Una voce alle spalle

scritto da HalBregg
Scritto 22 ore fa • Pubblicato 11 ore fa • Revisionato 11 ore fa
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Si sedette di scatto sul letto pieno di fogli. La foto era rovinata e macchiata di qualcosa di scuro
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Testo: Una voce alle spalle
di HalBregg

Il sedile puzzava di plastica vecchia. Maria guardava dal finestrino quel grigio uniforme che si mischiava al cielo. Il liquido bollente che in albergo avevano chiamato caffè le sciabordava nello stomaco. Accanto a lei il suo capo sonnecchiava. O almeno aveva gli occhi chiusi. Muoveva appena le labbra come se stesse pregando. Guardò avanti e la visuale era coperta dall’immensa nuca rasata dell‘autista, piccole tracce di crema da barba sotto le orecchie.

«Professor  Brun, siamo arrivati» disse toccandogli il braccio.

Lo scrittore aprì gli occhi e per un attimo si bloccò. Sì, stava proprio dormendo.

«Grazie Maria. Andiamo».

Un silenzio assoluto regnava nell’enorme atrio del Tsentralny Dom Literatorov. Vennero presi in consegna da una donna alta con i capelli cortissimi, indossava un’uniforme azzurro chiaro.

«Buongiorno mister Brun, seguitemi prego» disse in perfetto italiano. L’accento straniero ammorbidiva le parole.

Furono scortati in una grande sala. La puzza era opprimente, una nuvola di fumo aleggiava sulle teste della folla che già era presente. Un uomo in uniforme grigia si diresse al podio. Si avvicinò al microfono e iniziò a parlare in russo. Maria porse le cuffie al suo capo, lei non ne aveva bisogno.

Gli interventi si susseguivano uno dopo l’altro. Gli inglesi erano sempre quelli più interessanti e imprevedibili. Maria vedeva nelle prime file molte teste scuotersi. Si alzò infine lo stesso uomo in uniforme che chiuse in due parole il dibattito. Il capo le diede una piccola gomitata nel costato, lei rimase impassibile.

La sala era divisa in due parti, alla destra tutti i russi, autorità e scrittori, alla sinistra gli occidentali raggruppati per nazionalità. Maria non ascoltava con attenzione, si guardava in giro cercando di scrutare i volti di quegli uomini attorno a lei.

Degli occhi grigi. O verdi? Uno sguardo immobile, diretto. Su di lei. Ne sentì il peso fisico. Abbassò gli occhi, un intenso calore le incendiò le guance. Guardò infine ancora, lo sguardo era sempre lì e questa volta accompagnato da un impercettibile sorriso. Chi era?

Erano di nuovo nell’atrio, la giornata era finita e si tornava in albergo. Cena rigorosamente organizzata, neanche a parlarne di uscire. Si avvicinò al bancone del guardaroba e porse a una ragazza la targhetta di plastica con il suo numero. Si vide recapitare il lungo cappotto nero, un lusso da quelle parti. La ragazza glielo porse con un sorriso. Per un attimo a Maria parve che lo sguardo fosse più lungo del necessario. Mentre usciva con il professor Brun si girò ancora una volta. La ragazza del guardaroba la stava guardando e vicino a lei c’era quell’uomo. Quello con gli occhi grigi, o forse verdi.

***

Nikolai Serov. Ecco chi era. Maria era seduta al solito tavolino al Caffè San Marco, quello che amava pensare fosse stato di James Joyce. Era immobile con Il Piccolo tra le mani. In seconda pagina c’era in primo piano una foto sgranata di quegli occhi grigi, o verdi, che due settimane prima si erano incatenati ai suoi. “Accusato di spionaggio. Nikolai Serov, il noto scrittore di Leningrado è stato arrestato dalla polizia politica sovietica per attività contrarie al partito”. Maria bevve un sorso di caffè ormai freddo. Chissà se Ettore lo sapeva già?

Trovò il suo capo in ufficio. Aveva Il Piccolo aperto sulla scrivania.

«Buongiorno professor Brun, c’era anche lui a Mosca vero?» chiese indicando la foto che ormai conosceva bene.

«Sì, un amico. Mi spiace tantissimo. Una gran penna, aveva fatto quel lavoro magnifico sulla resistenza jugoslava e la repressione dei fascisti italiani. Si dice che avesse raccolto le informazioni personali su centinaia di infoibati».

Maria trasalì e lo stomaco le si chiuse. Tornò alla sua scrivania e controllò l’agenda della giornata. Bene, nulla di che. Non riusciva a concentrarsi, ancora le foibe maledette. Meglio chiudere e andarsene.

A casa, ormai sera. Seduta nella comoda poltrona sfogliava l’ultimo libro del suo capo. Provò a leggere qualche riga ma le parole si attorcigliavano, posò il libro. Si aggirò per un momento nel piccolo soggiorno e poi lo sguardo le cadde sul cappotto nero appeso dietro la porta. Ora di metterlo via, a Trieste non serviva più, forse a Mosca. Lo prese e si diresse nella camera da letto dove aveva un grande armadio. Lo sistemò su una gruccia e prima di chiudere gli stirò le maniche. La mano sfiorò qualcosa di irregolare. Si fermò e accese la luce. Esaminò il cappotto. La fodera interna aveva due lunghe cuciture. Irregolari, ma che roba è? Lo tolse dall’armadio e lo distese sul grande letto matrimoniale. Con delicatezza tastò la parte interna. Un fruscio, qualcosa si muoveva sotto le sue mani. Sentì un mal di testa arrivare da lontano, si faceva strada in mezzo alle tempie. Andò in cucina e dopo un attimo tornò con un paio di forbici da sarta. Con cura estrema aprì la cucitura sulla parte sinistra. Il filo verde scuro cedette con facilità. Infilò la mano nella fodera e un rigurgito acido le salì in gola. Un giornale, un libro. No, qualcos’altro. Tirò fuori un blocco di fogli. Tanti, scritti a mano. Li posò sul letto accanto al cappotto e chiuse gli occhi. Non voleva guardarli. Attese che il cuore rallentasse e ne prese uno in mano. Cirillico, lo sapeva. La grafia era irregolare ma riuscì a leggere facilmente le prime righe. Parlavano di una certa Sonija. Fece cadere il foglio sugli altri e riprese il cappotto. Aprì anche l’altra cucitura, questa volta con meno attenzione. Infilò la mano e afferrò un’altra risma di fogli, equivalente alla precedente. Li estrasse con un gesto brusco e nel farlo qualcosa di più piccolo uscì e cadde sul pavimento in legno. Maria posò i fogli e guardò il piccolo oggetto. Un foglietto. Spiegazzato. Ingiallito. Le mani le tremavano mentre si chinava, il mal di testa era sempre più vicino. Prese con due dita il cartoncino da terra. Ma cos’è? Un documento o qualcosa del genere. Delle scritte che si leggevano a malapena. In italiano. Qualche lettera qua e là. Lo girò e le si bloccò il respiro. Si sedette di scatto sul letto pieno di fogli. La foto era rovinata e macchiata di qualcosa di scuro. I baffi. Il naso. Non è possibile. Gli occhi neri di Giuseppe Vascotto la fissavano. Uno sguardo che veniva da un altro spazio. Da un altro tempo. Maria strinse il vecchio documento al petto e chiuse gli occhi. Non sentiva più il mal di testa.

«Papà» gridò.

***

Camminava a testa bassa in Corso Italia. La grande borsa nera pesava sulla sua spalla. C’era poca gente in giro. L’ora era già tarda e la Bora soffiava impetuosa. Ogni tanto si toccava la tasca della giacca. Sì, il documento era lì con lei al sicuro. Non riusciva a togliersi dalla testa quei personaggi e le loro angosce. Nomi grossi. Al professor Brun sarebbe venuto un colpo. Una deflagrazione senza precedenti. Riusciva a vedere quel che sarebbe successo, un incendio impossibile da spegnere. La prova definitiva, la fine di Serov. Ma non era quello che lui aveva voluto? E anche senza la prova non sarebbe finito lo stesso?

Maria alzò gli occhi e si trovò di fronte al Caffè Tommaseo. Guardò all’interno, non voleva trovare il professor Brun o altri. A quell’ora era praticamente vuoto. Entrò e si sedette su un divanetto al fondo della sala. Ordinò un caffè macchiato e, quando il cameriere si fu allontanato, mise sul tavolino il documento di suo padre.

«Papà cosa devo fare?» chiese a voce bassissima, forse lo pensò soltanto.

Tornò ancora a Mosca, a quegli occhi grigi, o verdi.

Poco dopo era di nuovo sotto le raffiche della Bora che portava il penetrante odore di mare. Attraversò quasi di corsa Piazza Grande. Giusto qualche passante che si affrettava verso casa. Si diresse decisa al Molo Audace. Era deserto. La schiuma delle onde saltava alta quando colpivano il molo.

Lo percorse a passo più lento, arrivò fino all’estremità dove la bronzea Rosa dei Venti troneggiava da sempre. Si fermò e con lei anche il vento si placò. Il mare e il cielo erano un unico colore, l’orizzonte non era distinguibile. Al largo un peschereccio, i gabbiani gli volavano intorno. Urlavano eccitati. Maria li fissò a lungo. Poi si mosse e staccò la borsa dalla spalla e la mise a terra. Si chinò e infilò dentro una mano.

«Maria!» gridò una voce alle sue spalle.

Lei si fermò un istante. Ritrasse la mano dalla borsa e iniziò a girarsi.

Una voce alle spalle testo di HalBregg
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