Lei, che Sussurrava ai Rosari

scritto da Luca C_Max
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Erotico -Romantico, termini che faccio fatica anche solo a scriverli !! :-))
- Nota dell'autore Luca C_Max

Testo: Lei, che Sussurrava ai Rosari
di Luca C_Max

SUSSURRAVA AI ROSARI

Quanti racconti iniziano in questo modo: “A guardarla bene, non sembrava bella, a guardarla male non sembrava neppure brutta; a volte, non guardarla era stranamente impossibile”.

Molti, anche troppi, specialmente se poi il racconto non porta a nulla, sconfina nel dozzinale, naufraga nello scontato, tipo collezione Harmony, rosa.

Ora, lei era oggettivamente “una non”, ma anche “una anche”, a volte “una apperò, se solo…”; era quel tanto che occorreva per essere parte del popolo degli invisibili pulsanti, era come la tipa dello stagno e del rospo, il racconto che lesse anni addietro e in cui ci si ritrovò dipinta a tutto tondo. 

Quel tipo, quello scrittore del Web, pareva ci prendesse sempre: lei la modella, lui il pittore. 

Pareva che la dipingesse nuda, con le sue parole, lei che, talmente pudica, nuda non riusciva a stare nemmeno sotto la doccia.

Le palpabili invisibili.

Le impalpabili visibili.

Lei, a volte, avrebbe voluto essere visibilmente palpata. Le volte che non sussurrava ai rosari. 

Angela. Una donna, un nome, nessuna domanda e nessun perché.

Angela. A pensarci bene, anche il nome sapeva di trasparente. Si fosse chiamata Giovanna, avrebbe avuto tette grosse, prorompenti; si fosse chiamata Valeria, la sensualità si sarebbe contenuta a fatica; con un nome come Monica o Debora, i maschi sarebbero stati in fila come l’ultima domenica del mese ai Musei Vaticani.

Lei era solo Angela, sussurrava ai rosari e non solo la domenica.

Questo la faceva sentire bene, in pace con sé stessa, mediamente credente, sicuramente scevra da sensi di colpa. 

Ci sono donne nate per attraversare la vita senza calcare palcoscenici, lasciandosi dietro una scia di quotidianità irrilevanti, e stuoli di maschi praticanti totalmente indifferenti. Era seduta vicino al bidone giallo del riciclo, sul muretto, con le mani in mano. Anzi, con la mano in mano, perché di mani ne aveva effettivamente solo due; lei era un invisibile pulsante, non un mostro pluritentacolare. Nella sua mano in mano, teneva un piccolo rosario, stringeva i piccoli grani in legno, facendoli scorrere uno ad uno tra le dita, sussurrando parole incomprensibili per i curiosi esterni, una litania appena percepita che, al suo interno, invece, era uno sciorinare di preghiere di volta in volta adeguate alle situazioni e agli stati d’animo. Era una donna devota, sì.

Sì, ma stava anche pensando alla spilla per capelli nel cestone di H&M, un euro e cinquanta, si disse, ma poi, quando l’avrebbe messa?

Aveva bisogno di un invito per infilare una dozzinale farfalla fucsia nei capelli.

Oppure l’avrebbe messa il lunedì ma, forse, tutti avrebbero visto solo la farfalla appuntata sui capelli biondo topo (a lei piaceva pensare ad un biondo topo, anche se la tonalità ricadeva più verso un antico grigio cenere topo).

Stava seduta e sentiva che stava montando, al suo interno, qualcosa che la destabilizzava, qualcosa che, con difficoltà, riusciva a gestire e contenere. Aveva come la sensazione che, quel giorno, i suoi contorni stessero diventando più nitidi.

Forse era solo uno di quei rari giorni in cui avrebbe voluto essere visibilmente papabile e palpata, i giorni fatti di un caldo accecante e sole infernale.

Sussurrò più forte, emanò immagini dalla mente che potessero permearla di quello stato di grazia in cui potesse vivere con i suoi soli cinque sensi.

Il sesto senso, il senso di colpa, doveva rimanerne fuori. 

Il settimo, il sesso di colpa, lo avrebbe voluto dentro, prepotentemente.

Venne fuori, infatti, l’immagine di una spilla fucsia per capelli, di muscoli sudati a trattenere le sue gambe, di piacevoli lividi sapientemente sparsi sul suo corpo. 

L’istinto era di urlare o tapparsi la bocca col rosario, di buttarsi dentro una vasca di acqua ghiacciata ma, quel giorno, era caldo dentro e fuori, fontane in vista non ce n’erano, quell’umido nascosto la stava avviluppando.

E poi, là vicino, c’era lui.

L’uomo la intravide, scostò gli occhi dopo aver lungamente osservato le dimensioni dei cartoni abbandonati e non infilati nella giallissima campana riciclante.

Il suo primo pensiero fu che il caldo assurdo di quel giorno lo stava liquefacendo, stavano colando anche i pensieri: l’afa, il silenzio e la strada vuota gli stavano giocando brutti scherzi.

Il secondo pensiero fu, infatti, che forse lei avrebbe potuto provare ad entrare nella campana, tuffarsi tra i cartoni e uscirne nuova, dotata di nuova vita.

La guardava e altro proprio non riusciva a distinguere, se non una massa di capelli biondo topo, confusi e disordinatamente ovvi; la femminilità, la dolcezza e la sensualità dovevano aver avuto gli stessi problemi: non l’avevano vista.

In fondo, a pensarci bene, aveva anche lei il diritto di appartenenza al genere femminile; aveva diritto alla visibilità del sorriso o delle gambe al vento di primavera.

Ne ebbe una pietà sottile, quasi se ne innamorò, quasi volle abbracciarla, quasi però.

Il torrido stava cominciando a far tremolare i contorni delle cose; dall’asfalto salivano ondate d’aria irrespirabile che, quel giorno, sembrava però avesse un buon odore di asfalto vissuto.

Senza accorgersene, il suo sguardo ritornò sui cartoni: la banana Chiquita esisteva ancora! Quella donna blu e gialla, che si muoveva sinuosa sull’etichetta, quante volte l’aveva portata fiero sulla sua fronte!

E, senza accorgersene, anche lo sguardo di lei cadde sui cartoni: la banana Chiquita esisteva ancora! Quella donna blu e gialla che si muoveva sinuosa sull’etichetta. 

Quante volte l’avrebbe portata fiera in mezzo alle gambe, farla sparire tra le sue gambe, la banana, non l’etichetta.

Altro piccolo grano in legno tra le dita, gambe serrate e pugno esploso dentro la pancia: era la natura che urlava, a fronte di un condizionamento esterno che, ora, stava facendo acqua da tutte le parti.

Stava facendo acqua anche lei, non era solo il caldo soffocante, non era solo sudore.

Lui si diede una sistemata ai capelli, neri, lucidi e potenti, inforcò occhiali muscolosi, tirò su i jeans calati e si avviò verso di lei.

A lei esplose in mano un grano del rosario; ormai i sussurri erano preghiere urlate dentro, le sembrava che i capelli cominciassero anche a cambiare colore. Fu scossa, dentro, da incontrollabile tremore; sotto, la faceva da padrone ormai un gelido calore.

A guardarla bene, non sembrava bella; a guardarla male, non sembrava neppure brutta. Non guardarla, quel giorno, era stranamente impossibile.

Stranamente impossibile. Perché?

“Perché?”, si chiese lui mentre attraversava la strada.

Che caspita stava emanando quella donna in quel momento?

Che assurda alchimia si era innescata su quella strada, sotto quei quaranta gradi fatti di lascivo languore, come se, quel giorno, il sole lo avesse acceso Tinto Brass.

Lei sussurrava al suo rosario, ma non respirava più. Emetteva gli ultimi refoli di aria rimasta nei polmoni, li sentiva schiacciarsi dentro il torace, di lì a breve sarebbe morta; le si presentò l’immagine della sua tomba, una foto grigia, un epitaffio singolare:

“Non lo feci per piacer mio ma sol per dare un figlio a Dio”.

- Le è caduto qualcosa dalla mano, signora.

Non sarebbe morta, non quel giorno. Il torace le si riaprì in un unico colpo, aria bollente nei polmoni, la testa che avrebbe fatto invidia a una trottola, per terra il suo rosario, che ora sembrava solo un insieme di grani legati tra loro.

Il suo potere intrinseco, la costrizione, il condizionamento indotto: era tutto lì per terra.

- Oh… grazie!

Si chinarono all’unisono per raccoglierlo, lui cercando di utilizzare quel gesto galante per innescare qualcosa di pulsante, lei per cercare di riconnettersi con il cielo e cercare di rinfilarsi sotto la campana dei sussurri.

Si chinarono all’unisono, le rispettive teste cozzarono con un bel rumore tondo, rimasero storditi entrambi e, nell’imbarazzo, cominciarono a ridere, massaggiandosi la zona del dolore.

Il rosario rimase a terra, lanciando severi moniti all’Angela infuocata, mentre loro continuarono a massaggiarsi reciprocamente altre zone, quelle del piacere.

Il sole sorridente stava a guardare e, in quel giorno fuori dal tempo, macchine e gente non ne volevano sapere di passare.

Sono comodi anche i cartoni, se si ha l’ardore dentro, come sono scomodi i letti se li usi solo per dovere.

Angela assaporò il ruvido del cartone, l’ispido di una barba non fatta; l’unica cosa prepotentemente fatta era lei, in quel momento.

Lui era una fabbrica in pieno ritmo produttivo, stantuffava come una locomotiva a sudore.

Mentre veniva e veniva sbattuta contro il bidone giallo, tra immagini di banane piene di vita, cartoni umidi di umori, sperò confusamente che non fosse lei, ora, in piena fase riproduttiva.

Mentre armeggiava per riallacciarsi i pantaloni, zuppo e svuotato e nella mente e nei testicoli, lui capì d’improvviso cosa ruotasse intorno alla donna biondo topo, cosa lo avesse portato in quello stato di prevaricazione di soli istinti animaleschi: era l’emanazione della voglia, lo spettro, l’aura del sesso, il richiamo ancestrale della carne. Non lo puoi celare o contenere.

Era l’aria intorno che vibrava, si disse tra sé e sé, stupendosi di quanto fosse intelligente e percettivo.

Sistemò bene i testicoli e si ripromise di annusare l’aria più spesso.

Lei, barcollante e meno lucente, cercò di recuperare da terra il suo guinzaglio del dovere, di ritrovare la retta via (“Sempre sulla retta via! Mai sulla via del retto!”, le dicevano spesso), riaprirsi verso l’altro e richiudersi giù nel basso. Cercò di convincersi che, quel giorno, l’unica cosa infuocata fosse stata l’aria e che, forse, quel giorno, in fin dei conti, non fosse neanche esistito.

Maledetta, maledetta chimica, stupide banane e al diavolo anche la spilla da capelli di H&M!

Lui le fece l’occhiolino e riprese ad impilare cartoni; lei ricreò il suo bozzolo, e tutto finì.

Angela si spense di nuovo, non sapendo che, quel giorno, era stata bella anche lei.


FINE

Lei, che Sussurrava ai Rosari testo di Luca C_Max
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