Il calice

scritto da Annabelle
Scritto 22 ore fa • Pubblicato 3 ore fa • Revisionato 3 ore fa
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Autore del testo Annabelle

Testo: Il calice
di Annabelle

Non so dire se fu il silenzio a chiamarmi, o se fu il calice a risvegliarsi, quando il mio passo infranse l’aria stagnante della cripta.
Giaceva su una lastra di pietra fredda, senza iscrizioni, senza nome, un vaso d’argento annerito dal tempo, il bordo liscio come una cicatrice vecchia.
Sul fusto si attorcigliavano figure nude, intagliate con una precisione che pareva respirare al tremolio della mia torcia:
Corpi che si cercavano in una danza senza musica, mani che si sfioravano senza toccarsi, bocche aperte in un grido muto.
Non era bellezza, era promessa.
Una promessa che sapeva di pioggia su pelle nuda e di seta bagnata, marcita nelle stanze dimenticate.
Toccandolo, un calore sottile mi risalì lungo il braccio, come il passaggio di un dito, lungo la spina dorsale, in un sogno di cui non si ricorda un volto.
Non c’era vino, eppure l’aria intorno al calice sapeva di miele fermentato, di giardini notturni dove i fiori aprono i petali solo per chi non dorme.
La prima notte lo posai sul tavolo della mia stanza e mi addormentai.
I sogni non furono miei, vidi scalinate d’acqua che scendevano da un cielo limpido, specchi in cui il mio riflesso si spogliava prima di me, corridoi di velluto nero che si restringevano ogni volta che tentavo di fuggire.
E ovunque, il suono soffocato di un bacio, dato contro una nuca che non apparteneva a nessuno.
Mi svegliai con la gola secca e il calice freddo tra le dita, come se l’avessi stretto tutta la notte.
La seconda notte versai del vino rosso, scuro come inchiostro diluito col sangue.
Il calice lo bevve senza traboccare, senza cambiare, ed io bevvi insieme a lui.
Fu un piacere che non aveva forma,
non era carne, era memoria.
Memoria di desideri mai detti che mi scivolavano in gola come seta intrisa di sale.
Vidi stanze capovolte dove i soffitti sanguinavano luce, letti di nebbia che si dissolvevano al primo respiro, mani di fumo che mi cercavano e si dissolvevano quando le afferravo.
Quando il vino finì, il vuoto dentro di me era diventato un pozzo senza eco.
Il calice non rideva, non ne aveva bisogno.
Le figure sul suo corpo si contorcevano ancora, eterne, in quell’abbraccio che non trova compimento.
Comprendevo, che non era il vino a saziarlo,
era la fame stessa a nutrirlo.
Una fame che cresceva ogni volta che veniva negata.
Tentai di liberarmene, lo gettai in un pozzo senza fondo, dove l’acqua nera non rifletteva nulla.
All’alba era di nuovo sul mio tavolo, immacolato, freddo, in attesa.
Come se sapesse che ogni distanza è solo un pretesto per il ritorno.
Ora giace lì, ogni notte, ma io non lo tocco.
Ma quando il silenzio si fa troppo denso, sento il suo calore risalire dal metallo, lento, insinuante, come il ricordo di un bacio dato in sogno e svanito al risveglio.
E so che basterebbe un solo gesto, un solo sorso, per aprire di nuovo quelle porte oniriche che ho chiuso con fatica.
Il calice non chiede, non costringe,
ma aspetta.
Perché conosce l’uomo meglio di quanto l’uomo conosca se stesso:
Sa che la lussuria non muore,
si nasconde nei corridoi senza fine della mente, si veste di nebbia, di riflessi, di stanze che non esistono.
E quando il buio è assoluto, si risveglia.
E continua a bere.

Il calice testo di Annabelle
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