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C’è un istante
che non ricordo
in cui le cose
hanno già deciso
di apparire.
Non sono io
a vedere.
Arrivo dopo,
come un nome
dato a una forma
già piena.
Gli occhi si aprono
su un lavoro compiuto:
il mondo è già disposto
secondo una logica silenziosa.
Chi ha scelto
la distanza tra me e la luce?
Chi ha stabilito
il bordo delle cose?
Dentro,
una presenza senza volto
tiene il filo delle immagini.
Non parla
ma ogni cosa
le obbedisce.
Quando guardo,
ripeto.
Quando penso,
traduco.
E ciò che chiamo “io”
forse è solo
la versione ad alta voce
di un pensiero muto.
Provo a sorprenderlo,
a coglierlo prima che accada,
ma è sempre un passo oltre,
già seduto
nel posto da cui guardo.
Così resto
a inseguire l’origine
come si insegue uno specchio
girato altrove.
E il primo sguardo,
quello vero,
non è mai mio.