Contenuti per adulti
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Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
I miei quattro lettori perdoneranno se, per una volta, abbandono lo stile conciso dei moderni mezzi di comunicazione.
La forma ne trarrà certamente vantaggio; la qual cosa però non potrà certo sopperire, ahimè, alla pochezza della sostanza.
Bisogna sapere che il nostro protagonista, che chiameremo Sergej (e che altro?), soffre da sempre durante la notte, se non proprio di dolori, di certi fastidi, certi indolenzimenti alla regione lombo-sacrale.
Tali fastidi si manifestano con quasi costante ricorrenza dopo poche ore di sonno, una o due al massimo, allorché rivoltatosi ora sul fianco destro, ora su quello sinistro, egli inesorabilmente si sveglia in preda alle smanie e sente il bisogno di stirarsi, di accovacciarsi, di contorcersi, cercando una pace che difficilmente arriva.
La scorsa notte appunto, svegliatosi per l’ennesima volta e visti vani i tentativi di riappacificarsi con la parte così prossima a quella meno nobile del proprio corpo, prendeva l’irrevocabile decisione di levarsi dal letto e cambiare aria.
Facendo bene attenzione a non fare il benché minimo rumore per non mettere in allarme la dormiente compagna che, certamente, gli avrebbe chiesto di rendere conto del perché, del per come e del per cosa, infilava le scale e con passo felpato raggiungeva la cucina.
Anni addietro, un vecchio collega che soffriva di simili seccature gli aveva riferito che un grande luminare aveva così sentenziato: disidratazione delle vertebre!
Sergej rimase molto colpito da quella diagnosi che, come tutte le diagnosi, affascinano il malato il quale, in quanto tale, non vede l’ora di trovare una qualunque forma di sollievo ai propri malesseri; cosicché, ancora oggi, di tanto in tanto se ne rammenta, sottoponendola alla inoppugnabile verifica dei fatti.
Eccolo quindi brandire risoluto il bicchiere e, riempitolo per ben tre volte di seguito, ingurgitare il prezioso liquido nel quale riversava le residue speranze di salvare la nottata.
Convinto poi del fatto che fare due passi avrebbe certamente contribuito a sciogliere le sfortunate articolazioni e a dare al tempo stesso al suo organismo il tempo di assimilare la cura somministrata, cominciava ad aggirarsi per il soggiorno lasciando che la mente inseguisse i suoi disordinati pensieri.
Sia stata la straordinaria concomitanza tra la situazione contingente ed il titolo del racconto, il clima letterario allucinato nel quale si trovava immerso ormai da giorni o forse la troppa acqua in circolo, non è dato sapere.
Fatto sta che gli balenava così, d’un tratto, l’idea di mettersi comodamente in poltrona e dare un’altra chance al grande Dostoevskij.
I miei quattro lettori devono sapere che il rapporto tra il povero narratore e l’illustre Romanziere è stato (ed è certamente ancora) tribolato, problematico e lungi dall’essere risolto.
I recenti tentativi di colmare la colpevole lacuna (il Maestro non si poteva annoverare tra le pur numerose precedenti frequentazioni letterarie dell’autore) non erano stati gratificanti come atteso; questo fatto increscioso tendeva ad alimentare la spiacevole sensazione di non essere all’altezza del compito e a generare in lui un senso di inadeguatezza che era difficile ignorare.
Ben due capolavori erano infatti stati abbandonati ‘per sfinimento’ da Sergej avendo egli giudicato, a torto o ragione, impari lo sforzo della lettura rispetto al necessario ed irrinunciabile appagamento dello spirito che ne doveva derivare.
In base alle congiunzioni astrali e alle inevitabili conseguenze della sua collocazione zodiacale, Sergej si trovava però esposto ad un innato senso del dovere che gli imponeva, prima o poi, di portare a compimento la sfida rimasta aperta, non costituendo la recente, duplice ritirata, una conclusione onorevole e soddisfacente.
Ad aggravare la situazione, nel pomeriggio si era consumato un altro fatto che aveva contribuito ad aggravare la sua posizione nei confronti degli irrisolti quesiti posti dalla faccenda: Dostoevskij val la pena di essere letto? Sono i suoi romanzi inadeguati al lettore del nostro tempo o è invece ‘questo’ particolare lettore inadeguato al loro cospetto?
Dicevamo, il pomeriggio. Lo chiama un caro amico che da anni vive a Roma.
Fin dai tempi della scuola, l’amico manifestava una vocazione umanistica mentre Sergej, cui pensare troppo portava solo sconforto e stanchezza cerebrale, prediligeva ripiegare sui fatti e sulle cose, essendo questi e quelle meglio padroneggiabili, una volta reperiti i necessari strumenti di governo.
Così l’amico diveniva psicologo, insegnante e lettore ‘colto’ mentre Sergej sposava l’informatica e, per quanto leggesse, leggeva ‘per svago’.
Durante la chiacchierata Sergej, fedele al detto ‘la lingua batte dove il dente duole’, non poteva esentarsi dal rivelare all’amico la sua recente debacle letteraria né di raccontargli il penoso ripiegamento sullo sceneggiato TV degli anni ’60!
L’amico, generosamente ed elegantemente, non cavalcava la tigre della sua manifesta superiorità ma, sottotraccia, tra il detto e il non detto, lasciava intendere il suo ineffabile pensiero: ‘Ma che pretendevi? Certo che non è pane per i tuoi denti! Allora io perché mi sbatto sui libri da più di quarant’anni?’.
Basta! All’alba delle tre e mezza, si poneva mano al Kindle (vuoi vedere che il problema magari è proprio quello?) e si andava a cercare quel tal racconto ‘corto … ma bello’, come recitavano certe recensioni.
Che si ponga fine al dilemma! Che si vada a fondo della questione! Non son cose da lasciare in sospeso codeste! Si legga ora, subito, ‘Le notti bianche’!
Notte Prima. Tempo alla fine del capitolo: 18 min.
‘Ce la posso fare …’.
‘Anche questo giovane, qualche problemino ce l’ha …’.
‘Però, che carattere! Non l’avrei detto …’.
‘Vabbè … ormai son dentro. Vediamo dove andiamo a parare …’.
Notte Seconda. Tempo alla fine del capitolo: 43 min.
‘Azz! Ma non era corto? …’.
‘Ecco che comincia a perdersi …’.
‘Salta … Salta …’.
‘Ma lei perché lo sta ad ascoltare? …’.
‘Salta … Salta …’.
‘Ah! Finalmente la fa parlare! …’.
‘Uhm … lei non è messa meglio … Dio li fa e li accoppia … forse …’.
‘Sento aria di fregatura …’.
‘Sissi, aspetta e spera …’.
Notte Terza. Tempo alla fine del capitolo: 11 min.
‘Meno male … quattro e mezza … forse ce la faccio e lo finisco …’.
‘Questa è un’inversione a U! …’.
‘Ma questi russi hanno il cuore così instabile? O era l’epoca? …’.
‘Forza, ancora una notte e poi … e poi qui fa mattina fra un po’! …’.
Notte Quarta. Tempo alla fine del capitolo: 16 min.
‘Vedo la luce … Anche fuori mi pare … E cantan già gli uccelli …’.
‘Guarda un po’! Vuoi vedere che gli va di culo? Quasi quasi se lo merita …’.
‘Ok, carichiamoci anche la vecchia pazza … quanto può scampare? …’.
‘Ahi! Lo sapevo! Ma che stronza! Non si fa così dai! …’.
‘Che finale di merda! ...’.
‘Beh, almeno la cretina è felice come una Pasqua …’.
Mattino. Tempo alla fine del capitolo: 4 min.
‘Ah, bene! C’è anche l’epilogo … 4 minuti e ti saluto …’.
‘La letterina pure? …’.
‘Sì, scusa una sega … ‘.
‘Rondinella? …’
‘Quindici anni? …’.
‘E sei pure contento? … Ma allora sei proprio scemo amico mio! ...’.
E così si eran fatte le cinque.
Sergej fissava stralunato lo schermo del Kindle che si ostinava a rimanere acceso su quel finale tanto romantico quanto improbabile, avvilente e deprimente.
Ridendo tra sé, gli era anche balenato in mente un bel sottotitolo per il racconto: ‘Storia di un Babbeo’.
Se non altro però, il fondoschiena si era chetato; si poteva tornare a letto e tentare di salvare quel che restava della notte.
Ma di sonno, naturalmente, neanche l’ombra. D'altronde dopo tanta tensione, tanto aggrovigliarsi di nervi e di pensieri, il cervello, eccitato, infervorato, spossato, si rifiutava di calmarsi così, ad un comando; anzi, si produceva in nuovi pensieri, nuove domande, nuove risposte che poi puntualmente tornava a mettere in discussione, in una eterna sequenza disordinata e inconcludente.
La notte in bianco, in fondo, non aveva portato consiglio. La lettura del racconto non poteva considerarsi esaustiva e non permetteva di giungere ad una conclusione definitiva.
Da una parte, infatti, lo aveva confermato nel convincimento che quel modo di narrare le storie seguitava a risultargli comunque un po’ vacuo, ridondante, prolisso e, tutto sommato, poco verosimile, anche a voler tener conto dei limiti imposti dal periodo nel quale era stato scritto.
Allora infatti non si potevano certo utilizzare gli argomenti ed il linguaggio esplicito, oggi consentiti, che avrebbero potuto contribuire a rendere la narrazione più credibile, attuale, ‘digeribile’; a patto però di operare senza indugi qualche generosa sforbiciata in quelle pagine interminabilmente dense di moti dell’animo visti, rivisti e rigirati da tutte le possibili angolazioni.
Finalmente, anche il più modesto scrittore dilettante, se dotato di un minimo di perizia nel costruir frasi e periodi e paragrafi, saprebbe riempir pagine e pagine cavando il molto, ed anche il troppo, dal nulla o dal poco!
D’altra parte, poteva la soluzione finale, definitiva, poggiarsi sulla lettura affrettata di un breve racconto fatta, tra l’altro, in condizioni di dubbia lucidità intellettiva?
Poi improvvisa, folgorante, irresistibile nella sua urgenza, l’illuminazione.
Perché non mettere in prosa la notte appena trascorsa e tentare di dare ordine e forma ai pensieri, ai vaneggiamenti, ai deliri, alle intuizioni, alle illusioni, ai sogni, alle smanie, alle velleità così, anche solo per gioco, per ingannare un altro po’ il tempo e sé stesso e l’amico ‘colto’ e infine persino l’illustre Romanziere?
E intanto si eran fatte le sei.
Il sole, come ogni mattina, cominciava già a disegnare sul soffitto le consuete figure geometriche che si allungavano e ridisponevano seguendo il suo lento cammino nel cielo.
Gli uccelli, come ogni mattina, fino a poco prima avevano dato libero sfogo alla loro natura or cianciando, or discutendo animatamente, or lanciandosi in struggenti assoli canori all’indirizzo dell’amata, partecipando così a modo loro al grande romanzo della vita.
Cullato da questi dolci pensieri Sergej, il dilettante, l’agnostico, il tentennante Sergej, prendeva finalmente sonno.
Ora però, ai miei attenti quattro lettori non potrà non essere rimasta ancora un’ultima, inquietante, irrisolta domanda: perché “Genesi dell’insano gesto”?
Devono sapere che se "Il giocatore", "l’Idiota", "I fratelli Karamazov" ed infine "Le notti bianche" non bastarono a dileguare i dubbi e a risolvere i dilemmi, il Maestro in persona, apparso in sogno quando era ormai giorno fatto, insinuava nella sua mente, assetata di conforto, redenzione o dannazione (purché sia!), un nuovo titolo col quale misurarsi.
Il quale titolo (che i miei quattro lettori han già indovinato) già contiene in sé il prevedibile epilogo ed il suggello, di questa avvincente, disordinata, stravagante avventura.