Perfida

scritto da Luca C_Max
Scritto 17 ore fa • Pubblicato 4 ore fa • Revisionato 4 ore fa
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Leggete la storia, non pensate allo scrittore.
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Testo: Perfida
di Luca C_Max

PERFIDA
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 Capii di aver sposato una strega pochi anni dopo il nostro reciproco inserimento di fedi nei rispettivi anulari orizzontali.

Forse, infilare in un bel medio verticale, sarebbe stato figurativamente più adeguato al contesto, quale futuro segnale premonitore.

 I segnali furono evidenti in breve tempo: totale assenza di senso dell’umorismo, rigidità (sua, non mia…), sguardo torvo e cupo, intelligenza interiore che si autoalimentava (pericolosissimo) e odori di inquisizione aleggiavano per le stanze della casa.

 E la casa era piena di stanze.

 Capii di aver sposato una perfida strega cattiva al seguito del fatto che sono qui a narrare, destreggiandomi tra pulsioni malate, senso di angoscia costante, lacrime e mani che tremano dal terrore di dover convivere con questo pacco regalo che, forse, non meritavo. Forse.

 Convivere, o sopravvivere, certo, perché io so solo vivere, non sono capace a morire.

 Le pulsioni, dicevo. Sì, le pulsioni, le mani sudate, il cuore che sbatte come volesse uscire a prendere aria, la voglia di pensare e di immaginare situazioni, creare il contesto, viverle, fare del tuo cibo quotidiano il sudore, il fumo, l’alcool, il sesso potentemente sfiancante, e ancora tutto ciò che il luogo comune ed il buon senso indicano di non fare spesso. O meglio, mai.

 La strega cattiva era, invece, l’inviluppo del buon senso, dei luoghi comuni, del corretto ed irreprensibile. Ma perfida.

Insomma, alla fine, un trionfo di sinusoidi che scopa con una linea retta (appuntita da ambo i lati), finisce per pungersi e farsi del male.

 Mi stavo facendo troppo male, e mi stavo chiudendo come un riccio, ma le spine erano dentro. Terribile.

 Era una vita sbagliata, un vivere all’interno di un solco ormai troppo profondo per poterne venir fuori e, in uno dei respiri rantolanti che riuscivo a strappare alle giornate che, ormai, sapevano soltanto di legno e corteccia, mi venne alla gola la voglia di assaporare un frutto saporito che sapesse di miele, un frutto con cui potersi sporcare, ungere, urlare, e poi sputare e schiacciare sotto ai piedi, alzare la testa alle nuvole imperiose e riderne insieme.

Riderne per il solo gusto di riderne e metterlo in quel posto alle plumbee nuvole che, seriose, minacciano di inondarti di pioggia, fatta di polvere bianca e della merda quotidiana.

 Il frutto che volevo assaporare si chiamava Mascia Ferrami. In fabbrica, era chiamata da tutti Mascia la bagascia, ovvio.

 Viene da sé, troppo facile.

 Non era la bagascia che si diceva; era sì molto fumo all’esterno, ma capii che, all’interno, c’era la giusta quantità di arrosto che avrebbe fatto la felicità del palato di chiunque (e non solo del palato).

Giri di parole, sguardi, risate, colazioni e, nonostante il mio apparente aspetto di uomo trasparente, insignificante, fallito sognatore, nonostante tutto questo, lei probabilmente vide in me un barlume di fiamma sulla quale, forse, valeva la pena di soffiare.

Un uomo trasparente, con ambizioni da uomo traspirante.

Nel caso specifico, traspirante sesso.

Decidemmo, di comune accordo, di provare a soffiarla, quella fiammella, nella settimana in cui minori impegni lavorativi avrebbero permesso di svicolare nel magazzino ricambi, possibilmente di venerdì, giorno in cui il magazziniere era solito fare mezza giornata seria e, per il resto, darsi alla macchia, tra macchinette del caffè, cellulare e sigarette a profusione.

 Arrivò quel venerdì mattina. Aprii gli occhi sognando l’arrivo del pomeriggio; abbassai gli occhi e vidi che anche lui, il pendente immacolato, stava sognando gli umidi meandri del pomeriggio: insomma, da svegli, stavamo sognando insieme.

 Poi arrivò il terrore.

 Invece di un sogno, mi si fece davanti il viso torvo della strega cattiva. Sobbalzai, stropicciandomi gli occhi, spaventato dalla visione.

Lei, con un sorriso indecifrabile, mi sfiorò il viso e le mani giunte, come bevesse a una fontana, e mi salutò.

 - Che fai? - le dissi.

 - Bevo, tesoro. Bevo di te - e uscì per andare dalla sorella (una strega docile, meno perfida).

 “Bevi da ‘sta cippa de obelisco, strega!” pensai, sorridendo e gongolando.

 Poi smisi quasi immediatamente di gongolare e sorridere. Che minchia avevo da sorridere?

 Dovevo alzarmi di corsa e andare in fabbrica.

Mi aspettava l’ultima giornata della settimana, eravamo indietro con la produzione e i capi premevano sul personale, e poi… E poi.

Poi nulla.

 Nulla. Ero stato svuotato.

 Non avevo nulla dentro. Ero un uomo normale, esternamente, con pregi e difetti, rientranze ed elementi astrusi anche di pregio. Dentro, non c’era più nulla.

 Me ne accorsi quando Mascia mi incrociò per il corridoio dei bagni.

Aveva un rossetto sconvolgente, capelli curati ed unghie da farsi lacerare. Mi ritornò alla mente il motivo di quel veloce restyling della Mascia e provai una fitta indescrivibile, proprio sotto la base del cuore.

Era una bolla di roba nera che mi si stava aprendo nella pancia, robaccia che mangiava ogni piccola fibrillazione che il mio corpo tentasse di innescare; mangiava e lasciava calma piatta. Del maschio che ero, non rimaneva nulla.

 Ero diventato un inutile deambulatore di pisello floscio. Ero rimasto come sola forza lavoro, e forza marito.

 No. era rimasto pure un vaffanculo della Mascia, che inglobai senza sussultare più di tanto, un vaffanculo meritato, perché le feci decadere in piccoli pezzi di nulla, qualunque tipo di immaginario sessuoso lei si fosse già predefinita.

  La forza lavoro è semplice da spiegare. Lavoravo come un disgraziato.

 La forza marito era, invece, più subdola. La strega cattiva mi sfiorava, riapriva le mani a conca e mi ridava la parte di uomo che serviva a sfamare la bramosia di sesso casto da manuale, per poi tornare a sottrarmela nell’istante dopo la mia triste fase di spurgo.

Mi accendeva e spegneva a comando, era una sorta di punizione per punirmi di quella che per me era solo stata proiezione mentale, mai materiale.

Al quinto mese di uomo lavoro, uomo marito, uomo svuotato e fallito, la dovetti uccidere.

 Uccidere una donna, una strega o, addirittura, una strega cattiva e perfida, era stato semplice come semplice sarebbe stato ritornare alla mia vita normale, una vita in cui sapevo che mi sarebbe stato restituito il succo di uomo che mi mancava, quello che mi avrebbe fatto riconquistare la voglia di scopare. Scoparmi la Mascia, nel caso specifico.

 Ma avevo ucciso una strega, cazzo. E qui non si scherza.

 Cominciai a rendermene conto nei giorni che seguirono.

Mascia continuava ad essermi indifferente, pur avendo io nel sangue un fervore e una smania che, a descriverli a parole, si rischierebbe di insozzare la pagina che state leggendo.

Ma, alla fine, poi ho capito cosa quella troia mi ha restituito, prima di morire.

 Ho capito che dono particolare ha lasciato, per sempre, al suo amato marito, che tipo di acida essenza.

 Finisco velocemente di scrivere questa specie di memoria perché, a minuti, arrivano i due di colore molto di colore e molto dotati, due che ho conosciuto un paio di giorni fa.

Vengono a farmi sesso in modi qui non narrabili, e con robe strane di ogni tipo, cose potenti e pesanti delle quali, ho capito, non posso più fare senza.

 Questo è il regalo postumo della mia odiata perfida strega: farmi diventare un povero perverso, sadico, autolesionista, omosessuale.

 Non lo voglio fare, non è la mia essenza, ma non posso farne a meno, Ci dovrò convivere, perché io sono codardo, non so morire.

 Volevo godere e ora mi rimane soltanto questo sporco modo di sopravvivere.

 PERFIDA.

  

Fine

Perfida testo di Luca C_Max
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