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Ti guardo. Come posso solo io guardarti. Il che non so se rappresenti un bene. Non so tante cose, in alcuni momenti. So di non avere fatto abbastanza, di non essere abbastanza, di non capirti abbastanza. Illuminiamo sempre qualcosa che puntualmente si perde, si spegne e viene dimenticato come se tutto non ci fosse stato. Come se il solito cerchio delle cose fosse una matita leggera su una carta ruvida. Cancelli e resta un segno, una macchia. Che chissà. Il mondo dovrebbe essere una premessa, spesso risulta un la fabula intrecciata di autori in cerca di lettori che non ci saranno. (Ricordi il palco, gli scricchiolii, una promessa che non c’è e che teniamo in piedi).
Penso al modo in cui tutti dovremmo lasciar andare.
(Un giorno ti ho parlato di Dante, non come farebbe un professore. Le ali al folle volo. Con la paura di una planata indecorosa e dolorante. Ma altrimenti, che follia sarebbe?).
Mi hai detto fossi carino, ma che dicevo cose assurde. Ci tenevi a dire fossero belle, ma strane. Hai una mente unica, replicavi a te stessa. E le tue dita incrociavano i miei palmi, quel tuo sorriso che proteggerei, se solo potessi.
(L’altro giorno pioveva, ti ho pensata. Come ogni giorno, ma non te lo dirò. Ho accelerato, il mio gommista mi aveva avvertito. Sto aspettando le nuove da un po, pare la mia sia una misura particolare. Le misure? Proprio loro).