Mi chiamo Erica e sono come l’edera mi aggrappo a quel che merita fino a strappar la federa del letto in cui s’inerpica l’indifferenza in vendita e lederla fino a lasciarne una ferita anemica.
La predica mi è nemica, giacché rivoglio sempre quel che c’era ma l’allegrezza sembra dipartita partendo verso un’emozione vera, col passato che punge come un’ortica in un prato pieno d’erba nera, lei s’impicca e poi medita smarrita infranta da ciò che oggi impera.
Io vivo in bilico tra sfratto, affitto e bivacco ho il nomadismo come panegirico e il freddo dentro ogni anfratto. Il futuro è onirico, il presente sempre all’attacco, io lo batto, ma se vivo implico di subirne sempre l’impatto.
Mangio frustrazione e mi abbatto guardando il mio nemico che paga con dovizia di pacco lo scrigno sotto l’ombelico di una vittima delle coppie di fatto fatte e finte perfette per mettere al mondo un branco di inetti.
Non ho carattere e nemmeno tette, persevero verso gli imperfetti, perdo cause e non mi pesa da quando ne avevo solo diciassette. Solitudo unica amica ed unica difesa, con lei resto piccola fra piccoli insetti.
E tutto è solo polvere e diniego fatica per Erica, e per chi non riesce proprio a stare allegro. Bacio la noia ogni dì e le ripeto “Ti prego sii clemente e fa sì che possa bermi un Montenegro”.
E bevo sete e strette sterili tra fette di sette fameliche fatte di uomini un po’ deboli e donne un po’ troppo angeliche. Nemiche mi sono le simili che buttan me dentro gli spigoli e poi ben false fan le prefiche.
Lasciatemi morire viva, rinchiusa netta nel mio eremo provate voi un’alternativa e poi lasciate qui il mio feretro.
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