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Wiltshire, Inghilterra, 1856
Dopo la morte di Thomas Withers, il silenzio era sceso nella casa come un drappo nero.
Non il silenzio delle cose tranquille, ma quello che si annida tra i battenti delle porte chiuse, sotto i letti vuoti, dentro le stanze dove il lutto si è fatto muffa.
Nathaniel, nove anni, ci si rifugiò senza dire una parola.
Prima della morte di suo padre, era stato un bambino loquace, curioso, incline a fare domande. Dopo il funerale, aveva parlato solo per una settimana. Poi aveva smesso del tutto. Le parole gli sembravano inutili, pesanti, sporche. Ogni frase che sentiva sua madre pronunciare gli sembrava un tradimento. Ogni risata di Edmund, l’intruso, l’uomo che aveva preso il posto di suo padre nel letto matrimoniale e nella loro casa, era una pugnalata silenziosa.
E così, si chiuse.
Iniziò a camminare a passi lenti, senza fare rumore. Non piangeva. Non gridava. Non sorrideva. Nessun adulto riusciva a farlo parlare. I domestici dicevano che aveva lo sguardo dei morti.
Solo in certi momenti, quando credeva di essere completamente solo, si metteva a cantare.
Basso, flebile, quasi impercettibile. Una filastrocca senza tempo, che pareva imparata da chissà dove. Le parole gli fluivano tra le labbra come dettate da una voce invisibile. Il ritmo era infantile, ma il significato era oscuro, velenoso.
"Tre passi fa il morto dal buio venuto,
cerca la sposa col cuore caduto.
Quattro gli occhi che devono chiudersi,
due per l’uomo e due per chi illudesi.
Cinque le dita nel letto di gelo,
strappano l’anima, graffiano il cielo.
Sei sono i sogni che il sangue scolora,
ride la tomba e nessuno la ignora.
Sette i sospiri del figlio tradito,
otto le notti in cui l’ha sentito.
Nove i coltelli che il vento nasconde,
dieci i peccati che il morto confonde.
Torna papà, torna dal fosso,
porta con sé un abbraccio più grosso.
Non per amore, non per perdono…
ma per trascinarli nel buio, nel tuono."
Sua sorella Arabella lo ascoltava cantare ogni tanto, e quando gli chiedeva cosa significasse, lui non rispondeva. Semplicemente abbassava gli occhi e tornava a fissare il vuoto.
Una sera d’autunno, mentre fuori il vento scuoteva le finestre e i rami graffiavano le pareti come dita rotte, Edmund Blake, l’uomo che Anna aveva accolto nel suo letto e nel suo cuore, aprì la porta della camera di Nathaniel.
«Posso entrare?» chiese l’intruso.
Nessuna risposta.
La stanza era fredda. Nessun camino acceso, nessuna candela viva. Nathaniel stava in piedi accanto alla parete, immobile, il volto rivolto verso l’angolo buio. Le mani penzolavano lungo i fianchi, la pelle bianca come gesso.
Edmund si avvicinò.
«Nathaniel?» disse con cautela. «Va tutto bene, figliolo? Perché stai lì?»
Nessuna risposta.
Poi… un sussurro. Così lieve che sembrava un fruscio tra le tende. Ma era una voce. E cantava.
“Tre passi fa il morto dal buio venuto...
Quattro gli occhi che devono chiudersi...”
Edmund deglutì. «Smettila. Non è divertente.»
Ma la voce continuava, sempre più bassa.
Un sibilo nel buio.
Edmund fece un passo avanti e mise una mano sulla spalla del bambino. Nathaniel si voltò lentamente, e gli occhi che lo guardarono erano spenti. Non ciechi, ma svuotati. Occhi che vedevano altrove.
Il bambino non parlò. Non urlò.
Continuò semplicemente a cantare.
Anna li trovò così. Entrò nella stanza come un fulmine. Vide l’intruso pallido, scosso, e Nathaniel ancora fermo, rigido come una statua.
«Che succede?!» gridò. «Nathaniel! Rispondimi!»
Si avvicinò, lo afferrò per le spalle, lo scosse con violenza.
«Perché non parli?! Perché fai così?! Mi stai sfidando?! Vuoi farmi impazzire?»
Nathaniel abbassò lo sguardo. Nessuna parola. Solo il respiro lieve e quella tensione silenziosa che faceva male al petto.
Anna lo schiaffeggiò.
Lui non reagì.
L’intruso, dietro di lei, sembrava sull’orlo del vomito. Aveva sentito qualcosa che non riusciva a spiegare. Qualcosa nella voce del bambino… o nel vuoto tra le parole.
Quella notte, Nathaniel non dormì. Restò seduto nel letto, le ginocchia al petto, gli occhi fissi sulla porta.
Aspettava.
E poi lo sentì.
Un passo.
Poi un altro.
Poi un respiro che non era umano.
La porta si aprì. Lentamente. Nessuno la toccava. Il legno scricchiolò piano.
E l’ombra di Thomas entrò.
Vestito com’era quando fu sepolto. Il volto bellissimo e spento, le guance scavate. Dai suoi occhi colavano lacrime nere, dense, come sangue rappreso. Camminava senza toccare il pavimento, eppure si sentiva ogni passo.
Nathaniel lo guardò.
E sorrise.
Non parlavano. Non serviva.
Si capivano nel silenzio.
Il padre si avvicinò. Gli posò una mano sulla testa. Una carezza.
Poi uscì.
La mattina dopo, l’intruso fu trovato morto nel letto.
Il volto era contratto in un urlo silenzioso. Gli occhi spalancati, fissi su qualcosa che nessuno poteva vedere. La pelle pallida, le labbra violacee. Sul cuscino, come una mano invisibile, una macchia scura d’inchiostro rappreso si era impressa nel tessuto.
Il medico parlò di un attacco di cuore.
Ma la servitù si fece il segno della croce.
Nathaniel guardò il corpo, poi si voltò verso la madre.
E per la prima volta da mesi, parlò con voce nitida.
«Papà lo ha portato via.
Ha portato via l’intruso.»
Anna invecchiò poco dopo.
Arabella non disse nulla.
La casa si fece più silenziosa.
Nathaniel non tornò mai più a parlare.
Ma ogni notte, rimaneva sveglio, si sedeva nel buio e aspettava suo padre.
Lo spirito tornava sempre. Sempre più chiaro. Sempre più presente.
Nel corridoio, nella stanza, nelle crepe del soffitto.
E ogni mattina, sul cuscino, compariva l’impronta di una mano.
Una mano grande.
Fredda.
Affettuosa.
Nathaniel non era più solo.
E nella sua mente, tra le tenebre e la carne, la filastrocca continuava a cantare:
Papà è qui.
Papà non ha finito.
Papà non li perdona più.