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L’edificio non aveva insegne.
Solo una porta a vetri
e un citofono senza nomi.
Premette l’unico pulsante.
Una voce rispose subito:
“Appuntamento?”
“No.”
“Meglio. Salga.”
L’ascensore non aveva numeri,
solo una freccia che decideva da sola.
Si fermò con un suono secco,
come una frase senza seguito.
Dentro, scaffali.
Alti, ordinati, infiniti.
Scatole bianche, tutte uguali,
ognuna con una data.
Un uomo lo aspettava
dietro un tavolo vuoto.
“Prima volta?”
Lui annuì.
“Bene. Qui conserviamo
le vite che non ha vissuto.”
Silenzio.
“Scusi?”
“Ogni scelta che non ha fatto.
Ogni strada lasciata lì.
Non le buttiamo. Le archiviamo.”
L’uomo prese una scatola a caso,
la posò sul tavolo.
Sopra c’era scritto:
“27 giugno 2018”.
“Quella sera non è uscito di casa,” disse.
“Pioveva.”
“Qui dentro c’è cosa sarebbe successo
se lo avesse fatto.”
Aprì.
Non c’erano oggetti.
Solo una sensazione precisa,
violenta:
risate, una mano stretta,
un nome che non aveva mai sentito
ma che gli fece male subito.
Richiuse di scatto.
“Non è possibile.”
“È tutto possibile,
finché non sceglie.”
Si guardò intorno.
Migliaia di scatole.
Migliaia di versioni.
“Posso… prenderne una?”
“Può provarle.
Ma non può tenerle.”
“E quella che sto vivendo?”
L’uomo sorrise appena.
“È qui per quello.”
Si voltò, indicò uno scaffale più in alto.
Una scatola leggermente diversa,
meno polvere,
più peso.
Sopra, la data di oggi.
Lui fece un passo indietro.
“Non ancora.”
“Capisco,” disse l’uomo.
“Quasi nessuno è curioso
del finale mentre lo sta scrivendo.”
“E se non la apro?”
“Non cambia nulla.
Succederà lo stesso.”
“E allora perché tenerla?”
L’uomo lo guardò
come si guarda qualcuno
che ha appena fatto la domanda giusta.
“Perché lei,
prima o poi,
tornerà a controllare
se è andata davvero così.”