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Osserverei le rondini, se solo ci fossero, in un’epoca di mezze stagioni mancate, di inverno o estate, di caldo o freddo senza più vie di mezzo.
Una rondine non fa primavera. Nessuna primavera le salverà più.
Hanno sempre avuto un modo di vivere che fa della libertà di adattarsi il principio. Adattamento come libertà, ripeto a me stesso, puntellando le dita sul jeans per fermare una gamba che trema e non lasciare a un collega un punto interrogativo tra le ciglia.
Non l’adattamento che abbiamo sempre inseguito per necessità. Necessità di cosa, poi, quasi nessuno lo sa.
(Stanotte l’aria è tornata a quelle temperature che definiremmo ideali. C’è un albero di fronte a casa che continua la sua camminata verso la mia porta finestra; stanotte ha soffiato su tante cose. Lui lo sa, io magari no. Stanotte avremmo dovuto far l’amore.)
Forse la risposta è che le stagioni sono nuove. Non per forza quattro. Chi l’ha detto?
L’insostenibile leggerezza delle cose o la sostenibile pesantezza: qualunque sia il nome, penso che tutto stia nelle scelte. Anche in quelle che lasciamo accadere. Su quelle che possiamo fare, almeno, terrei il punto.
Se sapessi come fare, lo farei meglio.
Punti interrogativi e punti esclamativi da riscrivere. Da cancellare, se potessi. In questa estate che non vuole saperne di definirsi.
(Ti ho dedicato la canzone. L’ho fatto, nonostante i miei no. Ora sì. Tu. Sii.)