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Hassan, pelle bruna.
Occhi d'ambra, capelli
crespi, mani d'avorio.
Hassan, cervello in fumo.
Elettrodi alle tempie
sulla cinica sabbia,
tre scariche per noia
nel buio tripolino.
Hassan, carne alla deriva.
Trentatré come Cristo
nel mare di Sicilia,
dispersi su un barchino
nel Mare di Nessuno.
Hassan, senza tracce.
Il suo nome smarrito
insieme ai documenti,
battezzato all'inferno
come un cane randagio.
Hassan, compagno di cella.
Il letto accanto al mio
vomita le sue ingiurie
nell'assurdo dialetto
di un greve manicomio.
Hassan, il folle sulla luna.
Ti crocifigge addosso
uno sguardo sgomento,
e nei suoi occhi si legge:
è qui, ma non sa dove.
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Ho conosciuto Hassan nei quattro giorni trascorsi in un reparto psichiatrico nell'aprile del 2019. Era magro come un cencio, disidratato, catatonico, imbelle come un neonato. Non ho idea per quanto tempo sia rimasto rinchiuso in quell'ospedale.
Hassan, naturalmente, non è il suo vero nome. Era arrivato senza documenti e quindi lo avevano battezzato così. Il nome non lo sapeva nessuno: nemmeno lui, che riusciva solo a litaniare parole incomprensibili in una lingua sconosciuta.
Ho provato molte volte ad immaginare il percorso che lo aveva condotto fino al letto vicino al mio in quella assurda cella per fragili cristalli. Questo è il risultato di queste fantasiose congetture.