Dentro intercapedine

scritto da Autore anonimo
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Testo: Dentro intercapedine
di Autore anonimo

Sotto casa mia un’intercapedine è usata come deposito di oggetti vecchi.

Nessuno terrebbe queste cose, nessuno ci mette mai piede. Non c’è alcun motivo per conservarle e non buttarle. Anni e anni di oggetti accumulati riempiono l’intercapedine e ormai nessuno sa più dove inizi e dove finisca, quella fessura dentro casa mia.

È mia madre ad aver conservato lì tutte queste cose negli anni.

Qualche giorno fa, senza un motivo preciso, mi prese la voglia di cercare dei vecchi quaderni del mio primo anno di liceo, che sapevo essere ancora da qualche parte.

Desideravo trovarli perché io sapevo, sapevo di averci scritto cose orrende. Non so da dove nascesse questo desiderio: forse volevo un documento, una “prova” del mio passato, una fotografia che dimostrasse di non "essermi inventato tutto". Forse volevo essere l’adulto che guarda la sofferenza del me bambino.

O forse no: forse cercavo prove di essere stato lasciato solo nel mio dolore.

Ad ogni modo, non è questo di cui voglio parlare in questo racconto.

Ero certo, che se volevo trovare quei quaderni, avrei dovuto cercarli in quell’intercapedine. Così, con la torcia in testa, come se fossi uno speleologo, iniziai a farmi strada in quei cunicoli di cose.

Nel procedere faticosamente trovai di tutto: vecchi alberi di Natale, vestiti di quando eravamo piccoli, parti di un letto, resti di una caldaia, bambole di mia sorella, fumetti, vecchi ombrelloni, racchette da tennis rotte, perfino la mia culla.

Mentre avanzavo, non riuscivo a smettere di notare quanto quell’equilibrio fosse precario: tutto si reggeva scatola su scatola, oggetto su oggetto, come se fosse sul punto di crollare da un momento all’altro.

Però non era questo a darmi più turbamento.

La cosa che più mi impressionava era che fosse stata mia madre a disporre quelle cose in un equilibrio così precario. Non c’era casualità in quella disposizione: ogni oggetto era stato sistemato meticolosamente in quel modo e quell’equilibrio, per quanto fosse instabile, era stato, in un certo senso, "pensato".

Pensai che forse non c’era modo diverso per reggerlo. Forse si poteva solo tenere tutto così, la mia famiglia, dentro quell’intercapedine. Forse per mia madre quell’equilibrio precario era la sua unica alternativa.

Continuai a farmi strada tra le scatole.

C’erano anche oggetti pesanti: vecchie caldaie, una stufa, assi di metallo, tutto incastrato, uno sopra l’altro. Pensai che, se qualcosa fosse crollato, tutto mi sarebbe caduto addosso e sarei morto lì, schiacciato da tutte quelle vecchie cose. Sommerso dal mio passato.

A un certo punto trovai i vecchi quaderni di mia sorella e pensai di essere vicino alla mia meta.

Ma non potevo più andare oltre: non era possibile spostare qualcosa senza far crollare tutto, e anzi avrei dovuto sbrigarmi, perché non sapevo se da un momento all’altro quell’equilibrio si sarebbe rotto e tutto sarebbe collassato su di me.

Facendo un po’ di spazio alla torcia dietro qualche scatolone, cercai però di vedere se si intravedeva ancora qualcosa nell’intercapedine. Vidi confusamente un vecchio contenitore trasparente con dei vecchi quaderni.

Alla fine non riuscii nemmeno a capire dove l’intercapedine terminasse.

Con pazienza, cercando di non spostare nulla, rimisi in ordine gli oggetti che avevo mosso nel mio percorso.

Mi girai solo un’ultima volta prima di uscire e provai un senso di angoscia.

L’angoscia di qualcosa di sepolto, irraggiungibile e innominabile nel fondo di quell’intercapedine.

Dentro intercapedine testo di Autore anonimo
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