Il professore di filosofia.

scritto da John Weldon
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A Roberto, conosciuto per tre giorni, ma fu amicizia autentica.
- Nota dell'autore John Weldon

Testo: Il professore di filosofia.
di John Weldon

Ogni volta riesco a sorprendermi, ogni volta  che mi riconosco inaspettatamente in qualcuno. Io credo nell’uomo e per fortuna  ho ancora  voglia  di stupirmi, io, e di scoprire. Di stupirmi di scoprire.  Di riconoscere l’uguale  ed il diverso.  Da me. Anche con le donne. Soprattutto con  le donne. Che non  sono state  poi  tante.  Le  donne con cui sono stato. Ma quelle che ho amato più intensamente sono quelle che ho conosciuto per  un tempo assai breve. Come la  ragazza iugoslava di  cui non seppi mai il nome e che mi  insegnò a guardare il cielo ed il mare contemporaneamente. Il cielo che diventa mare. E l’eguale silenzio. O come l’ultima donna  che non ho avuto, ma mi ha regalato il suo sguardo, il sollievo di un momento di pausa di una tregua, il desiderio che io ho creduto di leggere di una vita diversa. Me lo ha detto con gli occhi silenziosi sapendo che non ci saremmo mai più ritrovati.

Adesso conosco Roberto solamente  da  quattro ore e ci stiamo già raccontando le nostre vite. Non che debbano contenere alcunché di prezioso, queste vite, all’infuori che per i legittimi loro detentori. O forse proprio per questo mi sembra che debbano essere preservate, e tenute nell’ombra, riposte. E raccontate solo raramente, con parsimonia.  Con noi c’è anche un altro  Roberto, che di anni ne  ha venticinque e viene da Genova. Lui soprattutto ascolta. Ma partecipa lo stesso, al nostro stare qui insieme. E così siamo tutti e tre, a rappresentare probabilmente qualcosa, forse il fluire della vita e delle sue  stagioni,  venticinque quaranta  sessanta. E’ così: venticinque quaranta sessanta dopo forse ottanta e poi stop. Stop. Fine dei discorsi e anche delle donne. Ma adesso non pensiamo  questo. Adesso abbiamo bisogno di cercarci un conforto molto più materiale. Il nostro sollievo  passa attraverso la pace conquistata dei nostri stomaci e delle nostre gole prosciugate dalla stanchezza, paralizzate dal movimento ipnotico ed infinito di questa pala meccanica che gira dal soffitto basso e gira gira gira senza riuscire a smuovere un tremito sottile d’aria. Questa sera il vino deve essere prima bianco e la bottiglia accuratamente ghiacciata. Solo dopo, saziati,  potremo cedere accedere ad un rosso soffice e voluttuoso, da guardare in trasparenza più che bere, sollevando il calice gonfio di dolcezza e amicizia. Di Roberto (the older one) mi conquisterà il sorriso fanciullesco che gli incornicia i capelli bianchissimi. La sua serenità mi farà bene, e lo guarderò con la  tenerezza di un figlio corteggiare timidamente, ma con coraggio, la bella signora romana che domani incontreremo al  nostro corso, e che ci terrà subito a farci sapere della sua amicizia con il Presidente. La bella signora romana ed il vestito di lino spiegazzato e un po’ buffo del professore. Non so se hai qualche asso nella tua manica per farcela a portarla a letto caro Roberto, ma ti cederò volentieri il mio posto vicino a lei al suo profumo, e senza che lei possa accorgersi delle  nostre piccole manovre, della complicità di padre e figlio che oramai ci lega. Eccola, è tua, conquistala con Dante o con Petrarca, come tu sai.  E’  per tutto  questo e per  mille altre cose non dette né  accadute che non ci stupiremo, tra tre giorni, quando arriverà l’ora di  salutarci  davanti a quella stazioncina dove ti avrò accompagnato per il tuo treno. Quando volterò indietro l’auto per tornare ad abbracciarti sapendo che i messaggi di posta elettronica che ci scambieremo con le promesse di un incontro a venire, non potranno  aggiungere niente. 

Il bicchiere della staffa, il bruciore violento e secco del whisky che scende nella bocca dello stomaco, subito  quasi lancinante e poi morbido e pastoso come un velluto, beh, se sei d’accordo, quello ce lo tracanniamo alla salute dei dolori del nostro più giovane amico, novello Werther macerato per gioco antico, forse per abitudine, ed alla fine anche per posa, o per inerzia, nei suoi silenzi solitari spezzati dai rari episodi di risate a cui siamo riusciti a trascinarlo questa sera, irrispettosi.

Prima di andare a dormire ci fumiamo quest’ultima sigaretta? E allora, mentre la vita, l’energia, le donne, il fresco della notte, fanno passerella davanti al nostro tavolinetto sghembo e traballante lungo il corso di questa città senza nome, ti guardo con attenzione, professore, succhiare con rara voluttuosa avidità, con un gusto intenso e forte le tue spirali di fumo,  e non posso fare a meno di invidiarti. Nelle mani di quell’altro la sigaretta, come un atroce supplizio, finirà tormentata stritolata e poi schiacciata in terra con un gesto secco e deciso. E io? Io starò. Come sempre me ne starò.  Indifferente, sepolto da una coltre di nebbia, dal mio fumo, dai miei ricordi in forma di donna, inconsapevole di esserci. Hello friends, see you another time, another life.

Il professore di filosofia. testo di John Weldon
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