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Era diventata grande, ora, Alice
E i pensieri che la opprimevano
Erano enormi e strazianti,
Terribili da sopportare.
Chiuse gli occhi per un momento,
Lacci azzurri legavano le sue caviglie,
Mentre le sue braccia delicate
Erano aperte come ali morbide e leggere
E i capelli le cadevano fluttuanti sulle spalle.
Le faceva da giaciglio un orologio gigante
Con grandi e neri numeri romani
Di cui però l'otto era scritto in modo sbagliato.
Lo guardò per un attimo malinconica,
Conosceva bene il significato di questa anomalia,
Ciò che in lei aveva una formula sbagliata.
L'otto era il simbolo dell'equilibrio cosmico,
Della perfezione e della completezza
E lei sapeva bene di non averne dentro di sè,
Tendeva sempre a commettere gli stessi errori,
E la causa era la sua eterna incostanza,
Che la rendeva volubile e inaffidabile,
Come le diceva sempre il Cappellaio.
Le lacrime le invasero il volto sempre fanciullo,
Allargò ancora di più le sue braccia,
Spalancò gli occhi lucidi, tristi e profondi
E cominciò a girare vorticosamente sull'orologio,
Le sembrò che dovesse durare per sempre.
Chiuse gli occhi e cominciò a contare i giri,
Erano esattamente e precisamente otto.
Si fermò e una strana paura la invase.
Non osò muoversi per alcuni minuti
Poi si alzò, aspettò un attimo senza guardare,
Aveva timore, ma alzò lo stesso gli occhi,
L'anomalia era ancora lì, non era cambiato niente.
Allora sospirò e poi piano riprese a camminare,