Sol, Cinesinho, Maldini. Addio all’Inter da Coppa dei Campioni. Non andavamo oltre “la donzelletta vien dalla campagna”, ma, in quanto a formazioni, nomi di squadra che avessero vinto il campionato italiano, nomi, cognomi e soprannomi di capocannonieri e marcatori, era meglio lasciarci stare: Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Domeneghini, Suarez, Corso….
“Quando calienta Del Sol là su la playaaa…. Mentre Suarez da sol va dritto in goal….”.
Oggi la tivù satellitare permette di sapere chi è in riserva nel campionato di promozione del Burkin Faso. Noi avevamo mezzi tecnici infinitamente inferiori. La televisione non dava molto più di un tempo registrato di una partita in bianco e nero la sera della domenica. Però, le necessità compilative, quindi il vangelo secondo Panini, ci portavano a sapere tutto sul vivaio della Casertana: negoziando e rinegoziando si era in condizione di perpetuo ripasso, dieci mesi su dodici (lo studio comprendeva l’analisi del calcio mercato). La raccolta Panini era il terreno di crescita delle capacità di commercio, la palestra del piccolo mercante. Se uno aveva Boninsegna doppio, ma gli mancava Facchetti, però non poteva fare un normale proficuo scambio con un altro che possedeva il secondo e aveva bisogno del primo, per esempio perché si menavano regolarmente o si erano antipatici (non è, appunto, che le due condizioni dovessero essere coincidenti, ci si trucidava anche tra simpatici), ecco che venivano astutamente tirati in mezzo altri, per trattative della serie “io ti do Mazzola se tu gli dai il mio Boninsegna e mi porti Facchetti”. Anche lì: prevaleva il più forte. Certo, si trattava di un genere di forza non fisica, lì almeno contavano le capacità di mediazione, il calcolo anche sottile, l’analisi psicologica dei personaggi, però bisogna dire che esistevano i tontoloni del tipo “finisco l’album comperando trecentosessanta bustine”, con il nonno che, verso marzo, cominciava a dire “ma mi capisi minga, la mia pensioun la va via inte n’atim, l’ho ciapada des dì fa e l’è giamò finida”, e i furbi tipo “inizio con cinque bustine, poi scambiando, imbrogliando, rubando nelle trattative o mentre l’altro gira l’occhio…”.
“Non fare il furbo, qui c’avevo Altafini…”.
“Cazzo dici? Guarda che io non ho preso niente…”.
Finale: come quello del teatrino “mezz’ora per sceneggiatura, spartizione dei ruoli, interpretazione, recupero dei feriti” a scuola.
Trattative che neanche in un souk di Rabat.
Migliaia di bambini italiani arrivavano poi a dover spedire i propri album verso giugno. Queste separazioni devono avere comunque lasciato un segno se l’Unità ha ristampato gli album della Panini quando eravamo già grandi: certi lucciconi nello sfogliarli!
Ha proprio pubblicato tutta la serie di album già belli riempiti, con le immagini stampate e tanti papà e zii, ex bambini degli anni sessanta, se li sono comperati: storica riappropriazione collettiva.
Io di quelle raccolte ne ho fatte poche, più che altro assistevo al mercato lasciandomi volentieri coinvolgere nei conseguenti pestaggi, forse perché pensavo che, in definitiva, non erano altro che un modo per spillare soldi ai bambini e alle pensioni dei nonni attraverso una vendita ed un’attività del tutto sterile e meccanica di compro e incollo. Ho mantenuto questo parere per molto tempo, anche perché non vado matto per il calcio e non ci morivo neanche da piccolo, semmai mi adattavo perché come sport da strada e come passatempo cartacollaceo era diffusissimo (l’ho detto: apprezzavo molto di più la parte pugilistica dell’argomento). Da adulto, parlando con il mio amico Bubu mi sono ricreduto, perché lui, abile ex mercante mercanteggiante figurine, mi ha fatto capire che no, non era così, in realtà si sviluppavano doti di trattativa, calcolo e diplomazia, già si delineavano attraverso quei commerci i caratteri, in molti casi già si disegnavano i contorni dei perenni compratori convinti e dei venditori convincenti.
I caratteri….
I caratteri, in realtà, si andavano delineando, dentro a mille incoerenze, in situazioni che ti potevano anche porre oggi in alto e domani in basso.
Faccio un paio di esempi per farvi capire, visto che sono un ossessivo. Prendiamo il Bubu.
Un giorno è all’Oratorio e gioca a calcio. Ora, ai nostri tempi non c’era il campo più o meno regolare con porte, erbetta, area, eccetera. C’era uno spiazzo in cemento, per metà in discesa che, nella porzione pianeggiante, era delimitato dalle mura dell’Oratorio e da quelle della chiesa, mentre, nella porzione declive, aveva un recinto in metallo alto poco più di un metro, a fare da confine. Ciò significa che, nel contesto di ogni partita, là dove fosse in attacco la squadra che tirava verso la zona circondata da mura, in genere tutto si limitava ad un gran casino d’inferno, configurantesi in pallonate che facevano tremare le fiammelle delle candele e i quadri della via crucis, ma se il gioco si sviluppava in discesa le conseguenze erano molteplici. Si andava dal dover recuperare la bocia giù in piazzetta fin sotto le finestre del Franzetti (se passava il papà del Luigino ci guardava malissimo) e questo accadeva una cinquantina di volte ogni pomeriggio, a questioni ben più grandi, tipo sequestro e negate restituzione del pallone da parte degli esasperati occupanti del condominio confinante. All’inizio, quando proprio l’Oratorio venne costruito, per il primo anno ci furono anche varie frantumazioni dei vetri, con caduta della sfera micidiale su tavole imbandite, vasche da bagno in fase di utilizzo, teste di nonni sulla tazza; poi i condòmini capirono l’antifona, per cui dal piano terra al terzo, se c’era in giro Cane Nero anche fino al quarto, tutte le tapparelle erano abbassate: due lati del palazzo si trovavano nella condizione di coprifuoco perpetuo, proprio ogni giorno dell’anno, quanto meno nel pomeriggio.
Una volta io stesso ho assistito a questa scena, che mi è costata il risarcimento del pallone al Corona: tiro, chiaramente se tiro verso le Alpi Retiche la bocia va verso le Orobie, la palla cade dentro un terrazzo del secondo piano.
Oh cacchio!
“Scusi, scusi, signore, mi butta il pallone?”.
Me l’ha restituito, non posso negarlo. È uscito, con la massima serenità d’animo l’ha sollevato dalle piastrelle sulle quali riposava turgido tra i gerani, l’ha portato in cucina (ho visto bene tutto perché il balcone era appunto quello della cucina), ha prelevato da un cassetto un coltello che probabilmente gli serviva per tagliare quarti di bue, con estrema precisione l’ha inserito nel cuoio, poi nella camera d’aria e ha diviso l’odiata sfera in due metà uguali. Le ha prese, è venuto alla ringhiera e con un cortesissimo “ecco” me le ha lanciate.
Siccome il Corona voleva il pallone o l’equivalente in denaro, peraltro giustamente, prima ho cercato di incollare le varie parti col Vinavil (lo so, lo so, non ci sarebbe riuscito neanche il mago Silvan), poi mi sono rassegnato e ho chiesto i soldi a mia mamma, che, come sempre, me li ha dati senza dire niente al papà, troppo preoccupato per i fatti suoi. Dunque, dicevo, un giorno il Bubu è all’Oratorio e gioca a calcio.
Ottimo stopper. Titolare nelle partite al Balilla contro le altre classi e addirittura scuole. Sulle scale sono seduti il Moli senior e il Magilla. Cacchio, proprio lì devono stare, mentre si gioca una partita (e nelle partite noi davamo sempre l’anima), devono mettersi proprio sul quarto gradino della scalinata che porta su al settore bar-calcetto-ping pong? Il Bubu procede a testa bassa e tira.
Moli senior ha gli occhiali da vista. Quella cazzo di palla non va mica a centrargli gli occhiali? Occhiali rotti.
Non è che si intavoli una pur animata discussione avente come argomento l’aspetto etico o legale della faccenda con eventuale affidamento della vertenza agli avvocati eccetera. Nooo, il Moli senior (fratello del piccolo Moli) sfila la cintura e insegue il Bubu a cinghiate: piazzetta, via Quadrio, via Bernina, viale Milano.
È anche ovvio, dico.
Ancora oggi il Bubu, se ne parla, descrive i fatti dicendo “è normale che sia andata così”, sottolineando tuttavia una sorta di incompatibilità ambientale con i fratelli Moli Junior e Senior.
Ma l’occasione per un riscatto, per risalire la china da fracassatore di occhiali a eroe del quartiere arriva subito: rubano la bicicletta al Mitta Giancarlo che abita nello stesso palazzo.
Il Bubu indaga.
Tutti dicono “è come suo padre” (il padre era poliziotto), è un tenete Sheridan in erba.
Ricordate Ubaldo Lai, con il trench e il Borsalino? Sì, il tenente Sheridan, quello con l’impermeabile allacciato stretto in vita e la faccia da duro, tipo “non fare il furbo con me….”. Credo che abbia fatto in tivù tutta la serie delle dame: “La dama di picche”, “La dama di fiori”, ecc.
Quello con le labbra sottili e il mento sempre atteggiato in una smorfia storta.
Beh, il Bubu indaga e trova la bicicletta in una cantina della via Bosatta. Mica così a caso, aveva i suoi bravi sospetti anche se non li ha mai voluti rivelare. Diventa un eroe. È il commissario Maigret del quartiere. Ecco dunque la stessa persona, cinghiata e scappante, ed eroe, scaltro investigatore. Le persone si andavano costruendo, è ovvio. Se comunque ripenso a quegli abitanti del palazzo confinante con l’Oratorio! “Confinante” significa: cinque metri di spazio tra noi e loro. Ma come hanno fatto a vivere? Se non c’erano le pallonate c’erano le bestemmie, se non c’erano le bestemmie c’erano le lotte a sassate, se non c’erano le sassate c’era la Vanessa che, al terzo o al quarto piano, dove faceva la baby sitter (non ricordo esattamente presso quale famiglia, non ci interessavano di certo questi dettagli), tirava su la maglietta e ci mostrava le tette e noi, su nella saletta di ping pong in quaranta schiacciati dentro due finestre, prima con gli occhi a dire “oooohhh…” e poi a fischiare con due dita in bocca e a chiedere il bis, il tris, il quadris.
“Dai Vanessa, ancora, ancora, dai Vanessa, ancora”.
Come hanno fatto a sopravvivere quei poveri inquilini?
Beh, questo libro chiede scusa anche a loro.



Una generazione di semplici

Negli anni sessanta la vita era semplice. Non che la scuola non procurasse le dovute preoccupazioni, non che i più violenti non rappresentassero dei veri problemi, però una generazione che cresce in gruppo, prima nel cortile del condominio e in strada, poi all’Oratorio e che, arrivata a casa, come divertimento c’ha “siamo tutti quii e tutti insieme vogliam vedere Braccobaldo shooow…Noi con voi, voi con noi…tutti quanti insieeem”, una generazione che si aggrega in bande per lottare con le cerbottane e che pensa che una puttana è “una donna nuda” (così mi ha spiegato il Cicci, piano, delucidandomi in un orecchio) e si raccoglie attorno alla sottana del don Giovanni riconoscendo in lui il carismatico bonaccione capo dei capi, tutto sommato è una generazione di semplici.
Ricordo il prosciutto cotto tagliato a pezzettini e mangiato con l’olio Sasso, il profumo di latte e burro nella latteria in fondo a via Bernina, il sifone della panna che dovevo ritirare in prestito alle undici della domenica mattina per ornare il pan di Spagna, il profumo di mele del frutteto del Gurini, il cioccolato Duplo che mangiavo col pane a merenda, il merluzzo impanato che la mamma comperava il venerdì dal De Marzi, le grosse scatole di latta con il tonno e le sardine, il grande vaso con i frutti colorati della mostarda da mangiare con il lesso (probabilmente bisognerebbe chiamarlo bollito, ma noi l’abbiamo sempre chiamato lesso), il meccanico Sarotti, il macellaio Colturi, il negozio di fotografo della Carmela. La Carmela aveva un fratello che nelle grandi occasioni veniva a casa a farci le foto. Oggi mi sembra un bel lusso. Voglio dire che chiamare un fotografo che viene, magari pure di domenica, e ti scatta tutte le foto che vuoi e poi ti consegna il servizio bello stampato in bianco e nero su carta con i bordi frastagliati attorno alla cornice e il timbro dietro, non è roba da poveri. Anche in questo caso, si tratta di valori attribuiti alle faccende della vita. La mamma ha sempre detto: sulla tavola non deve mancare niente. Un’altra sua convinzione doveva essere: gli eventi si documentano. Così eccomi lì, in posa, con quella faccia tutta orecchie, il taglio di capelli fresco del Natalino (cerusico di origine partenopee che teneva bottega di fronte alla caserma della Stradale, per cui, oltre a subire il suo famoso e inconfondibile taglio alla Natalino, venivo aggiornato sulle vicende del Napoli nel campionato di quell’anno), cravattino a farfalla, completo grigio con calzoni corti, genitori sorridenti ai fianchi, una o più sorelline sulla poltrona con me. Battesimi, cresime, compleanni erano occasioni di affari per la Carmela e per il distinto elegante e smilzo fratello che arrivava con grandi flash: ciis prima della lampadata al magnesio. Non ho mai saputo, se non molto più tardi, cosa volesse dire ciis, ma sapevo che bisognava sorridere. Oggi mi rendo conto che è stato importante sottoporsi a quelle sedute fotografiche, perché ci sono bei ricordi che altrimenti non avremmo avuto. Quel lusso dipendeva probabilmente dal fatto che non c’era molta dimestichezza con la macchina fotografica, anzi credo che non ci fosse proprio la macchina fotografica. L’aveva il nonno Pino, me la ricordo bene nel contenitore di cuoio marrone, attaccata al suo collo. E poi quel lusso dipendeva dal fatto che la mia mamma volveva che certe cose fossero fatte bene: mangiare bene, vestirsi bene, essere fotografati bene.
L’ho già detto: vivevamo dentro un poligono.
Oratorio, chiesa, piazzetta, campetto, scuola, casa del Patellani. La piazzetta è in basso, la chiesa in alto, le unisce una scala: a otto anni percorrevamo quei gradini in giù e in bicicletta, a quindici in su e con le moto da cross. Bene o male, dentro questo territorio si viveva anche discretamente. Non era un paradiso perché Cane Nero o Piccolo Moli erano pur sempre temibili, anche se non cattivi, però i veri violenti, quelli che proprio vivevano per picchiare, l’Oratorio venivano poco o niente. Poi c’erano figure sventurate, ma in fondo innocue, come il Marchino, che arraffava le elemosine in chiesa. Non penso che abbia mai fatto male a nessuno se non a se stesso, e tanto. Non è mai uscito, fino alla morte, dal suo mondo triste di piccoli imbrogli ed espedienti, perché quando eravamo ormai grandi lui ancora arrivava a raccontarmi di vaghi affari in corso, che dovevano concludersi con il suo arricchimento ma, in sostanza, veniva per chiedermi diecimila lire e, con l’andare del tempo, mi ero abituato a consegnargliele appena arrivava, in modo da risparmiarci almeno reciproche fatiche: lui di inventare e io di ascoltare. Me lo ricordo ancora, il Marchino, che esce dalla porta laterale della chiesa, un orecchio nella mani da contadino del don Giovanni.
Dice “ahia, ahia, ahia”, il don Giovanni è serio, non lo molla, non è certo il tipo che chiama la polizia, ma penso che al Marchino, in quelle occasioni, gliene ha dette né tante né poche e poi un orecchio rimaneva rosso e dolente per una settimana. Lo so bene perché era mio compagno di banco. Un inverno si sono ammalati tutti di influenza tranne io e lui. Il maestro ha detto: “le pellacce non si ammalano”.
Il don lo portava su a casa sua, di fianco all’Oratorio, e poi li si vedeva uscire, uno davanti e l’altro dietro. Il don stava in cima alle scale, cupo, in silenzio, con le mani dietro la schiena, e il Marchino andava via a testa bassa, usciva dal cancello, dal recinto, vittima del suo inferno. Lui non era un violento, semplicemente non accettava le regole, tra lui e le regole c’erano anni luce. Non era neanche l’unico strano. Per esempio, mi ricordo il Phil. Aveva qualche anni più di noi. Io lo conoscevo così, di vista. Un giorno mi racconta di una lotta tra bande, in pratica mi ammannisce una storia di due bande, delle quali l’una ha rubato un grosso quantitativo di macchinine all’altra, e siccome lui fa parte dei derubati sta assoldando mercenari per andare all’attacco e recuperare. Il guadagno, per chi ci sta, è nel partecipare alla spartizione del malloppo ritrovato.
Dico occhei, ci sto.
Dice: devo vedere se sei preparato e se non sei preparato devo addestrarti.
Dico: occhei, va bene.
Dice: vieni giù in cantina con me. Lì, chiusa la porta, dice: adesso tirami dei pugni.
Dico: occhei, benissimo.
E gli tiro qualche cartone di destro sul bicipite che lui offre. Adesso vediamo come te la cavi nella lotta. Così dicendo mi avvinghia imponendomi di liberarmi, ma io faccio fatica, mi dimeno e, anche se lui è allampanato, pesa pur sempre almeno dieci chili più di me, per cui non riesco. Finalmente mi lascia. Poi dice: adesso vediamo come mordi.
Cazzarola, penso, che razza di banda dobbiamo affrontare?
Mordimi qui, sulla bocca. E si china, per arrivare con la sua capoccia a livello della mia. Va bene, mordo, mordo piano. Lui tira fuori la lingua.
Puah! Che schifezza! E poi che cacchio c’entra con l’addestramento? Me ne sono andato. Non mi ha trattenuto, spaventato, probabilmente, da quanto egli stesso aveva osato.
Ai miei genitori non dissi niente, non perché mi vergognassi, ma perché non avrebbero approvato un pur strano addestramento paramilitare sotterraneo a scopo recupero macchinine. Figurarsi! Mio padre diceva che non dovevo né guardare né toccare il pisello mentre facevo la pipì. Lui era religioso praticante in modo fanatico. Voleva un pretino, non un figlio. Le regole da seguire erano: tieni i capelli corti, l’orologio, il portafoglio, e abbi fede. Avere la fede, secondo lui, significava anche ripetergli a tavola, di domenica, i contenuti del vangelo della messa e, appunto, non entrare in rapporto con il pisello, se non nei limiti di quanto era necessario: tirarlo fuori e rimetterlo dentro. Tutto il resto era “atti impuri”. E siccome per evidenti necessità, capitava di guardarlo e tenerlo in mano non solo per estrarre e riposizionare, il sabato dovevo dire al don Giovanni, nel confessionale, che avevo commesso atti impuri. Lui, sapendo che ero figlio di un devotissimo, dava per scontato che sapessi perfettamente cosa fossero gli atti impuri e non mi rivolgeva domande in proposito, dava per scontato che sapessi perfettamente cosa fossero gli atti impuri e non mi rivolgeva domande in proposito, non chiariva, imbarazzato andava oltre, su terreni meno scivolosi tipo “e alla mamma, alla mamma hai raccontato bugie?”, fermo restando che poi mi massacrava di atti di penitenza, ave maria e padrenostro da recitare sul posto. Ora, io dico: ma perché proprio il don Giovanni era così?
I casi sono tre:
uno: come dicevo, pensava che io sapessi tutto sugli atti impuri, non immaginava che fossi condannato solo per aver applicato la normale tecnica maschile di pisciata, non riteneva che mio padre potesse spingersi a quel livello di fanatismo sessuofobo, laondepercui era giunto a credere di avere davanti un maniaco sessuale in erba e voltava via impacciatissimo, fidando nel potere purificante delle chilometriche penitenze con le quali mi rincoglioniva;
due: sulla materia aveva le stesse convinzioni del papà (ma lo escludo, il don Giovanni non era certo un eremita ortodosso che viveva sulla rocca, conosceva l’uomo, le sue esigenze, e sicuramente anche lui faceva la pipì come tutti);
tre: era stato ammaestrato dal papà, a lui molto vicino, cioè il papà gli aveva detto che dovevano coalizzarsi per tenermi lontano dal mio pisello il più possibile (ma escludo anche questo perché il don Giovanni non si faceva addomesticare o convincere da nessuno).
Niente. Resta la prima ipotesi.
E così sono andato avanti per anni pagando per il solo fatto di avere pisciato in modo da non sporcare i calzoni: uscita, minzione, scrollatina, altra scrollatina, recupero, il tutto comunque senza guardare. Devo avere recitato circa ottomila atti di penitenza, altrettante avemaria e padrenostro, più cinquecento salve regina riservate a quelle giornate di sabato nel corso delle quali la confessione era giudicata particolarmente grave. Cioè: gli atti impuri c’erano sempre e questo è ovvio, quindi c’era l’abituale razione standard di preghiere della penitenza. Se poi dovevo aggiungere qualche sventurato peccato tipo “ho risposto male alla mamma” veniva aggiunta la bordata di salve regina.
È per questo che, tutto sommato, ero un bravo bambino: andando a confessarmi verso le cinque del sabato, dovevo cercare di tornare a casa per le sette, almeno. Già chi mi vedeva stare lì in ginocchio un’ora e mezza a recitare penitenze mi considerava un avanzo di galera, già mentre ripetevo a raffica sentivo i miei amici fuori a tirare pallonate perché se l’erano cavata con cinque “angelo di Dio che sei il mio custode”, figuriamoci se potevo permettermi di attaccare agli atti impuri ulteriori e, per altro, normalissimi peccati. Resta inteso che tirare cubetti di porfido ad altezza uomo o tendere agguati poco prima di cena non era peccato. Gli argomenti erano: sesso (rapporto con il proprio organo genitale), messa, bugie, rispondere male ai genitori, bestemmiare. Su questo si era interrogati. Noi ci confessavamo soprattutto perché volvevamo bene al capo. La convivenza di chiesa, con relative beghine fisse, e Oratorio, “quell’Oratorio”, era un prodigio, una realtà basata su delicati equilibri instabili. A volte il don Giovanni (l’ho visto coi miei occhi e di tempo per vedere ne avevo, il sabato tra le cinque e le sette) doveva uscire dal confessionale incazzato nero, con quei suoi scarponi alla don Camillo, per porre fine ad una raffica di cristonamenti che rischiavano di procurare una serie di coccoloni alle assidue frequentatrici dell’altare: tra il confessionale e il campo di tutto (di tutto: calcio, basket, pallarilanciata, lotta libera, pugilato, eccetera) c’era solo un muro.
“Gesù piange quando vi comportate così” diceva accorato il grande don.
Su quel muro c’era un crocifisso.
È per questo che io l’ho chiamato il muro del pianto.



Arrivò il rock

Ci si esaltava con poco. Un pezzo di cartoncino attaccato con una molletta alla forcella della bicicletta produceva il rumore che, secondo noi, era “da moto”, quando veniva a contatto con i raggi della ruota. Quanto si era esaltati, tanto si era territorialmente limitati, perché superare uno dei ponti sul Mallero significava già essere in un paese straniero e, probabilmente, nemico. Io mi vantavo di poter andare dappertutto con la mia Saltafoss, di avere la fiducia dei miei genitori, che mi lasciavano espatriare, mentre l’Antonio Praticò no, non poteva. In realtà il mio ovunque era il quartiere, erano setto, otto strade. Ma di quegli angoli ricordo tutto. Quella sera in cui il Pisello mi tese un agguato in via Bassi, saltandomi addosso dal muro di cinta del Gurini e mia madre urlava “No! No! Basta! Lascialo Stare!”, il ragazzo strano che (si diceva) faceva i passeri e i topi in padella e (si vedeva) dava fuoco ai gatti incendiandogli il sedere con la benzina, la faccia del Friz, il volto triste del Friz che guarda la strada, da dietro le tende, mentre dalle scale scende la bara della madre e noi gli facciamo segno “vieni giù” e lui dice con la testa di no, non vengo e poi il Cicci che piange durante il funerale, mentre siamo seduti nei banchi del coro.
Ricordo mia madre che, fuori dalla chiesa, mi molla uno sberlone perché mi hanno rubato la bicicletta nuova, “dovevi chiuderla col lucchetto, te l’avevo detto” e il don Giovanni che si mette in mezzo e dice “no mamma, no mamma” e inforca il suo biciclettone nero, fila via verso la Valeriana e alla sera lo sentiamo citofonare, “ho qui la bici dell’Aldo”. Ricordo quella sera di maggio in cui, invece di essere in chiesa col don per le celebrazioni della Madonna, sono fuori a giocare a volo giù dal muretto, un volo di sghimbescio per tre metri. Mi ritrovo con un braccio storto e mia sorella Maria Clara, disperata, a casa, me lo bagna con l’acqua calda e cerca, piangendo, di raddrizzarlo, convinta che il calore lo rammollisca e le permetta di rimediare, plasmandolo come pongo, prima che tornino i miei genitori. Lei era la mia sorellastra, ma ci volvevamo molto bene lo stesso. Sarebbe morta presto di cancro. In quel momento mi bagnava di lacrime e di frizioni bollenti con la spugna, ma il braccio restava sghembo. In realtà era un brutta frattura e così ho fatto gli esami di seconda elementare con il gesso e una penna ingrossata a dismisura col cerotto dal dottor Fojanini, in modo che la potessi tenere tra le dita. Poi ricordo le figurine di plastica che mostravano immagini diverse a seconda di come venivano mosse, i calzoni scampanati, le camice con i colli lunghi. Quella della domenica era bianca con strane oblunghe macchie blu.
Arrivarono gli anni Settanta.
Arrivò il rock italiano, con la PFM, il Banco, gli Osanna, il Perigeo, gli Area, gli Stormy Six, arrivò il primo album live italiano, quello delle Orme: sento i brividi lungo la schiena quando ascolto “Collage”, “Amico di ieri”, “Gioco di bimba”, “Figure di cartone”.
Nei famosi locali, quindi nelle case fatiscenti di Scarpatetti, come nei garage e nelle soffitte, sui giradischi incominciano a girare i Genesis e i Pink Floyd, Who, Jetho Tull, Doors, le chitarre di Jimi Hendrix e le tastiere degli Emerson Lake & Palmer.
Diventammo grandi.
Ma se mi capita di passare in via Bassi, guardo il primo piano di quel condominio, sempre bianco e blu, e sento con malinconia uscire dal televisore su in trespolo di metallo la voce della nonna del Corsaro Nero, che ordina: “Battista togli le zavorre, qui non c’è più pane per i miei denti”.




I locali

Quello era il tempo dei locali. Dicesi “locale” una stanza o autorimessa o soffitta o cantina, arredata con divani sgangherati, mobiletto con bottiglie (quasi sempre vuote) e bicchieri inguardabili, manifesto dei Beatles, giradischi con serie di trentatre giri, luci molto basse, preferibilmente rosse. Dicesi “locale” un posto dove si portano le ragazze e dove, a sentire le leggende sorte attorno a questi luoghi, si “concludeva”.
Alle medie c’erano molti che parlavano, chissà poi se concludevano. Io, qualche volta e in qualche locale, ci sono entrato, ma solo a limonare, come si diceva allora intendendo il bacio con la lingua perforante, e dopo la terza media.
Ricordo le canzoni di allora, mi piacevano Le Orme:
io non volevo svegliarla così…
io non volevo svegliarla cosììì…
I locali.
C’era chi ci entrava e raccontava e c’era chi non ci entrava. Questa seconda categoria si divideva a sua volta in due sottogruppi: chi ascoltava e chi raccontava ugualmente, inventando. Non che tutto ciò che veniva raccontato fossero panzane, però si può dire che una palpatina audace alla Vanessa diventava “una scopata di un’ora e venti” nel racconto del contapalle di turno. Crescevamo tra abitudini e passatempi da bambini (i più intellettuali erano abbonati a Topolino o leggevano Tex, Zagor, L’intrepido e Il Monello) e vizi da adulti poco raccomandabili: fumo, razione massiccia di violenza fisica quotidiana, bestemmie, linguaggio che definirò solo scurrile per affetto, mania per il sesso. Spiegare l’atmosfera dei cosiddetti locali è difficile. Il mio consulente per l’argomento “adolescenza oggi” (mio figlio Ciro di sedici anni) mi dice che i locali esistono ancora, eccome. In sostanza erano, e sicuramente sono, territori di adescamento, approntati dai maschi con arredamenti arrabattati per sedurre le femmine. Entrare in un locale significava superare la soglia del mondo normale, lasciandosi alle spalle i balocchi e i giochi da bambini, per fare gli uomini. La tecnica della conquista era quella eternamente valida: poca luce, molta musica a basso volume, alcool, fumo, (fumo regolare, nazionali con o senza filtro), il tutto proposto però con atteggiamento spesso goffo e da imbranato. Le ragazze che accettavano l’offerta di venire a sentire musica erano quelle quattro o cinque che, si diceva, ci stavano: ci stavano a farsi palpare e a ridere, a bere, a baciarsi ascoltando per ore musica sussurrata. I disc jockey erano personaggi un po’ sfigati, che, soli, facevano “la candela”. Grandi guai dai locali non sono venuti. C’era aria di tresca e di illecito ma, in definitiva, non molto di più, quasi solo aria, aria viziata.
“Je t’em, …ma non plu…mmh, mmh…” l’ho sentita in varie versioni: accento di Mossini, accento di Montagna, se c’era l’Anna accento calabrese.




Il Luna

C’era il rock, c’erano le moto e… c’era il Luna. Uomo leggenda per la sua abilità sui motocicli. Deve avere una sua forma di disprezzo nei confronti dei mezzi a quattro ruote, perché ancora adesso lo vedo in giro su un’Ape blu. Ha i suoi anni, non può più scorrazzare su una Guzzi o su una Gilera con manubrio basso, disteso sul serbatoio, però si sposta in Ape, un vero motociclista al massimo passa alle tre ruote. Il Luna impennava come il cavallo Furia, ti faceva su una ruota tipo piazzetta della chiesa-stop della via Quadrio verso via Bernina e ritorno. Sulla moto era veramente un dio. Io me lo ricordo fasciato di pelle e spianato fino al manubrio basso. Non c’era verso che partisse dal Kappa Due senza impennare, anche se rideva raramente, per cui devo dedurre che si trattasse di formali estemporanee conferme della sua supremazia, serie e necessarie esibizioni per il volgo, pane e giochi da circo, per mantenere lo scettro. Il quale scettro poi è passato al Bartesaghi e la moto non era più Guzzi o Gilera, ma Zundapp o KTM. Il Luna ha uno strano volto orientale, squadrato, capelli neri pettinati all’indietro con la Linetti, occhiali con montatura grossa e nera. È piuttosto basso di statura, sembra più un normale impiegato delle poste che un inalberatore di Benelli. In realtà faceva fare al mezzo quello che voleva. La leggenda pretende che una volta, percorrendo la salita che, dietro la chiesa del Rosario, porta verso la Valmalenco, abbia visto due fari affiancanti e, credendo si trattasse di due moto (era notte fonda), abbia deciso lì per lì di passare in mezzo, senonché era un camion. Si narra che sbalzato dall’impatto sia finito sul cassone del camion e trasportato dall’ignaro trasportatore fino a Caspoggio. Non so se è vero. Il Luna è ancora in giro e non è sfigurato per cui sono portato a credere che sia stata una gran balla, diffusa per invidia, anche se l’ho sentita per molto tempo. Ogni volta che vedo il Luna sull’ape penso “adesso impenna”. Prima o poi lo farà, ne sono sicuro. Il Luna resta per noi il vero centauro del quattro tempi targato Italia.
Arrivati a quattordici, quindici, sedici anni, diventava fondamentale avere la moto. Ma non uno scooter. Noo. Noi avevamo moto da cross, ci facevamo la miscela noi, con la super e l’olio Bardhall. Una puzza quando passavamo! E un casino d’inferno. Il ritrovo dei motocrossisti era alla Castellina. Lo è stato finché il proprietario del bar-piscina-campeggio ci ha detto di non farci più vedere, perché il baccano faceva scappare i clienti e, per spiegarcelo meglio, ha sparato in aria alcuni colpi di fucile.
Abbiamo risalito il Mallero tante volte, da dove si unisce all’Adda fino al Gombaro. Io avevo gli stivali Diadora, ma qualche volta l’acqua arrivava al serbatoio.
La moto si fermava.
Noi cristonavamo.
La visione e l’ascolto, dal ponte, di noi impantanati, non erano per niente beli.
Le sciure, sentendoci tiravano via dritte, stringendo le labbra stizzite, rigide, scuotendo la testa sotto i foulards.




Pacco, posta, visita, partenza

Sì, diventammo grandi e questo comportò la perdita di diritti e di doveri e, va da sé, l’acquisizione di altri.
Un diritto-dovere che persi volentieri fu quello di andare in colonia. La colonia era il ricettacolo di tanti individui. La fauna coloniense (o coloniale, per i nostalgici) era composita. Vi era la specie “hai bisogno di mare” e/o “hai bisogno di montagna”, costituita da individui che venivano spediti alla Vanoni di Borghetto Santo Spirito in Liguria o a Triangia, poco sopra Sondrio, perché considerati bisognosi di salubri latitudini.
Vanno fatte alcune considerazioni.
Uno: era la specie più numerosa, prodotta da famiglie nelle quali spesso ambedue i genitori lavoravano, per cui, d’estate, c’era l’annoso problema dello sbolognamento e chi, più della colonia, poteva offrire una garanzia di custodia e benessere?
Due: la specie del bisognoso di cure climatiche si divideva, a sua volta, in sottogruppi che definirò, per brevità, dei veri e dei falsi anemici-bronchitici. I veri erano pochi. Si trattava di sfortunati bambini un po’ smorti, un po’ storti, un po’ depressi, effettivamente afflitti da precoci patologie debilitanti, ipoteticamente curabili anche attraverso la segregazione, pardon, la villeggiatura presso una colonia. Non più fortunati degli altri, anzi, potevano a buona ragione considerarsi spediti a nord o a sud in virtù di un motivo legittimo, di un sano intento. In realtà, ma questo è solo il mio personale punto di vista, la lontananza dalla famiglia, i soprusi perpetrati da parte dei più grandi, i cambiamenti di clima con le relative necessità di adattamento, il cibo non sempre squisito, provocavano anche in loro il determinarsi di un’abitudine tipo “segno con le crocette sul muro dietro al comodino quanti giorni mi mancano per tornare a casa”. I falsi erano i più. Lo sterminato numero dei colonizzati era in gran parte costituito da vittime dell’estate, come le chiamo io, cioè da bambini che, invece di sentirsi dire “ti mando in colonia perché non so dove ficcarti”, si sentivano ammannire un “ti mando in colonia perché ti fa bene”. Non dico che da parte dei genitori, o della famiglia in generale, ci fosse solo ed esclusivamente malafede, per molti era l’unico modo per riuscire a far vedere il mare alla propria prole. Non escludo nemmeno l’ipotesi che veramente credessero di mandare i figli a star bene. Diciamo che era talmente comodo pensare ad una soluzione che fosse cura e benessere, custodia e medicina, che molti ci credevano sul serio. Tenete presente che state ascoltando uno che quando il papà raccontava della prigionia in Germania faceva un sorrisino come per dire “non sai cosa provo io”.
C’era poi la specie “mi piace andare in colonia perché è sempre meglio che casa mia”. Per darvi un’idea: alla Vanoni c’era un bambino che, al mattino, raccoglieva quel sottile strato di panna che si forma sulla superficie del latte nella tazza da tutti i vicini del tavolo, come se fosse chissà quale leccornia. Vedevi ‘sti lembi viscidi ed appiccicosi passare schifosamente da uno all’altro per finite nel crogiuolo di quel povero diavolo, che ne sollecitava il versamento. Ma che cacchio gli davano da mangiare a casa? Pantegane?
Incubi di terribili polpette, sogni di tremebonde incollate impacchettate pastasciutte popolavano i miei sogni, ma c’era chi, invece, faceva razzia. Se vi dico che non pochi, al mattino, pasteggiavano (non “si lavavano i denti”, pasteggiavano) saccheggiavano i dentifrici riposti nelle tristi buste da bagno della colonia, voi non ci crederete, ma era proprio così. Questi bambini erano la gioia dei cuochi (cuochi?). Ingrassavano, spazzolavano, si fregavano le mani quando arrivava il carrello. Il puer famelicus tornava a casa pesando cinque chili più che alla partenza e non vedeva l’ora di rifare quella gaia esperienza gastronomica. Collezionista di marmellatine e chimicamente sospette gelatine di frutta, a merenda ne faceva scorta, avendo fin dall’inizio capito che, i più, le buttavano nei cestini. Le Nutelle da cinque grammi no, effettivamente quelle erano più apprezzate.
La specie del bambino che arrivava pallido e andava via roseo e cicciottello era la più sfortunata perché, se considerava uno spasso quelle settimane, significava che a casa doveva stare ben male: meglio arrivare bianchi e rossi e andare via smorti. Girando tra le gabbie ci si poteva imbattere anche nella razza degli inconsolabili, bambini che i primi dieci giorni piangevano. Non è che trovassero poi nelle “signorine” delle calde madri, neh. Sicuramente la maggior parte di queste brave ragazze era rappresentata da zelanti deamicisiane maestrine, ma io mi ricordo benissimo due sadiche che, l’ultimo giorno, sì, l’ultimo giorno, quello in cui rientravamo in possesso del nostro magro gruzzolo e lo investivamo nell’acquisto dai banchetti degli squali lì riunitisi per il periodico smaltimento degli avanzi di magazzino, di mostruosità per la mamma e il papà, tipo il barometro con orribile sirenetta tra pezzi di conchiglia o l’immarcescibile gondola di Venezia, inspiegabilmente presente da Aosta a Trapani, ricordo due sadiche, dicevo, che si divertirono a farci mettere in fila e ad ispezionarci le unghie per dirci che non sarebbero tornati a casa, no, non coloro che le avessero avute lunghe e sporche, cioè il novantotto per cento, no, troppo semplice (sarebbe stato un metodo di selezione con una logica) no, ma chi avesse mostrato delle macchie bianche sulle unghie stesse (!!). Ora, io non ho mai considerato le macchiette bianche sulle unghie. Non sono e tanto meno non ero un onicologo (esiste l’onicologo?). Non so neanche a cosa siano dovute. Carenza di calcio? Accumulo di calcio? Bolle d’aria? Microtraumi? Non me n’è mai fregato niente, ma in quel momento, in fila verso le due kapò, le macchie bianche mi hanno preoccupato tantissimo. Io le avevo, come quasi tutti. Forse sono proprie dell’unghia in crescita. Fatto sta che attirarono l’attenzione delle due simpaticone, che decretarono il non rientro a casa a più della metà dei candidati. Io ero tra questi e caragnavo come tutti gli esclusi, riunitisi in gruppo a guardare con invidia gli altri, quelli che, soddisfatti, si guardavano le dieci dita stese e allargate con una faccia da “certo che c’ho delle gran belle unghie”.
Avete presente quando Bob De Niro si compiace?
Ma mi domando, adesso, dopo trentacinque anni, dopo che ci ho pensato e ripensato e ho rivisto me e gli altri, con le nostre gondole di Venezia, bidonati ma contenti di portare ai nonni lo strapagato duomo di Milano in plastica, stampato in Cina, e poi messi lì in fila per l’esame delle falangi, mi domando: ma erano selezionate, ‘ste signorine, dovevano garantire un minimo di equilibrio mentale o una analisi e un controllo non c’erano, per cui si potevano infiltrare fuggiasche da manicomi criminali?
Pacco, posta, visita, partenza.
Eravamo sulla nostra spiaggetta, raggiunta attraversando un tunnel puzzolente, e stavamo lì, nei nostri costumi di lana, a guardare il mare. I passatempi preferiti erano i seguenti. Costruire nella sabbia un sedile di automobile, con attorno portiere, cofano, baule, fanali, insomma tutto ciò che serve a sedercisi sopra, manovrando le marce e facendo “bruum bruum”. Le marce erano bastoncini del gelato. A questa attività si dedicavano i patiti di automobilismo e coloro i quali volevano fare i meccanici da grandi. Poi c’era “lo scavare per trovare l’acqua”. Stando, per motivi di sicurezza, a quindici metri dal mare, l’acqua la trovavi se avevi a disposizione una di quelle trivelle sempre in movimento che stantuffano e, nel Texas o nel Kuwait, tirano su il petrolio. Ci si allungava giù in questi imbuti, dal fondo dei quali arrivavano esclamazioni piene di entusiasmo, tipo “la sabbia è umida”, ma l’acqua non l’ha mai trovata nessuno. In compenso un bambino di Lanzada è rimasto incastrato verticale con la mano destra incagliata in posizione di scavo e i piedi per aria, finché le sua urla non hanno richiamato le sorveglianti. Questa era la categoria “degli ottimisti irriducibili”. Poi c’erano i cercatori. Non so se, in questa epoca ricca e progredita, i pezzi di vetro azzurri e verdi levigati dal mare e i frammenti di conchiglia abbiano un valore (di conchiglie intere in quella spiaggia non se ne trovano, se le volevi, le comperavi al mercatino dell’ultimo giorno, pagando quelle di Loano come rari esemplari caraibici), però so che in quei tempi valevano, eccome. Un bel tòcco di vetro smussato aveva il suo peso economico, una scheggia di conchiglia centimetri due per tre era una leccornia per il mercante collezionista.
Il bagno era di dieci minuti e solo fino a dove l’acqua arrivava all’ombelico: per non sbagliarsi, c’era proprio un confine, un rettangolo di mare delimitato da funi sostenute da boe per cui l’abluzione si trasformava in un assalto di cento rospi gracidanti in uno spazio di mezzo metro quadro a testa e con il costume di lana che, impregnato d’acqua, pesava 5 (dico cinque) chili impedendoti qualunque movimento causa effetto zavorra, con il risultato di sentirsi rinfacciare dal genitore, una volta rilasciati per decorrenza termini, “ma come, anche quest’anno non hai imparato a nuotare?”. Quando passava il treno additavamo i vagoni attribuendo ad ognuno un nome: pacco, posta, visita, partenza. Se l’ultimo era chiamato pacco, per esempio, per noi significava che avremmo probabilmente ricevuto qualcosa da casa e se invece era una vagone-posta voleva dire che sarebbe arrivata una comunicazione scritta. Posso dire con sicurezza che la popolazione dei colonizzatori non era costituita né da grafomani, né da confezionatori di pacchi di doni o provviste, perché io ho visto arrivare sì e no otto cartoline in molti anni di colonizzazione. Dico otto cartoline in tutta la colonia, non a me. Se poi il concetto di visita era una pura illusione, perché sembrava che spostarsi da Grosio a Borghetto Santo Spirito fosse come fare Terra-Marte, per cui di visite non se ne vedevano proprio, quello di partenza era del tutto demenziale, perché non si partiva prima, si partiva quando era finito il turno. No, non era demenziale. Semplicemente esprimeva il disagio comune, la voglia di andarsene e l’infantile capacità di sognare, di credere oltre ogni logica.
Partenza! Allora partiamo!
Dire, fare, baciare, lettera, testamento. Se si doveva essere sottoposti ad una penitenza si coprivano gli occhi con una mano e si tirava una delle cinque dita di un compagno. Se tiravi “dire” dovevi andare a riferire qualcosa a qualcuno. Di solito ti mandavano dal più carogna a insultarlo o da una persona del sesso opposto a dire che l’amavi. Penitenza molto pericolosa perché il pestatore oltraggiato non stava lì a vedere che stavi scontando una pena (una pena particolare nella pena generale), no, figuriamoci, non vedeva l’ora di trucidarti per un nonnulla. Dire invece, “ti amo” o “lo Svanoletti ti ama” era meno sdrucciolevole: tu al massimo arrossivi e lo Svanoletti era all’oscuro di tutto, stava facendo brum brum sulla Lamborghini di sabbia. Porrei il fare e il baciare, in questa dotta disquisizione sul penitente nel penitenziario, sullo stesso piano, perché finivano nel medesimo modo: a botte. Nel senso che se ti mandavano a baciare qualcuno o qualcuna, o si trattava di belli e ti crapadonavano, o si trattava di brutti e si ribellavano ancora di più perché sbeffeggiati, o si trattava di né belli né brutti ma di attaccabrighe e allora lì bisognava poi dividere baciato e baciante. In quanto al fare, beh, lì il ventaglio di possibilità era più grande di quello dell’imperatrice del Giappone. Si andava da richieste che corrispondevano a suicidarsi (piscia in testa al Cincera), a pretese meno sconsiderate (corri da qui all’acqua dieci volte; ehi, ehi, Capararo, allontanati dall’acqua che è pericoloso!”) od istanze decisamente miti (portami cinque vetri azzurri). Devo dire che sulla lettera e il testamento ho ricordi piuttosto vaghi. Mi sembra che si trattasse comunque di penitenze che prevedevano lo scrivere sulla schiena del punito un testo generalmente pazzoide, a graffi e pugni, (classico “il pugno da affrancatura”) concludendo con un bel calcinculo. La colonia era dotata di infermeria e forniva la sua bella razione di religione. In infermeria si finiva per poco: traumi, escoriazioni, temperatura corporea sopra i trentasei e otto. Non era malaccio. Il vitto saliva da “tipo Ucciardone” a “tipo San Vittore”. Mi sembra che ci fosse un’infermiera. Il dottore no, solo per i casi gravi. In quanto alla religione, beh, il solito Dio vendicativo imparato al catechismo. Ricordo la mia valigetta da colonia verde con gli angoli rinforzati di cuoio marrone. Che bello quando la tiravo fuori da sotto il letto per prepararla e tornare a casa! Tutta la biancheria sporca coi suoi bei numerini cuciti (sì, sì, potevi essere il trentaquattro come il settantatre), il mandrone fatto con gli avanzi di conchiglie, ma messo lì, tra costumi e camicie, ben protetto, prezioso, le infradito, i sandali coi buchi, il tubetto di dentifricio spremuto, il sapone nel portasapone, il sacchetto di plastica con i trofei della spiaggia. Qualcuno aveva una cartolina ricevuta. Noi però scrivevamo, noi sì, scrivevamo a casa. Lunghe lettere, qui sto bene, il mare è bello, le signorine sono brave, o portatemi via, portatemi via se no scappo. Quando finalmente mettevi i piedi sul quel benedetto treno e partivi, tornavi a casa, ti sentivi felice, guardavi il mare e ti sentivi felice. Di andartene e possibilmente di non rivederlo più. Io, la colonia, l’ho vissuta così. C’è anche chi se l’è goduta. Non riesco proprio a trovarci niente di positivo, se non, appunto, l’aria che ci faceva bene, la sabbia, i bagni freddi e rapidi. Secondo me, quel tipo di colonia era, o comunque era vissuta dai più, come una collocazione, quindi come ciò di cui si trattava: stai lì perché a casa non so dove metterti. Ma sulla qualità della nostra vita quelle esperienze andavano a rimpolpare l’elenco del brutto, non del bello. Ho visto bambini magari un po’ tonti picchiati tutti i giorni e io stesso sono stato malmenato tante e tante volte. Da anni, se sento dire “colonia” mi viene in mente “penale”. Triangia era già una sistemazione meno brutta, perché almeno tornavi a casa per dormire, la sera, e c’era la minestra e c’era il Carosello. Io aspettavo la corriera davanti al negozio del Tempra. Questo significava panino col crudo nell’attesa. Non era malaccio come inizio, se si sorvola sul fatto che mi ero alzato alle sette, quindi prima ancora di quando si andava a scuola, lasciavo i miei amici che avrebbero duellato beati in cortile e pranzato in modo decente a casa propria e andavo ad intagliare malinconiche barchette dentro pezzi di corteccia. Non mi stupisce il fatto che la parola “colonia” richiami alla mente il colonizzare, il fare una violenza. A Triangia il solo sedersi a tavola a mangiare significava subire un’aggressione, perché ci sfamavano con pattume. È ora che qualcuno ricordi e dica che quasi tutto era immangiabile e veniva avanzato ed è anche ora che qualcuno affermi: le colonie erano puramente dei luoghi di custodia, non si usciva da esse arricchiti intellettualmente, non si traeva dal frequentarle un vantaggio che andasse oltre il cambiar aria. Sicuramente l’Umberto che trascorreva tre mesi a Forte dei Marmi, stava meglio. A me sarebbe bastato starmene a casa mia. Io non so se oggi esistono ancora le colonie e, se esistono, non so se sono concepite e organizzate come allora. Se venissi a sapere che ci sono e che si vive come quando io ero bambino, non negherei la mia adesione ad un violento movimento di liberazione degli internati.
Salivo sulla corriera con un berretto arancione alla Caterina Caselli e stavo in piedi, perché l’automezzo, ora che arrivava alla fermata di viale Milano, aveva già tutti i posti a sedere occupati. Su per le curve ero sballottato a destra e a manca, ma mantenevo un contegno perché c’era una ragazza più grande di me a cui sapevo di piacere, nonostante il copricapo. Quando passavamo davanti al cimitero di Triangia mi adeguavo al rito retorico e meccanico del segno della croce, dopo di che si arrivava nel cortile del casermone.
Nella fattispecie non era altro che una scuola elementare. Le giornate si susseguivano una dopo l’altra in una condizione di noia e abbruttimento.
Non si andava oltre la partita di calcio, la solita passeggiata fino allo spelacchiato spiazzo nel boschetto.
In sostanza le cose andavano così. Raggiungevamo la colonia verso le otto, e subito, irrigimentati, in fila nel cortile, venivamo assoggettati al rito dell’alzabandiera con canto dell’inno nazionale: puntina sul vinile, quarantacinquegiri che gracchia, noi dietro, …..telli….., s’è desta……., di Scipio……….la testa……..siam pronti alla morte……
Alle nove venivano formate le squadre. Durante la mattina si cincischiava. Alcune signorine, poco più che sedicenni, stavano volentieri in compagnia del Grillotti senior, ragazzone belloccio. Io avevo ‘sto strano rapporto con la tipa più grande, perché in pratica faceva tutto lei, ma in modo confuso, perché da una parte voleva starmi vicino, ma, dall’altra, trovandomi timido e poco reattivo, finiva col prendermi per il culo a causa delle orecchie a sventola e del berretto da Cantagiro: finivamo sempre ad insultarci. Così si parlava di noi come di una coppia.
In realtà, pensando al nostro rapporto, è difficile immaginare qualcosa di più goffo e inesistente. Nel pomeriggio, ahimè, c’erano “le gite”.
Il dramma era proprio questo: si passeggiava sotto il sole.
I livelli erano cinque: selva numero uno, selva numero due, selva numero tre, esoterica, misteriosa, più in alto, riservata e destinata ai più grandi, località ai Ligari e laghetto di Triangia. Tutto in salita, i piccoli venivano intruppati in squadre che si fermavano giù, alle prime due selve sperlufite: guerre con le pigne, arrampicamenti su alberi (già senza rami sotto i tre metri dal suolo dopo due giorni dall’inizio della colonia), partite di calcio miste, no, non scapoli contro ammogliati, intendo maschi contro femmine, e lì……..lì……..effettivamente ……..
Quando diventerai grande accederai alla terza selva.
Ma cos’è ‘sta roba?
Tutto qui?
Magari per due anni eri stato giù in basso, e quando finalmente ti elevano c’era un successivo spiazzo senza erba, ancora più piccolo degli altri due, che di misterioso non aveva proprio un tubo, e ancora i passatempi erano quelli dei piani bassi: cuore con freccia su albero, freccia nel culo al Nesa, culo quadro per ore di gioco dei noccioli di pesca.
Che palle!
Ah, già, il gioco dei noccioli di pesca. Allora: per terra una decina di noccioli, due, tre, o più contendenti. Ognuno ne tirava uno in aria (il più alto possibile per guadagnare tempo) e, mentre esso volteggiava, con una sola mano doveva prenderne quanti poteva (di quelli a terra) e riacchiappare al volo il primo, che ricadeva dall’alto.
Gioco “a punti”.
Quando una signorina diceva, finto gaio, “andiamo ai Ligari”, oppure “andiamo al laghetto”, le imprecazioni erano delle più colorite e fantasiose, poi, poi ci si doveva rassegnare. File di bambini condannati dai loro otto, dieci anni, su strade polverose, sotto un sole a sciaboletta, nella canicola. Lo Speziali ed io cercavamo di ispirarci a Clint Eastwood (“Per un pugno di dollari”, “Per qualche dollaro in più”, “Impiccalo più in alto”, “Gli avvoltoi hanno fame”), ma dopo un po’ tutto si rivelava inutile: no, non era il Texas, né la California, eravamo sempre e comunque sopra Triangia, e a continuare a sfidarsi con due pigne – pistole tirate fuori e rimesse nelle saccocce con aria da duro, sudavi solo di più. Riarsi, disidratati e incazzati col mondo raggiungevamo la meta, e riempivamo le borracce, immergevamo testa, torace e braccia nella fontana.
Che lo scopo di tutto fosse quello?
Che il senso fosse quello: prosciugarsi e ri – idratarsi?
Mah!
Sentire, verso le ore tredici, “andiamo al laghetto”, e vedere il panico stamparsi sulle facce di tutti “i grandi” era una sola cosa.
Pensate che stia esagerando?
Fate voi un mese di traversate del deserto, poi ne riparliamo. Altri bei passatempi erano: andare al cimitero, andare alla frazione Gatti, andare sotto l’antenna ripetitore della televisione: dose di onde cancerogene elettromagnetiche.
Basta.
Basta, passo al racconto del ritorno, così arrivo alla mia casa e al mio cortile prima.
C’erano tre pullman.
Facevamo le gare.
Si voleva salire tutti su quello più piccolo e rosso, perché andava più forte.
Gli autisti ci stavano.
Come?
Cosa dite?
Potevano essere denunciati per tentata strage?
Ma secondo voi delle persone che accettano di portare a Triangia tre camionate di bambini ogni giorno si fanno di questi problemi?
(No, dai, scherzo).
La merenda era quella tradizionale “da colonia”: ricordo bene i tristi scatoloni portati dalla cucina, quello con le michette e quello con i parallelepipedi di gelatina di forsefrutta. Alla sera si tornava a casa. Io brancavo gli ultimi brandelli di giochi in cortile, assetato di notizie sulla vita che mi perdevo.
Poi la cena, la sera, la notte, e il giorno dopo sul marciapiede, puntuale, per essere raccolto e internato.
Forse a qualcuno piaceva.
A me no.
A me non parlate di colonie.
Da grande, quando ero già papà, mi è capitato di andare a rivedere la colonia Vanoni con mia moglie ed il mio primo figlio: c’era una piscina all’aperto, un abbellimento, rispetto ai vecchi tempi. Ho sollevato mio figlio, l’ho preso tra le braccia con l’intenzione di spiegargli, già la mia mano e l’indice distesi tra le sbarre del recinto.
Poi no, non ho detto niente, non ho raccontato niente, e li ho portati via alla svelta. Avrei parlato di una prigione: non avrebbero capito, li avrei solo rattristati.



Tutti a pranzo! Pago io

L’estate dopo la terza media era iniziata col campeggio del don Giovanni, su a Santa Caterina. Un giorno, mentre sono lì a smerciare acqua all’anice con la borraccia di pecora basca, mi arriva una lettera.
Strano.
Eppure il Gubilla chiama proprio me.
Riconosco la grafia di mia madre.
Apro.
Dice che ha affittato una bella casa a Chiesa Valmalenco, una casa con un grande terrazzo.
Bene.
Quest’anno non mi mandano a Triangia. Da quel momento ho vissuto meglio, ho cominciato a fantasticare su qual pezzo di luglio e tutto l’agosto che mi attendevano.
Ooh, niente colonia!
La casa era bella, vecchia ma bella, con un largo balcone al secondo piano, sulla strada principale. La mamma andava via al mattino e tornava alla sera, per cui io e le mie sorelle, più piccole, eravamo liberi. Ma, si sa, un quattordicenne lasciato padrone delle proprie giornate prima o poi qualche cazzata la fa. Io ho partorito la bella pensata di invitare i miei amici per un pranzo a polenta e salsicce sulla terrazza. Una mattina verso le nove e mezzo sento un baccano d’inferno.
Erano arrivati e in moto.
“Ehi, Isacc!”.
“Vieni fuori Ezechiele!”.
Madonna, quanti sono!
E urlano, schiacciano quei cacchio di clacson a trombetta. Nella zona vengono fuori tutti, clienti e camerieri e gestori dell’albergo Palù, villeggianti delle case vicine, negozianti e, soprattutto, le due megere proprietarie della casa.
Siccome i miei amici sono gente capacissima di appiccare il fuoco alla sedia a dondolo col nonno sopra (non lo dico a caso: aspettate e vedrete) ma che va in crisi se la moto è meno di uno specchio, vogliono tutti riparare i loro cinquantini truccati nell’androne giù al piano terra. L’unico problema è che le moto sono una quindicina e lo spazio basta a contenerne quatto o cinque. Quindi, quando, sconsideratamente, invece di far finta di non esserci (potevo farlo, li avevo visti dal buco delle persiane, avevo preso un colpo, li avevo visti, non sapevo che invitandone quattro ne sarebbero arrivati quasi trenta, due per moto, potevo non rispondere, lasciarli lì a fare casino per mezz’ora e salvarmi) mi sono affacciato e ho detto “venite su”, quella masnada di avanzi di galera come prima cosa ha pensato di mettere a riparo le moto. Ho buttato la chiave (mai più ritrovata) e in pochi secondi si è creato un ingorgo pazzesco, un estemporaneo artistico assembramento in sovrapposizione di ruote pedali frizioni freni carburatori. Un casino della madonna. Nessuno voleva lasciar fuori neanche un fanalino.
Oh porca puttana: arrivano le due vecchiacce.
“Cusa l’è ‘sto putiferi? Cusa sì dre’ a fa’?”.
Scarica di bestemmie, le risposte vanno da “non ci rompere i coglioni” a “ma chi sono ‘ste tocole?”.
Una delle due guarda su:
“Ghel disi mì ala tò mama, stasira! Aah, ghel disi mi!.
Anzi, no, ghe telefuni. Cuma lè il numer?”.
See, adesso ti do il numero….
“Eh, non lo so”.
Intanto la lotta all’entrata si è fatta guerra totale, per riparare il proprio tappo di serbatoio ogni proprietario sbudellerebbe seduta stante i rivali. La porta di legno danneggiata in modo gravissimo.
Non c’è da stupirsi.
Il concetto di moto non era “scooterino comprato per la promozione”, ma telaio del Guzzi (del cugino) più ruote rubate più manubrio del Gilera (delle zio) più carburatore del rutamat Camillo e così via. Si trattava spesso di opere d’arte irripetibili: se uno aveva avuto il culo incommensurabile di “trovare” due cerchioni adattabili, col cacchio la fortuna si sarebbe ripresentata, se fossero stati danneggiati. La moto era “oracolo oracolino da tenere sull’altarino” (questa non è mia: me l’ha detta una ragazza a proposito di una dentiera che le ho fatto). Bene o male, dopo mezz’ora di combattimento, si trova una soluzione: metà dentro, a puzzle, l’altra metà sotto la tettoia dell’albergo Palù (il proprietario pur di porre fine a quello spettacolo che aveva molto della periferia di Chicago e poco dell’ideale luogo ameno di montagna, aveva offerto ricovero, per non sentire più i fastidiosi rosari dei teppisti e togliere dagli occhi dei clienti la visione dei miei amici, non proprio educati a Oxford).
Salgono.
Mentre si avvicinano, rutti, cozzare di bottiglioni di rosso, sfrigolìo di zolfanelli che si accendono, penso nel panico più totale “e le mie sorelle?”.
Io forse, tenendoli sulla terrazza, avrei potuto controllarli, ma come potevo creare un muro di protezione tra i visigoti e le mie sorelle, di nove e sei anni?
Ormai è tardi.
Adesso non sto qui a descriverli tutti. Diciamo che i meno pericolosi sono il Friz, con la sigaretta in bocca, il Cicci, con la collana di salsicce, e il Lalo. Gli altri sono temibilissimi.
C’è anche il Pozzino.
Ho detto tutto.
E come va e come non va e vecchio figlio di buona donna qua e vecchia volpe là. Li spingo sulla terrazza. Non è mica gente che sta tranquillamente seduta a leggere il Corriere, noo, qualche boiata la devono fare. E infatti nonostante i miei “no, no, è vietato!”, saltano il muretto che dalla terrazza porta al giardino di un vicino e attaccano una pianta di ciliegie. Lo spettacolo è incommentabile, sento che mi si riapre l’ulcera duodenale. Si consideri questo: noi (le mie sorelle ed io) quel giardino tenuto come un tinello lo guardavamo e basta. Loro, rispondendo ai miei “no, no, tornate indietro” con “una ciliegia, solo una” hanno attaccato la pianta, ma non in modo normale, bensì in stile viale Milano-Oratorio, cioè decapitandola di tutti i rami raggiungibili prima ad altezza uomo, poi ad altezza uomo sopra uomo.
Oh cazzo cazzo cazzo!
In quaranta minuti avevano divelto una porta, provocato l’innescarsi di un calcolo dei danni morali e materiali da parte delle due zitellone vilipese, mandando a puttane due settimane di “buongiorno, come va” di mia madre nei confronti dei proprietari del Palù, dai quali andavamo di domenica a prendere le tagliatelle al sugo di lepre, e adesso stavano facendo a pezzi il ciliegio, quando noi non ci saremmo permessi neanche di cogliere una sfera matura e rubina alle tre di notte!
Dio, fa che il milanese sia fuori, fa che non ci sia, potrò sempre fargli credere che la colpa è di un uragano svizzero che è arrivato proprio qui, nel suo salotto all’aperto, e……mi dispiace……è stato un attimo, grandine, gliel’assicuro, l’ho visto io, proprio qui, pazzesco, come mi dispiace…sì.
Oddio no! Arriva con la consorte e sacchi della spesa. Vedo le camicie scozzesi d’alta quota e i calzoni alla zuava!
Sono in basso, non hanno ancora visto niente.
“Venite via! Venite via, arrivano i proprietari!”.
Neanche per le balle.
“Le tiriamo giù per il dopo mangiato, Izzec”.
“Cazzo, venite via, arrivano i proprietari!”.
Nel tirare fuori la chiave dell’entrata dal suo taschino con cerniera, il milanese ode lo schiamazzo, guarda su e incomincia a preoccuparsi.
Eh sì, sta proprio succedendo qualcosa nel suo tinello vegetale, forse il pomeriggio non potrà essere dedicato a lustrare le foglie degli adorati cespugli con lo spray lucidante. Io, disperato, vinco me stesso e il tabù dell’entrata in quel giardino e mi butto sui primi che mi capitano a tiro. Nell’overdose di preoccupazione tiro un calcinculo al De Bernardi e prendo per i capelli il Tempra. Ma non c’è niente da fare.
E in sovrattassa le mie sorelle piangono, dalla terrazza guardano lo spettacolo di devastazione. Non ci credono.
Ma chi sono arrivati, i luciferi della dottrina?
Quando il milanese apre la porta verniciata di fresco verde, la portafinestra che dà sulle aiuole, e fa un passo, seguito dalla sciura, ape la bocca ma non emette vocale e il suo è un urlo tacitato dallo sbigottimento: ci avrebbe creduto di più se avesse visto il Papa fare surf sull’Adda in costumino a due pezzi rosa. Gli cadono di mano i sacchetti con dentro il salame fatto a Cinisello ma venduto ai prodotti tipici.
La moglie osa:
“Cosa c’è, Pino?”.
Lui, dopo il blocco, avanza lentamente traballando su scarponcini verdi a stringhe gialle.
“Pino, Pino….chi l’è ‘sta ge-ent?”
Io non dico niente. Sono impegnato con le mie sorelle, cerco di calmarle: “non è niente, non è niente…”, ma ho la faccia di uno di Hiroshima sotto il fungone.
Il metropolitano si avvicina al Bee che gli fionda un nocciolo ai piedi:
“Ma ….chi siete….cosa state fando?”
Lo sbalordimento può effettivamente intaccare la grammatica e persino la sintassi.
“Stiamo mangiando le sciarese, perché?”.
“Ma come….come perché? Questa pianta è mia, è proprietà privata”.
“Ma sì, ma sì, non la portiamo mica via la pianta. Tanto andavano a male le ciliegie”.
“A male? Ma cosa dice? (nessuno aveva mai dato del lei al Bee). Mia moglie doveva fare la marmellata…E poi, che scempio, che danni…Ma siete pazzi? C’era bisogno di ridurre l’albero in queste condisioni?”.
Mentre gli scotennatori se ne andavano dalla chetichella, per niente dispiaciuti o impauriti, ma semplicemente sazi, il milanese perdeva il controllo:
“Mi ciami la polisia! Mi ciami la polisia! Drugaat! Ve sistemi mi! Disgrasiaat!”.
“Sta calmo, Pino! Sta calmo! L’è nient de graaav”.
“Ma come niente di grave?!! Mi hanno fatto fuori mezza pianta!”.
In effetti il sciur Pino la denuncia l’ha sporta e due giorni dopo, mosso a pietà dalle scuse e dalle lacrime di mia mamma, l’ha annullata, l’ha stracciata, insomma ha detto al pulotto “laghi stà, fa nient”. Il sabato pomeriggio mia madre gli ha fatto recapitare una pianta di limoni in un grande vaso, con su i limoni.
Ma torniamo ai barbari.
Sazi dei frutti, per niente immalinconiti al pensiero che la sciura quell’anno non avrebbe approntato le marmellate, essendosi avvicinato il mezzodì decidono di preparare la polenta. E nel frattempo bevono.
Vino rosso nero forte di Triasso. Io sono fuori giri. Ad un certo punto, esausto, sfiancato dal controllare la casa, la terrazza, la cucina, le salsicce, trenta malnati e due sorelle, ne chiudo una in un armadio a muro.
Voi direte: balle. Eppure è andata così.
Mi dispiaceva che l’Eugenia vedesse i miei ospiti ruttare fumare bere dire parolacce, per cui, ad un certo punto, ho creduto che chiuderla in un armadio dicendo “stai qui, stai qui tranquilla con la tua bambola, fate un sonnellino” fosse un modo per proteggerla.
Intanto qualcuno è andato a comprare stoviglie di plastica.
La polenta è pronta e viene portata sulla terrazza, con la collana di salsicce del Cicci. Il vino e il bitto sono già fuori.
Aah, tregua.
Libero l’Eugenia e do da mangiare a lei e alla Graziella: terrorizzate portano alla bocca pezzetti gialli, tenendo la testa bassa, e ogni tentativo dei miei amici di rasserenarle non fa altro che spaventarle ancora di più. Nel suo salotto sotto il sole il sciur Pino conta i caduti. I bottiglioni fanno il giro più volte. Troppe volte.
La polenta viene sbafata rapidamente, qualcuno incomincia ad alzarsi, accende una sigaretta e lancia una manciata di giallo di sotto, sul marciapiede.
Ciaff.
Bello, dice.
Altri si avvicinano alla ringhiera.
Paff.
Paff.
Poco a poco tutti ci provano.
Ci sono anche gli avanzi di salsicce, formaggio.
Passa una macchina.
Stoc, pezzo di formaggio sul parabrezza. Frena.
L’autista scende, guarda il vetro, poi guarda su.
“Chi è stato?”
I malviventi, dandosi gomitate:
“Io” “Io” “Io”.
“Ma bravi, bene, vi divertite…e già, c’è gente che muore di fame e voi buttate giù la roba….”.
Parte un missile di salsiccia, poi un altro di polenta: il malcapitato riguadagna l’abitacolo e scappa via. Da quel momento la zona è diventata territorio bombardato e finché è rimasto qualcosa nei piatti o in cucina, sui fornelli, è stato buttato di sotto. Io, disperatamente impegnato a sparecchiare. Portavo via il più possibile, perché sapevo che poi si sarebbe passati ai piatti, ai bicchieri, alle posate e alle bottiglie.
“Accendiamo il camino”.
“No, non c’è legna” dico io e vado avanti a sistemare.
Trascorrono dieci minuti, dopo di che incomincio a sentire lo schioppettìo del fuoco e penso “strano”.
Vado a vedere.
Stavano bruciando gli scaffali della credenza.
“Ma che cazzo fate?”.
Non ne potevo più.
“Erano vuoti, non servivano a niente…”.
“Ma vuoti cosa? Avete finito di fare cazzate?!!”.
Su cinque ne ho salvati tre: rimessi al loro posto lasciavano un’immagine di grande carenza, ma tenendo l’anta chiusa….
Fortunatamente si avvicinava la sera e con essa la fine dell’incubo. Ad un certo punto il Cicci si sdrai sul letto e, siccome ha i capelli lunghissimi, qualche depravato decide di controllare se è un uomo o una femmina: con tecnica da banda minorile lo bloccano, gli tengono fermi mani e piedi, gli tirano giù i calzoni e poi le mutande e gli tirano il pisello. Mentre lui urla e si dimena, viene espletata la constatazione. Sì in effetti è un maschio. Lasciatelo libero, se ne va via piangendo incazzato, prende proprio la porta, scende e si incammina verso Sondrio. Dal balcone:
“Ma dai, scherzavamo”.
Lui fa un gestaccio, sta ancora piangendo.
Almeno questo le mie sorelle non l’hanno visto.
Come chi legge, anch’io, a quel punto, mi aspettavo che tutto fosse finito. Invece no, il peggio doveva ancora arrivare.
Nella camera matrimoniale il Pozzino spara alcool in abbondanza su una parete e appicca il fuoco.
Sì si, avete letto bene: appicca il fuoco.
Madonna!!
Fortunatamente era una parete spoglia, comunque era un muro infuocato.
Lui ride.
Io corro a prendere un pentolone, lo riempio di acqua e tiro verso l’incendio. Altri mi imitano. Non ci abbiamo messo molto a spegnere le fiamme, ma la stanza e il letto, le coperte, le lenzuola, i mobili erano inguardabili. A quel punto ho detto basta. Non mi fregava più niente di niente. Volevo solo che si sedessero sulle loro moto lustre e sparissero alla svelta. Con aria tipo “occhei, che ne andiamo, ma con calma, solo perché ci va di farlo” se ne sono andati.
Inutile descrivere la casa: diciamo che se fossero arrivare trenta persone con il compito di farla a pezzi, lo stato finale sarebbe stato simile. Avevo un’ora, verso le sei sarebbe arrivata mia madre. È stata probabilmente l’ora più disperata e frenetica e preoccupata della mia vita. Ho aperto le finestre, tutte, anche se, me ne sono reso conto nei giorni successivi, quel terribile odore di vino alcool intonaco bruciato fumo di sigaretta salsicce polenta avrebbe impiegato una settimana per andarsene del tutto. Ho fatto il possibile.
Le mie sorelle domandandomi con apprensione “ma tornano?”, la più piccola “ma tornano quei signori?”, mi hanno dato una mano. Io piangevo, le tranquillizzavo, correvo a destra e a sinistra, cambiavo lenzuola, lavavo piatti, scrostavo pentole, scopavo, buttavo via l’immondizia.
Al suo arrivo, la mamma trovò le megere sulla porta. Loro fornirono un primo resoconto, poi ci fu quello del signor Pino e moglie, che conoscevano l’ora del suo rientro, e alla fine toccò a me balbettare la mia versione.
Fortunatamente, in mia madre prevalsero pensieri tipo “poteva andare peggio…sono ancora tutti e tre in buona salute e la casa è rimasta in piedi” e sentimenti come “poveretti, li devo lasciare soli e poi, per forza, se arriva qualche delinquente sono indifesi”.
Non la mise giù troppo dura. Non ha mai saputo tutto. Se leggerà questo libro, potrà farsi un’idea di ciò che accadde, in quel giorno dell’estate del ’71.





Uomini strani

Dal nostro quartiere e dalla nostra generazione è uscito un gran numero di uomini strani.
Quando entri a Sondrio provenendo da Morbegno hai un’alta possibilità di vedere, appoggiato placidamente alla ringhiera, su una terrazza, a sinistra, una persona con gli occhiali dalla montatura sempre identica, i capelli costantemente della medesima lunghezza, cioè appena sotto le spalle, non un centimetro in più non un centimetro in meno, la camicia ben stirate e i calzoni impeccabili, con la riga a piombo. Non posso giurare sul fatto che si tratti ancora di pantaloni aderenti sui fianchi a vita alta, piuttosto scampanati, ma è probabile.
Questo uomo è così da trent’anni.
Cosa fai?
Curo i capelli e sto sulla terrazza.
E cosa fai sulla terrazza?
Controllo chi entra e chi esce dalla città.
Bene.
Abbiamo una guardia cotonata, dal capello irreprensibile.
Quanti sono morti. Il Bruno Cederna, il Luigino, il Phil, il Marchino, la lista è lunghissima.
È morto anche il Cesare Bongio, quel simpatico ragazzone sempre sorridente sulla sua sedia a rotelle. Me lo ricordo bene. Saliva e scendeva sull’ascensore messo per lui dalle case popolari.
Aveva preso la polio.
Sua mamma faceva uno squisito pollo in umido, e la zuppa inglese con l’alchèrmes (la zuppa inglese con l’alchèrmes è rosa, quella con il marsala è marrone).
Il numero dei separati e divorziati è altissimo, quello di coloro che vivono soli lo è ancora di più.
Ci si incontra, si scherza, si ricorda, ma poi c’è un bilocale, a volte un cane.
Poco tempo fa ho incontrato uno di questi uomini strani. Mi ha raccontato di quando lui e altri tre scioperati, considerandosi ormai spacciati in prima geometra (le classi erano di trentasei persone, quindi una bella fetta veniva falciata), ad un mese dalla fine della scuola decisero di attaccare. Uscivano di casa, regolarmente, prima delle otto, con il loro bravo zaino, si dirigevano seri verso l’istituto, e poi si trovavano per andare su dalla Baiacca verso Sant’Anna. Facevano casino tutta la mattina, bevevano vino, sparavano cazzate, poi, mezzi ubriachi, verso mezzogiorno scendevano giù, e tornavano a casa. Tutto andò via liscio finché il padre di uno dei quattro, una mattina, tornando a casa dal turno di notte (era poliziotto, rigido e manesco) non trovò un disegno, un disegno tecnico che il figlio aveva descritto come fondamentale per il recupero scolastico. Allora lo arrotolò, e, solerte, lo portò a scuola, per sentirsi dire, sbigottito: “Ma guardi che suo figlio non si vede da due settimane”.
Quando, quel giorno, i quattro balordi arrivarono giù, videro il padre poliziotto che, in fondo alla strada, faceva al figlio, con due dita, il cenno: “Vieni qui”.
Tutti pensarono: “Siamo finiti”.
L’interessato allungò tremulo il passo, gli altri restarono indietro. Tutto andò al rallentatore, in quel mezzogiorno di fuoco. Quando salirono sulla NSU PRINZ beige, la macchina ballò per un bel pezzo.
Altri due vennero massacrati in famiglia. L’unico che si salvò fu il più furbo, quello che, anticipando la notizia che andava diffondendosi rapidamente, confessò alla mamma di essersi assentato da scuola, negli ultimi giorni, perché stanco, affaticato, ma desideroso di recuperare e rientrare vigoroso per la botta finale. La mamma disse: “Bravo, bravo, hai fatto una cosa sbagliata, ma l’importante è che l’hai detto. Ti perdono, sei stato sincero”. Lui fregò tutti e si prese anche le carezze commosse della madre. Il ragazzo un po’ scapestrato che le ha prese sulla Prinz, quello particolarmente imprudente, anche perché aveva un padre molto duro, oggi è un uomo solo con un cane. C’è una teoria su questa condizione di morte, droga, alcool, solitudine, ed è la teoria che si basa sull’esame della situazione dopo la morte del don Giovanni. Quando il don morì, venne sostituito da un altro prete. Forse esasperato dal fatto di non aver trovato un Oratorio in cui pascolare placide pecorelle, ma uno strano luogo dove il settanta per cento di ciò che si faceva era rappresentato da pratiche non esattamente da Oratorio, una domenica, nel corso della predica, disse:
“Stiamo facendo la parte nuova dell’Oratorio. È bella, e costa tanto. Purtroppo so già che ci sarà un gruppo di delinquenti che la rovinerà alla svelta”.
La nonna del Friz riportò questa considerazione al nipote e lui agli altri. Su appuntamento, una delegazione di quattordicenni si recò dal prete, per chiedere di giustificare quanto aveva affermato.
Erano una trentina.
Lui non cercò di mediare, fece capire chiaramente che se non si fossero più fatti vedere nessuno avrebbe pianto. Fatto sta che, effettivamente, dopo quel colloquio abbandonarono l’Oratorio. Io già non ci andavo più, ero occupato a tirare flaconi di vitamine dall’ufficio d’igiene, ma so che andò così.
Il barista, il sig. Mattiussi, non era d’accordo. C’è una foto che mostra lui, fuori, sui gradini della chiesa, con un bel gruppo di esiliati. Era stile don Giovanni, sbraitava ma voleva bene a tutti, anche a quelli che lo facevano disperare.
Sono immortalati fuori, vollero farsi fotografare con lui, ma non nell’Oratorio. Quel cancello non lo varcarono più. Si trovarono poi quasi tutti in un bar, dove c’erano ragazzi più grandi, e giri poco puliti, traffici di macchine e moto rubate. È vero che giocare a biliardo e a scala quaranta non fu molto peggio che dedicarsi alle attività che all’Oratorio erano un’abitudine, ma cambiò tutto.
Era morto il padre, era stata persa la casa.
Il bar diventò il punto di partenza di scorrerie fuorilegge, il punto di arrivo della droga.
Sì, forse le cose sarebbero andate così comunque, forse non si può pensare che dei bambini crescano e diventino adulti nell’Oratorio, ma il don riusciva a tenere a bada tutti, lasciava fare perché sapeva che poi ci si ritrovava sempre attorno a lui, a fregargli il cappello strano, nero, con la palla di lana in cima, e a bere il vino avanzato nel calice, durante la messa. Se era il caso, sapeva mollare due badilate, ma le accettavi, perché lui per te, per te che tiravi una bestemmia o facevi i baffi alla Madonna in cima alle scale, si sarebbe fatto mettere sulla croce. Lui era il boss. Ci potevano essere capi banda, ci poteva essere chi dominava con la forza, chi impauriva contando su un’aggressività selvaggia, ma davanti a lui si faceva il silenzio, se schioccava le dita. Io me lo ricordo bene quel don Camillo, bello, col mantello nero, sulla bicicletta nera.
Era semplice.
Era semplicemente un capo. Era un capo autorevole, non autoritario. Dopo di lui, per noi, tutti, c’è stato il vuoto.
C’è anche un altro motivo che può spiegare perché molti di noi siano rimasti uomini soli.
Abbiamo frequentato le elementari in classi maschili. Io senz’altro. Qualcuno arrivava in terza dal biennio misto, ma io, come quasi tutti gli altri, per cinque anni ho avuto solo compagni maschi. Che conti qualcosa? Non c’è nessuna prova, nessuna possibilità di stabilire con certezza perché la nostra generazione e il nostro quartiere abbiano partorito tanti uomini irrequieti e soli. Secondo me, le condizioni in cui siamo cresciuti hanno creato una certa misoginìa: è solo un’ipotesi, ma va formulata. Se cresci tra i maschi, concepisci giochi e lotte solo di maschi e tra maschi e, in pratica, fino alla terza media, al di là di qualche innamoramento ultraplatonico, con le femmine hai poco da spartire, un po’ misogino lo puoi diventare. Le donne ci piacevano, ma ne avevamo paura, erano personaggi poco conosciuti. E poi l’Oratorio stesso era strettamente maschile: oltre a qualche suora e a qualche catechista, che peraltro si avventuravano in quel territorio raramente e con molti timori, di gonne ne abbiamo viste poche. È vero, la Vanessa compensava ampiamente quel vuoto, con le sue generose e spontanee esibizioni. Lei, la Marina Patellani e il filmino dello spogliarello riempivano i nostri pensieri, e dovevamo accontentarci di quello. Ripensandoci, sembra quasi di vedere una sorta di struttura guerriera che cresce, arroccata per timidezza dentro un forte tutto al maschile, che è l’unico luogo in cui vuole e può stare.





Fuori dal quartiere

Una trattazione a parte merita l’argomento: uscite dal quartiere. Se ci allontanavamo, lo facevamo in gruppo. Le eventuali mete erano tre e tutte legate all’acqua. O andavamo su alle cascate del Gombaro o al pozzone dell’Adda o alla Castellina nella piscina all’aperto. Si partiva sempre in setto o otto con il costume sotto i pantaloni corti e tre asciugamani in tutto. Non eravamo i più tranquilli della combriccola, anche perché l’Adda si è mangiata più di un Sondriese, per cui qualche rischio c’era. Se riuscivi a non dare troppa importanza allo schifo e al freddo, era un grande spasso. Il particolare che mi fa venire la pelle d’oca è che, negli anni sessanta, il Fossati colorava ancora il Mallero con grande fantasia, oggi poteva essere rosso, domani viola, e noi, tutti contenti, su al Gombaro ci sentivamo dei privilegiati, non degli intossicati, dei privilegiati che potevano permettersi un fiume non banalmente trasparente ma sempre cangiante.
Mi ricordo ancora i gemelli Bomba che si tuffavano nel blu notte o il Palmiro che esce da una lastra liquida di giallo canarino.
Guarda: è metà verde e metà rosa, che bello!
“Oggi mi sembri colorato, ma sì, sei … sei come color carota…”.
“Ma no, nonna, mi sono abbronzato, ho messo la Piz Buin”.
Una volta al pozzone mi è passata a un centimetro dalla faccia una biscia tutta scodinzolante: sono schizzato sulle spalle del Librizi, che rideva come un matto ed ha anche cercato di catturarla. Io non volevo più scendere. La piscina giù alla Castellina l’hanno chiusa da anni, credo perché pompava l’acqua dell’Adda e non la depurava a dovere o non la depurava proprio, o forse per altri motivi: resta il fatto che era una piscina splendida, dentro al verde, con il fiume lento e minaccioso come un coccodrillo a fare da sfondo. Andavamo lì, in due per bicicletta, accompagnati lungo la strada dai motivetti del Serafino (grande fischiatore, veramente un virtuoso), pagavamo i biglietti e, una volta entrati e rimasti in costume, stendevamo sul prato i nostri asciugamani (non molta fantasia: Milan, Inter, Juve).
C’erano le ragazze. Noi facevamo i ganzi, anche se di bulli di periferia c’era l’inflazione.
Fare i ganzi significava: tuffarci di pancia dal trampolino, provocando generali risate e rimanendo poi sotto due minuti per la vergogna, prima di uscire, spingerci in acqua di continuo normalmente o con creatività (uno si mette a quattro zampe dietro quello che deve essere spinto, così quando un terzo lo indirizza verso l’azzurro verde, la vittima non ha scampo, perché perde subito l’equilibrio), gonfiare i muscoli seduti sul prato, tocca un po’ qui, che roba, fumare, ordinare una birra a voce alta (Ehi, Spazzola, a te non ti lasciano bere solo gassosa? Uah, uah, uah!”), salutare il Tarchi grande, dire “signorina, cosa fa sta sera?”, quando passava una ragazza sculettante nel costume intero (pochissimi i bikini).
In ogni caso questi inviti da sfigati si facevano se si era in gruppo, mai da soli, non c’era il coraggio.
Il figlio del proprietario del centro sportivo per poveri faceva spesso il suo spettacolino: uno, richiamare l’attenzione, con vari giri della piscina, due, salire su un cubo per i tuffi (di solito il quattro, quello centrale), tre, gonfiare i muscoli per fare saltare i bottoni e strappare le maniche della camicia al bicipite.
Noi abbiamo sempre sospettato che usasse camicie sderenate e lise. Che fossero tre taglie in meno e stessero allacciate per miracolo, si vedeva. Va detto che abbiamo cercato in vari modi e in varie occasioni di imitare quel fenomeno da baraccone, ma non ci siamo mai riusciti.
Almeno le nostre mamme non avevano quel problema.
“N’altra camisa! N’altra camisa te facc fo’! Delinquent!”.
Lui andava via tutto tronfio e aveva il suo pubblico, va detto, aveva il suo pubblico e aveva le sue fans.
“So’l Gionni Olidei!”.
Noi, tutti a fare i muscoli, nell’acqua dell’Adda, fuori dall’acqua, sui bordi, tra le sdraio scassate.
Il padre non sapeva più cosa farne, di quel figlio perditempo megalomane, ma penso che gli volesse bene, perché lo lasciava bighellonare nel suo regno estivo di periferia.
“Ehi, Sefi, zifola”.
Tornavamo a casa contenti.
“Sei andato avanti con il libro dei compiti delle vacanze?”
“See”.
“Fammi vedere”.
“Adesso?”.
“Sì, adesso, quando?”.
“Toh”.
“Ma sei ancora a pagina sette”.
“Lo finisco, lo finisco, semai mi passa tutto il Praticò”.
“Ma bravo, ti passa il Praticò. Poi vedi che strigliata, in ottobre”.
“E dove sei stato tutto il pomeriggio?”.
“Alla Castellina, a fare il bagno”.
“Con chi?”.
Facevo l’elenco.
“Ti ho già detto di non frequentare certa gente!”.
“Ma cosa c’hai contro di loro?”.
“Sempre in giro a fischiare, a impennare, a dire parolacce…”.
“Quali parolacce?”.
“Ah, no, non le senti? Vaffanculo, stronzo, uregia impanada…”.
“Sarà mica una parolaccia uregia impanada, dai”.
“Comunque tu stai alla larga”.
“Mi dai i soldi per domani?”.
“Ancora? E quant’è?”.
“Ottocento”.
“Ottocento? Per quella schifezza?”.
“Ma non dici sempre che lo sport fa bene?”.
“E lo chiami sport stare lì a fare gli stupidi tutto il pomeriggio?”.
“Ma è caldo…”.
“Non mi piace che vai lì, non mi piace quella gente…”.
“Oh, cazzo, mamma, non si può fare mai niente con te!”.
“Cos’hai detto? Cos’hai detto? Spero che poi lo dici in confessione che rispondi male a tua madre! Domani è sabato e vai a confessarti!”.
“Va bene, vado a confessarmi. Me li dai i soldi adesso?”.
Finite le trattative.
“Eee, atti impuri”.
“Madonna, aiutami, questo mi sta diventando proprio un degenerato”.
Povero don, quanto l’ho fatto preoccupare. E sarebbe bastata una piccola spiegazione……..







Metti tutto nel Mulinex

Il Friz è sempre stato un piromane. Lui ancora adesso può buttare giù nella tromba delle scale un pacchetto acceso di fiammiferi, dal quinto piano. Succedeva che si partisse alle nove di una sera d’estate a fare una gara di “chi rompe più vetri” o, d’inverno, a buttare in mezzo alla strada cartoni a cui era stato appiccato il fuoco, in vista di un’automobile. Tra molti di noi e la normalità c’era una grande distanza.
“L’Aldo è a casa o all’ospedale?” chiedeva la signora Bianchi a mia madre. E lei rispondeva in base al momento, al periodo. Prima della fine della terza media avevo già collezionato: frattura gamba sinistra, frattura braccio destro, taglio mano sinistra con coltellino, taglio con punti sopracciglio destro causa lamiera dell’orto del Gurini, lussazione spalla sinistra all’Aprica durante il corso di sci, frattura denti e devastazione faccia per caduta su asfalto in biciletta a Castione. Questo per citare solo i casi da ricovero.
“Ma tu devi farti visitare le orecchie. L’apparato dell’equilibrio è nelle orecchie. Tu sei sempre per terra, non è possibile”.
“Ma è il pelo grande che mi ha fatto lo sgambetto….”.
Vicino a casa mia c’era l’orfanotrofio: sentivo la campanella della loro chiesetta, al mattino, e sapevo che avevo ancora mezz’ora di letto. La lunga fila di bambini passava davanti al condominio, di pomeriggio, diretta verso la scuola. Io mi mettevo sul balcone, infilavo i piedi nell’inferriata e così, avvinghiando con le caviglie i tubi di ferro, mi lasciavo andare nel vuoto.
“Oooh! Guarda!”
“Ma sei matto?!? Smettila, lo dico io alla tua mamma quando torna”.
Le signorine Carvin si spaventavano proprio.
“Hai fatto ancora lo scherzo del balcone?!? Ma sei pazzo, sei proprio pazzo! Ma lo sai che se cadi resti su una sedia a rotelle? Stasera lo dico a tuo padre, devi finirla!”.
Lui ascoltava, coniava qualche rimprovero proforma, poi si metteva in poltrona, sempre sulle nuvole”.
“Cosa c’è stasera?”.
“Pane, amore e fantasia”.
Sorrideva, sapeva che anche quello era uno scherzo, ma quel film era il suo preferito e comunque dopo il Carosello già ronfava. Erano gli anni del boom economico e lui, che era segretario comunale, doveva stare dietro a tante concessioni edilizie e ai suoi ricordi di guerra.
I nostri genitori erano la generazione prima di noi: parlavano di bombe vere. Noi cosa potevamo dire?
Ci definivano fortunati.
Certo, certo più fortunati di loro siamo stati. Però, quando qualcuno ascolta il racconto della nostra crescita, dice: ma sai che io non ho avuto tutto questo, non ho tante cose da raccontare, la mia è stata un’infanzia più tranquilla, normale…
Normale.
Certo, se metti nel Mulinex il Pozzino e la scala per andare sul tetto della chiesa, la gondola della colonia Ezio Vanoni e il cane Bill, le tette della Vanessa e i bagni nel Mallero a colori, le confessioni strampalate e lo spettacolo sulla corriera del giovedì, il frullato non è molto normale. Ma io mi tengo tutto. Voi l’avete mai vinto un attaccapanni con un gancio solo, su a Santa Caterina?






Io parlo semplice

Io parlo semplice, mi piace leggere Bukowski e Bunker, gente che la mette giù bella chiara. Non pensiate che sia un calamaro illetterato. È che voglio farmi capire. Potrei usare parole tipo farlocco, infingardo, antinorma, ineludibile, epigono, eccetera, le conosco, ma non mi va di fare il complicato. Come un muezzin dal minareto chiamo al ricordo, come un camaleonte mi piace stare grigio sulla spalla di una giacca gessata per raccontare, come un Pinocchio triste ripenso ad alta voce a storie di soprusi, di felloni e di spiate.
“Tu-u, ne hai fatta passare una per colore a tua madre!”.
“Io?”.
“Sì, proprio tu! Ti sei dimenticato forse di quella vota, sì quella volta, era la vigilia di Natale e il sindaco Venosta consegnava i pacchi dono con il torrone, lo spumante, il panettone e il giocattolo ai figli dei dipendenti comunali e stringeva la mano e diceva auguri e tu già in terza elementare sei passato due volte, eh, sei passato due volte e lui ti ha riconosciuto, ti ha detto “non hai già preso il pacco?” e tu hai risposto “sì, ma lo prendo anche per la mia sorellina ammalata”?
“Non mi ricordo”.
“Ah, non ti ricordi, neh? È bello dimenticare! E quando il portinaio, in via Bassi, non riusciva a capire chi pisciava sui muri, finché vi ha presi, te e il tuo amico Luigino, e vi ha portati per le orecchie dai vostri genitori, ancora con la patta aperta?! Neanche questo ti ricordi?!”.
“Ma dai, sono ragazzate…”.
“Banda di scalmanati… Ma ti rendi conto che quando uno di voi stava su al quarto e mandava giù un secchiello e voi lo riempivate di sassi e lui poi li tirava sulla pianta di noci, se uno di quei boccioni vi arrivava in testa eravate morti?”
“Le noci….Che buone le noci. Sento ancora quel sapore bianco, mi vedo ancora le mani verdi…”.
Il gioco del mondo, darsela, strega impalata, un due tre, stella, bandiera.
La Rita Battisti è stata la mia prima fidanzata: lei non ne voleva sapere, ma per me quello era solo un dettaglio.
Una volta pubblicarono un suo disegno su Topolino e lei lo portò giù, per farlo vedere a tutti, sulla panchina verde.
A me faceva paura la cantina. Se dovevo andarci per prendere le mele o il vino, il cuore martellava, facevo tutto di corsa, ed è un miracolo se non mi sono mai inchiodato fracassando quello che avevo in mano, mentre salivo i gradini tre a tre. Sul nostro pianerottolo, nell’appartamento di fianco, c’era un signore strano, che di notte usciva a mangiare pane o biscotti con il latte e lasciava la briciole. Lo si vedeva poco e a me faceva paura. Sempre al primo piano abitava la signora Bizzi. Quando andavo a svuotare la pattumiera, ringalluzzito dalla presenza di una o di tutt’e due le mie sorelle, suonavo il campanello e scappavo. Lei poi, se passava tutta elegante e rossettata in cortile e mi vedeva, diceva:
“Ho messo un cane, c’è un cane dietro la porta. E quando qualcuno suona lui esce”. Ma siccome il cane non c’era no continuavamo a suonare.
Accadde che io e mie sorella Graziella, un giorno, dietro la casa, avviamo il Ciao del signor Marveggio. Il motorino stava fermo sul suo piedistallo, ma noi davamo gas e suonavamo, io sul sedile e lei dietro. Andammo avanti così forse mezz’ora, poi qualcuno avvertì il signor Marveggio e alla sera lui suonò alla nostra porta. Lo sentimmo arrabbiarsi ed alzare la voce e dire “dove lo porto il motorino, su per le scale?”.
La mamma chiese scusa.
Io penso di essere cresciuto in un quartiere speciale, e in un periodo speciale. Ho preso tante di quelle botte, ma tante di quelle botte, che mi sembra strano essere ancora tutto intero. Ma quando correvo dal primo piano della via Bassi all’Oratorio, dio, com’ero felice! Se tornassi indietro vorrei tutto, tutto. Sì, sono contento della mia infanzia, perché è stata ricca, comica, ironica, spietata, delusa, implorante, violenta, furba… Luigino!..... Bruno! …. Ehi! Mi viene un groppo alla gola. Mi viene da piangere.
Vi rivedo tutti, vi ricordo, tutti.
Queste mie parole sono un grande abbraccio: voglio farvi rivivere, voglio cantarvi…..Spazzola!....Bee! ....Vitello! Pensando a voi, e guardandovi sorridenti nella foto in bianco e nero della quinta, seno cosa è il tempo. Sono stato fortunato, sì, fortunato. Aspettate! Dove andate? Perché …..perché correte verso….. là? Cos’è quella macchia nera che viene? Come? Un mantello? Il cappello con il pon pon! Il sorriso dolcissimo del don Giovanni! Don! Sei tornato……

Il guardiano cotonato non abbandona la postazione. La sua criniera si fa un baffo dei venti e delle malelingue.
Com’è la situazione?
Oggi poco traffico .
Da dietro le spesse lenti gli occhi socchiusi si rivolgono alla bassa valle, poi al campanile.
Sulle Orobie calano nuvole indecise.


Aldo Zecca




















BRONX SUBALPINO testo di doctor
2