Poteva essere

scritto da Biro79
Scritto Ieri • Pubblicato 22 ore fa • Revisionato 22 ore fa
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Questo è l'inizio di un racconto a puntate... vi aspetto per il prossimo capitolo.
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Testo: Poteva essere
di Biro79

I

I miei primi venti giorni a Milano erano stati una galleria di specchi in cui non riuscivo a riconoscermi. Ero lì come un pezzo di puzzle incastrato a forza in una scatola sbagliata. Osservavo la gente sfrecciare sui marciapiedi, tutti in perenne ritardo chissà per quale emergenza invisibile. Io, che ero cresciuta con i ritmi pigri della provincia mi sentivo una nota stonata in un’orchestra che correva a velocità doppia. Fuori, il fragore del tram faceva tremare i vetri, invece dentro il silenzio era assoluto. Nessuna voce amica sotto il balcone, nessun saluto che si trascinasse per minuti lungo la strada. Dopo cena però  la solitudine diventava fisica, densa come la nebbia che saliva dai Navigli. Ascoltavo la sequenza delle tapparelle che calavano di colpo e inghiottivano il mio bisogno di vita. Senza un televisore, la finestra era il mio unico schermo. Cosi il buoio della stanza diventava il mio rifugio e il mio osservatorio. Con un gesto che era diventato un rito malinconico, spegnevo la luce e scostavo appena la tenda. Restavo lì, al riparo dal buio, a spiare i frammenti di vita che si accendevano nelle finestre del condominio di fronte come una donna che stirava, un anziano tra i suoi farmaci, uno studente chino sui libri. Mi sentivo un fantasma che osservava i vivi, separata da loro da una striscia di asfalto bagnato e da una malinconia che non mi dava tregua.

Ero lì nel buio della stanza quando il cellulare sul comodino iniziò a vibrare. Il ronzio sulla superficie di legno arrivò come un boato in quel silenzio. Allungai la mano e vidi il nome di Luca illuminare l'oscurità con un bagliore.
«Pronto?» la voce uscì sottile e fragile.
«Pronto. Come stai, carissima?>> (Silenzio) << Sabato hai un appuntamento a Torino. Ti va?»
In quel momento un bagliore si accese dentro di me, zuccherando venti giorni di amaro milanese.
«Sì» risposi, senza fiato. E improvvisamente, il vetro della finestra sembrava meno freddo. «Sì, mi va.»

Quando la comunicazione s'interruppe, il silenzio della stanza non era più un muro, ma uno spazio aperto. Rimasi con il cellulare premuto contro il petto, sentendo il calore della batteria sulla pelle e il battito del cuore che galoppava fuori controllo. Quell’invito a Torino era un imprevisto che scardinava ogni mia difesa. Non riuscivo a stare ferma. Avevo acceso la luce e la stanza mi sembrava improvvisamente diversa, meno ostile. Iniziai a camminare avanti e indietro sul pavimento di graniglia con un’energia nervosa che mi faceva tremare le dita. Torino. Sabato sera. Con lui. Nella mente si affollavano le immagini confuse dei portici eleganti, il rumore dei passi, lo sguardo di lui che non riuscivo mai a decifrare fino in fondo. Avevo passato una vita a convincermi di essere invisibile e invece lui mi aveva cercata. Mi aveva scelta per portarmi fuori da quel guscio di nebbia.

Provai a stendermi sul letto, ma le lenzuola pungevano. Chiudevo gli occhi e rivedevo il nome di lui illuminare il buio. Era un’eccitazione infantile e purissima, quella di chi non osa sperare e poi si ritrova tra le mani un regalo inaspettato. Non riuscivo a smettere di sorridere, un sorriso che mi faceva quasi male alle guance. Quella notte l’attesa bruciava troppo per lasciarmi dormire. Con i pensieri cercavo di ricostruire  ogni dettaglio dei due brevi incontri passati: il tono della sua voce, un gesto rapido delle mani, l’accenno di un sorriso nascosto sotto le labbra. Mi era entrato nel cuore non con la dolcezza, ma con l'irruenza di un'ossessione. Ora quel "Sì" pronunciato al telefono non era solo l'accettazione di un invito, era il permesso che davo a me stessa di precipitare dentro quel mistero chiamato Luca.

Provai a chiudere gli occhi per ritrovarlo, ma il volto di Luca sfuggiva. Cercavo di cucire il suo ricordo nella trama del pensiero, ma era come cercare di afferrare l’acqua tra le dita. Il suo sguardo era un frammento di tempo sospeso, una polaroid persa e ritrovata mille volte nella mia mente, così i tratti somatici si scomponevano non appena provavo a rimetterli insieme. Più mi sforzavo di dargli un contorno definito, più lui diventava un’astrazione, un’entità fatta di silenzi e di quel fascino ermetico che mi faceva sentire piccola e, paradossalmente, viva. Quella sfuggevolezza mi faceva impazzire e, allo stesso tempo, mi legava a lui ancora di più. Luca non era una persona da ricordare, era una sensazione da inseguire.

Restai a fissare il soffitto, spaventata da quel vuoto mnemonico: come potevo desiderarlo così tanto se non riuscivo nemmeno a disegnarlo nella mente? Era come se lui, con la sua natura da uomo in carriera sempre in fuga, mi avesse concesso solo dei ritagli della sua presenza, lasciandomi a comporre un puzzle a cui mancavano i pezzi fondamentali.     
C’erano stati solo due incontri di poche ore, ma mi era entrato nel cuore e nella mente  al punto che mi sentivo travolta dall’assurdità di quel sentimento. Una manciata di poche ore rubate, eppure lui era già diventato il baricentro di ogni mio pensiero. Sapevo pochissimo di lui, aveva l’aria distante di chi ha lo sguardo fisso sul futuro e il cuore in modalità “non disturbare”. Era un codice cifrato di cui non avevo ancora gli strumenti per decifrare, ma proprio quella sua natura inafferrabile mi aveva stregata.

Quell'invito non era solo una telefonata: era uno spiraglio di luce che squarciava il muro di gomma in cui mi ero sentita murata viva per troppo tempo. La gioia mi  investì come un’onda anomala, un calore improvviso che partiva dallo stomaco e mi risaliva fino alle tempie. Andai verso lo specchio e vidi il riflesso dei miei occhi brillare dello stupore di chi si scopre pensata da qualcuno. Ogni tanto mi fermavo, riprendevo il telefono in mano solo per guardare il registro delle chiamate per convincermi che non fosse stato un miraggio.

Era vero.  Era successo.

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