Il campione

scritto da Nulla
Scritto 11 anni fa • Pubblicato 11 anni fa • Revisionato 7 anni fa
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Omaggio a un grande campione
- Nota dell'autore Nulla

Testo: Il campione
di Nulla

Nonostante il pomeriggio avesse stemperato notevolmente il fresco frizzante del mattino, l’Autunno incipiente cominciava a farsi sentire per le strade belghe. Soissons, paesotto al limite del dipartimento di Parigi da dove era partita la cinquantaseiesima edizione della classica del Ciclismo, Parigi - Bruxelles, era ormai distante oltre duecento chilometri di strada e fatica; la capitale belga si avvicinava inesorabilmente, bisognava pensare al traguardo.

Felice Gimondi si guardò attorno, non gli sarebbe affatto dispiaciuto vincere, sarebbe stato un meraviglioso coronamento a una carriera che agli inizi pareva destinata a farlo divenire l'erede del campionissimo Fausto Coppi. A 26 anni aveva già vinto il Giro di Francia, il Giro d’Italia, il Giro di Spagna, ma era andata così solo in parte. A partire dalla fine del 1967 si era ritrovato sulla sua strada colui che sarà soprannominato “il Cannibale”: Eddy Merckx, una specie di robot, praticamente imbattibile su ogni terreno, il ciclista che conquisterà più vittorie di tutti i tempi. Innumerevoli volte il campione bergamasco si era dovuto accontentare della seconda posizione. L’eterno secondo, lo avevano denominato alcuni giornalisti. Ma Gimondi, con ammirevole spirito di abnegazione, grazie a durissimi allenamenti, non si era mai arreso, riuscendo a conseguire splendidi risultati: una Milano - Sanremo, due giri di Lombardia, due campionati italiani, e dopo due podi consecutivi, aveva conquistato il titolo mondiale, battendo allo sprint il suo rivale di sempre. In totale, aggiungendo le corse minori e i successi precedenti l’arrivo del “Cannibale”, 140 vittorie, più 16 fra i dilettanti.

Proprio nel giugno di quell’anno era riuscito a conquistare il suo terzo giro d’Italia perciò, concludere l’annata con una vittoria in una grande classica avrebbe coronato brillantemente l'annata e una carriera ciclistica che per il trascorrere degli anni volgeva ormai al termine. Aveva già vinto questa corsa esattamente dieci anni prima, allora la si correva in Primavera, e lui l’aveva vinta una settimana dopo aver vinto la classicissima Parigi - Roubaix, facendo gridare a tutti che era nato il nuovo Coppi.

Stavolta tuttavia non sarebbe stato così semplice vincere; si era formato in testa un folto gruppo comprendente tutti i migliori con i loro più forti gregari. Almeno tre o quattro di loro sarebbero stati in grado di batterlo allo sprint, pensare di staccarli prima sarebbe stato assurdo, ammesso che gli fosse riuscito di sorprenderli; dandosi il cambio in poco tempo lo avrebbero raggiunto.

D’improvviso però, Gimondi vide qualcosa che rendeva la vittoria una possibilità concreta: alcune centinaia di metri davanti a loro, notò un corridore con la sua maglia biancoceleste, evidentemente un suo gregario che chissà come era riuscito a portarsi in testa. Non stette a chiedersi come avesse fatto a non vederlo quando aveva staccato il gruppo, era un’ occasione da non perdere, da solo non avrebbe avuto alcuna possibilità, ma dandosi il cambio in due … Rallentò perdendo cinque o sei metri per potersi dare la rincorsa, quindi scattò con tutta la forza che possedeva. Continuò a pedalare con rabbiosa energia, si voltò e vide una cinquantina di metri più indietro il gruppo con in testa Kuiper e Houbrechts, che però parevano poco determinati. Riprese a pedalare dando fondo a tutte le sue energie, il gruppo si intravedeva appena in fondo alla strada. Ma non era riuscito ad avvicinarsi di un metro al corridore che stava davanti a lui. Pensò che volesse mantenersi fuori dalla vista del gruppo in modo che, non sapendo che erano in due, dietro stessero tranquilli, perdendo del tempo prezioso. Ancora uno sforzo e sarebbe stato fuori vista. La fatica cominciava a farsi ferigna, crudele; incredibile che quel suo gregario riuscisse a mantenere quell’andatura. Il gruppo era ormai scomparso alle sue spalle.

Con tutto il fiato che aveva in corpo Gimondi gridò: “Rallenta! Aspettami! Ormai sono fuori vista!” Il corridore davanti parve non averlo sentito, impossibile, non era poi così lontano. Cercò di accelerare, ma le gambe non rispondevano, provò ancora a chiamare; solo unendo le loro forze avrebbero avuto la possibilità di arrivare al traguardo, ma ancora la sua voce si perse nel vuoto. Stava per gridare qualche parolaccia quando sopraggiunse l’ammiraglia. All’allenatore che gli stava allungando una borraccia gridò di andare a raggiungere quel cretino e dirgli di aspettarlo. Questi sgranò gli occhi: “Ma quale cretino? Sei tu il primo!”

Non avendo quasi più fiato, si limitò a rispondere: “Accelera che lo trovi.” L’ammiraglia accelerò sparendo più avanti; due o tre minuti dopo la rivide che procedeva piano per aspettarlo. “Come ti ho detto, non c’è nessun corridore, sarà stato un cicloamatore che si è messo davanti per un tratto per prendere qualche applauso da qualche ingenuo che l’avesse scambiato per il primo della corsa.”

Effettivamente il corridore con la maglia biancoceleste era sparito. Arrivare da solo al traguardo ormai era impossibile; era sfinito, e senza qualcuno a dargli qualche cambio non poteva farcela. Meditò per un istante di rialzarsi e lasciarsi raggiungere. Ma poi pensò che non era giusto privare i suoi tifosi che lo seguivano in radiocronaca dell’illusione che il loro campione potesse vincere; avrebbe speso tutte le energie che gli restavano, arrivando più vicino possibile al traguardo. Improvvisamente, dopo una curva, se lo ritrovò davanti: era sempre lo stesso, inconfondibile, magro, con due gambe che sembravano lunghissime. Impossibile che un cicloamatore potesse sostenere quella velocità per così tanto tempo. Ma allora chi era?

Improvvisamente si ricordò, lo aveva già visto, lontanissimo davanti, in gare che poi aveva vinto o perso per poco. Aveva provato a chiedere, e anche allora gli avevano risposto che doveva trattarsi di un cicloamatore. Poi, per vari anni non lo aveva più visto, e se ne era quasi dimenticato. Ma stavolta doveva scoprire chi era.

Abbassò la testa chiedendo alle sue gambe energie che non avevano, aumentò l’andatura, anche il gruppo dietro doveva essersi scatenato, ma ormai non gli importava più di loro, l’unica cosa che gli interessava era raggiungere quel demonio che pareva volare sull’asfalto. In principio non gli riuscì di recuperare neppure un metro, ma poi, pian piano, cominciò a guadagnare terreno, mentre la fatica si faceva più crudele a ogni pedalata.

Intanto, ai lati della strada, si cominciava a vedere la folta folla che solitamente si raduna in prossimità del traguardo; incitavano, urlavano, ormai il traguardo era in vista, in fondo al vialone. Ma a Gimondi interessava solo raggiungere il misterioso corridore che pareva procedere invisibile alla folla che si metteva ad applaudire e incitare solo quando sopraggiungeva lui.

250 metri al traguardo, pochi metri dal misterioso corridore. Un ultimo sforzo e lo raggiunse.

Quando questi si voltò verso di lui, lo riconobbe: era Fausto Coppi. Questi gli sorrise: “Era una dozzina d’anni che ti stavo aspettando... campionissimo”. Il traguardo era a cento metri, dietro si sentivano le biciclette degli inseguitori. Un ultimo sforzo, l’ultima vittoria, il sigillo della gloria.
Il campione testo di Nulla
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