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Ogni volta riesco a sorprendermi, ogni volta che mi riconosco inaspettatamente in qualcuno. Io credo nell’uomo e per fortuna ho ancora voglia di stupirmi, io, e di scoprire. Di stupirmi di scoprire. Di riconoscere l’uguale ed il diverso. Da me. Anche con le donne. Soprattutto con le donne. Che non sono state poi tante. Le donne con cui sono stato. Ma quelle che ho amato più intensamente sono quelle che ho conosciuto per un tempo assai breve. Come la ragazza iugoslava di cui non seppi mai il nome e che mi insegnò a guardare il cielo ed il mare contemporaneamente. Il cielo che diventa mare. E l’eguale silenzio. O come l’ultima donna che non ho avuto, ma mi ha regalato il suo sguardo, il sollievo di un momento di pausa di una tregua, il desiderio che io ho creduto di leggere di una vita diversa. Me lo ha detto con gli occhi silenziosi sapendo che non ci saremmo mai più ritrovati.
Adesso conosco Roberto solamente da quattro ore e ci stiamo già raccontando le nostre vite. Non che debbano contenere alcunché di prezioso, queste vite, all’infuori che per i legittimi loro detentori. O forse proprio per questo mi sembra che debbano essere preservate, e tenute nell’ombra, riposte. E raccontate solo raramente, con parsimonia. Con noi c’è anche un altro Roberto, che di anni ne ha venticinque e viene da Genova. Lui soprattutto ascolta. Ma partecipa lo stesso, al nostro stare qui insieme. E così siamo tutti e tre, a rappresentare probabilmente qualcosa, forse il fluire della vita e delle sue stagioni, venticinque quaranta sessanta. E’ così: venticinque quaranta sessanta dopo forse ottanta e poi stop. Stop. Fine dei discorsi e anche delle donne. Ma adesso non pensiamo questo. Adesso abbiamo bisogno di cercarci un conforto molto più materiale. Il nostro sollievo passa attraverso la pace conquistata dei nostri stomaci e delle nostre gole prosciugate dalla stanchezza, paralizzate dal movimento ipnotico ed infinito di questa pala meccanica che gira dal soffitto basso e gira gira gira senza riuscire a smuovere un tremito sottile d’aria. Questa sera il vino deve essere prima bianco e la bottiglia accuratamente ghiacciata. Solo dopo, saziati, potremo cedere accedere ad un rosso soffice e voluttuoso, da guardare in trasparenza più che bere, sollevando il calice gonfio di dolcezza e amicizia. Di Roberto (the older one) mi conquisterà il sorriso fanciullesco che gli incornicia i capelli bianchissimi. La sua serenità mi farà bene, e lo guarderò con la tenerezza di un figlio corteggiare timidamente, ma con coraggio, la bella signora romana che domani incontreremo al nostro corso, e che ci terrà subito a farci sapere della sua amicizia con il Presidente. La bella signora romana ed il vestito di lino spiegazzato e un po’ buffo del professore. Non so se hai qualche asso nella tua manica per farcela a portarla a letto caro Roberto, ma ti cederò volentieri il mio posto vicino a lei al suo profumo, e senza che lei possa accorgersi delle nostre piccole manovre, della complicità di padre e figlio che oramai ci lega. Eccola, è tua, conquistala con Dante o con Petrarca, come tu sai. E’ per tutto questo e per mille altre cose non dette né accadute che non ci stupiremo, tra tre giorni, quando arriverà l’ora di salutarci davanti a quella stazioncina dove ti avrò accompagnato per il tuo treno. Quando volterò indietro l’auto per tornare ad abbracciarti sapendo che i messaggi di posta elettronica che ci scambieremo con le promesse di un incontro a venire, non potranno aggiungere niente.
Il bicchiere della staffa, il bruciore violento e secco del whisky che scende nella bocca dello stomaco, subito quasi lancinante e poi morbido e pastoso come un velluto, beh, se sei d’accordo, quello ce lo tracanniamo alla salute dei dolori del nostro più giovane amico, novello Werther macerato per gioco antico, forse per abitudine, ed alla fine anche per posa, o per inerzia, nei suoi silenzi solitari spezzati dai rari episodi di risate a cui siamo riusciti a trascinarlo questa sera, irrispettosi.
Prima di andare a dormire ci fumiamo quest’ultima sigaretta? E allora, mentre la vita, l’energia, le donne, il fresco della notte, fanno passerella davanti al nostro tavolinetto sghembo e traballante lungo il corso di questa città senza nome, ti guardo con attenzione, professore, succhiare con rara voluttuosa avidità, con un gusto intenso e forte le tue spirali di fumo, e non posso fare a meno di invidiarti. Nelle mani di quell’altro la sigaretta, come un atroce supplizio, finirà tormentata stritolata e poi schiacciata in terra con un gesto secco e deciso. E io? Io starò. Come sempre me ne starò. Indifferente, sepolto da una coltre di nebbia, dal mio fumo, dai miei ricordi in forma di donna, inconsapevole di esserci. Hello friends, see you another time, another life.