Nonostante tutti gli sforzi profusi da illustri teologi, è pur sempre la ragione, almeno apparentemente, il più grande ostacolo per l’uomo a pervenire all’accettazione delle verità di fede: ciò in quanto, nella sua presunzione, l’uomo è portato a negare tutto ciò che non può percepire o dimostrare a livello razionale.
Sembra, infatti, che tutte le più sofisticate costruzioni logiche fin qui elaborate non siano state, infatti, sufficienti a dimostrare l’indimostrabile.
La soluzione del problema della ricerca di un significato da attribuire alla nostra esistenza (ovviamente per chi tale problema ritiene di doverselo porre) al fine di pervenire a valide risposte alle fondamentali domande esistenziali (“chi sono ?”, “da dove vengo ?”, “dove andrò dopo la mia morte? ”, “esiste una vita eterna ?”, “esiste davvero un Dio creatore di tutto ?”, ecc.) dovrebbe, allora, essenzialmente trovare un valido fondamento su di un profondo atto di umiltà, dato che la ragione umana non è in grado né di spiegare, né di operare scelte che possano appagare la sete di conoscenza dell’uomo (“grazie Padre che hai nascosto queste cose ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli”): è l’umiltà che apre il cuore alla fiducia, predisponendolo a rifugiarsi in Dio.
Forse, però, un simile modo di affrontare e cercare di risolvere i problemi posti può apparire non solo semplicistico, ma decisamente un modo che privilegia la via della fede, mortificando quella della ragione.
Non avendo alcuna presunzione di poter affrontare e risolvere tutte le problematiche connesse ad una sempre aperta questione sui rapporti intercorrenti tra fede e ragione, mi limito, in questa sede, solo ad una sintetica ed elementare (con riferimento alle mie capacità e non, certo, a quelle di chi mi legge) esposizione delle risposte (nelle loro linee essenziali), al riguardo formulate nell’enciclica “Fides et ratio” di Papa Giovanni Paolo II e nel testo della conferenza che Papa Benedetto XVI avrebbe dovuto tenere all’inaugurazione dell’anno accademico 2008 dell’Università La Sapienza di Roma, individuando in dette fonti, per mia scelta personale, quelle più chiare ed attuali.
Dato che l’uomo è “colui che cerca la verità” (Aristotele nel testo della Metafisica, affermava che : “tutti gli uomini desiderano sapere”) e la stessa vita quotidiana mostra quanto ciascuno sia interessato a scoprire, oltre il semplice sentito dire, come stanno veramente le cose, Giovanni Paolo II, inizia la sua enciclica “Fides et ratio” con questa frase stupenda: “la fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità”. In tale frase è mirabilmente racchiusa tutta la dotta esposizione successiva: la fede e la ragione, non sono contrapposte ed alternative, ma costituiscono, entrambe, il mezzo necessario (come lo sono le ali per qualsiasi volatile), con il quale lo “spirito umano” (non la “mente umana”) s’innalza verso la “contemplazione” (non la “conoscenza”) della verità. Così, nel cammino di ricerca di risposte “vere” alle domande fondamentali sulla sua esistenza, l’uomo necessariamente deve partire sfruttando al massimo il proprio raziocinio: infatti, “molteplici sono le risorse che l’uomo possiede per promuovere il progresso nella conoscenza della verità….tra queste emerge la filosofia, che contribuisce direttamente a porre la domanda circa il senso della vita e ad abbozzarne la risposta: essa pertanto, si configura come uno dei compiti più nobili dell’umanità” (introduzione all’enc. Fides et ratio).
La ricerca della verità, (qualsiasi sia l’oggetto della ricerca) fondata sulla “ragione”, non solo, pertanto, non è da condannare, ma da incoraggiare sempre (l’enc. Fides et ratio intende, infatti, affermare la necessità dell’istanza metafisica): ma cosa avviene di fronte alla constatazione che una ricerca, basata esclusivamente sulla “ragione”, non approda a risultati accettabili e non è in grado di fornire risposte soddisfacenti alle domande come sopra proposte ? “Il pericolo del mondo occidentale - come sostenuto da Benedetto XVI – è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo”: la rinunzia alla ricerca della verità porta, quindi, inevitabilmente al sopravvento di dottrine materialistiche e relativistiche.
Partendo dalla considerazione che l’uomo, soprattutto oggi, vive di fiducia (dato che l’uomo, non conoscendo tutto, deve necessariamente riporre la propria fiducia su altri che conoscano quello che per lui è sconosciuto, come avviene, per esempio, nel campo della medicina), Giovanni Paolo II, sempre nell’enc. Fides et ratio, di fronte all’impossibilità, per la ragione, di addivenire a risposte soddisfacenti a quelle domande, invita alla ricerca della persona su cui riporre la propria fiducia per il soddisfacimento di tale desiderio di conoscenza, individuandola in quella Persona, incarnazione della Parola divina, che ha detto di sé: “io sono la verità”, rivelandoci una verità apparentemente irragionevole, ma che fornisce risposte esaurienti a quelle domande.
Nell’atto libero e volontario di adesione a tale scelta, nella Persona di Cristo Gesù, si identifica l’atto costitutivo della fede cristiana.
La fede, comunque, appunto perché è essenzialmente basata su di un rapporto di fiducia, non può essere imposta ad altri in modo autoritario, ma può essere solo donata in libertà; accettando per fede certe verità, irraggiungibili con la sola ragione, si realizza il passaggio dalla fase del “cerco di capire per credere” a quella del “credo per poter capire”.
Ma anche in tale fase, la ragione non viene affatto mortificata, né viene assorbita dalla fede stessa: “la ragione si apre al mistero di Dio e la fede, in qualche modo, emancipa la ragione nell’impedirle di rimanere chiusa in se stessa”; così, con la Teologia (da intendersi correttamente come vera e propria scienza, non appropriata, essendo, al riguardo, la contrapposizione tra scienza e fede) viene, infatti, posta in atto una “peculiare attività speculativa e metafisica per raggiungere la verità contenuta nelle asserzioni di fede e permettere la loro intelligenza attraverso la formulazione di categorie universali che siano in grado di mediare l’universalità stessa del dato rivelato” (Mons. Rino Fisichella, Introduzione all’enc. Fides et ratio).
Forse è lecito, a questo punto, porci questa domanda che potrebbe, a prima vista, apparire, a dir poco, stravagante : il contenuto delle così dette “verità di fede” ha un’estensione oggettivamente ben definita ed immodificabile per tutti?
Se, infatti, è vero che fede significa essenzialmente fidarsi di qualcuno che è a conoscenza di cose che noi non conosciamo, come il caso (sopra evocato da Giovanni Paolo II) della fiducia che viene riposta nel chirurgo che è in procinto di effettuare un delicato intervento sul nostro corpo, è pur vero che l’intensità di quella “cieca” fiducia necessariamente è proporzionata al nostro grado di conoscenza nel campo della medicina e, pertanto, sarà massima ed incondizionata nel caso di assoluta ignoranza in tale campo, per decrescere man mano che detta conoscenza aumenta, fino a ridursi notevolmente nel caso in cui ad essere operato fosse proprio un chirurgo.
Riportando il paragone sopra ricordato nel campo della presente indagine, la conclusione non dovrebbe essere dissimile: non tutti abbiamo, infatti, sia le stesse capacità mentali, sia e, soprattutto, le stesse predisposizioni ad applicare dette capacità alla ricerca speculativa delle risposte da dare alle domande esistenziali sopra indicate: sicché può benissimo accadere che talune verità, accettate dai più per pura fede, perché ritenute (forse per semplice pigrizia mentale) assolutamente “irragionevoli”, per altri, invece, risultino più che ragionevoli, in quanto frutto di un’attenta analisi. Non ritengo, inoltre, di scandalizzare nessuno nel sostenere che il progresso scientifico raggiunto nel campo della ricerca dell’origine dell’universo, lungi dal pervenire alla conclusione dell’inesistenza di un Dio creatore, ne abbia, invece, accresciuto la ragionevolezza della sua esistenza: lo stesso dicasi nel campo delle ricerche storiche, tanto che, ormai, nessuno più ritiene di poter contestare l’esistenza storica di Gesù Cristo; progresso scientifico ed evoluzione costante delle capacità dell’umano intelletto possono, pertanto, solo contribuire nella ricerca delle Verità fondamentali, nel campo del significato esistenziale da attribuire alla vita dell’uomo.
Fede e ragione costituiscono, comunque, le “due ali”, tra loro complementari, entrambe indispensabili per poter “volare” alla ricerca della verità: una fede, infatti, non sorretta dalla ragione, rischia di produrre gli stessi effetti (della nota parabola del seminatore) del seme caduto “su terreno sassoso”, sicché “l’uomo che ascolta la parola e subito l’accoglie con gioia, ma, non avendo radice in sé, appena giunge una tribolazione o persecuzione a causa della parola, ne resta scandalizzato”; una ragione, invece, che caparbiamente rinchiusa in sé stessa, rifiuta quel necessario affidamento su chi le offre la risposta alle domande sulle quali non è in grado di pervenire, con le proprie forze, ad alcuna soluzione, assomiglia molto a quel seme (della ricordata parabola) “caduto sulla strada e divorato dagli uccelli”, in quanto “parola non compresa e rubata dal maligno dal suo cuore”.
Tutto ciò ritengo che vada detto ad ulteriore riprova della validità dell’esortazione di Giovanni Paolo II ad applicare sempre di più la propria ragione alla ricerca delle Verità fondamentali che costituiscono un punto fermo di riferimento per proseguire il nostro cammino, ben sapendo che la Verità “tutta intera” ci sarà svelata alla fine dei tempi.
E’, poi, compito di ciascuno di partecipare agli altri i risultati della propria “attività speculativa e metafisica per raggiungere la verità contenuta nelle asserzioni di fede”, senza alcuna pretesa di una loro imposizione: un chiaro esempio, in tal senso, ci viene da Benedetto XVI, il quale, dopo essere pervenuto, sulla base di un’approfondita ricerca storico-esegetica, alla conclusione (nel suo libro: “Gesù di Nazaret”) che è “ragionevole” sostenere che il Gesù Cristo “storico” è realmente il Figlio di Dio dei Vangeli, esplicitamente afferma che il lettore è sempre “libero di contraddirmi”.
Comunque, per concludere queste brevissime osservazioni (per un necessario approfondimento, valga il rinvio alle fonti citate), va pur sempre ribadito che fede e ragione non sono da intendersi contrapposte od alternative, bensì entrambe sono indispensabili nella ricerca della verità.
“Non ha dunque motivo di esistere competitività alcuna tra la ragione e la fede: l’una è nell’altra, e ciascuna ha uno spazio proprio di realizzazione” (Enc. Fides et ratio, cap. II, n. 17); se, però, “la ragione diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua saggezza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita” (dal testo della conferenza, sopra richiamata, di Papa Benedetto XVI); ritornando a quanto detto all’inizio, la verità è un bene che si conquista da parte di uno “spirito umano” aperto e ben disposto alla grazia divina, e che sia in grado di osservare le realtà che ci circondano con uno “sguardo contemplativo”, che sappia, cioè, intravedere tutto ciò che si nasconde, oltre le pure e semplici apparenze.
Fede e ragione testo di fedepell