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Pòsati
“Delicatamente ti posi languida, succinta e sensuale: alle tue soavi
movenze di fata sfilano, lieti, sguardi vogliosi solo di ignobili peccati.”
Portami,
nei tuoi silenzi,
nelle tue assenze,
nelle tue illusioni,
nei tuoi sogni.
Cullami,
nelle tue fughe,
nelle tue movenze,
nei tuoi sguardi,
nei tuoi viaggi.
Trascinami,
nella tua indifferenza,
nella tua noncuranza,
nelle tue freddezze,
nelle tue certezze.
E con delicatezza poi,
uccidimi:
non c'è mai speranza
senza la sostanza.
~
In quel tratto arido di tempo il sé mi restituì improvvisamente perso nei tuoi occhi, nel tuo sguardo, nelle tue forme, nelle tue linee, nella tua impavida posa, nella tua innocente voluttà che mi rese attonito, sbalordito, inerme, vulnerabile e fragile, finanche come un pargolo alla deriva delle sue incertezze.
Allora ci fu una vera svolta: il mondo prese del colore, cosicché sognai di amarti, di averti, di sentirti, di parlarti, di trattenerti a me per riempire finalmente i miei vuoti interiori e riuscire a sopravvivere a tutta quella dilagante desolazione che era il mio vivere.
Ma ogni volta che provavo ad aprire gli occhi per riuscire a toccarti e stringerti, il sogno finiva proprio lì e tu non c'eri più.
Così provai ad odiarti, a negarti, ad evitarti, a nasconderti, ma tu poi irrompevi come adesso in me e stabilmente ritornavi decisa, quando terminavano le occupazioni del non vederti, svanivano le fughe del non pensarti e rimanevo da solo con quello strano vuoto avulso di me stesso.
D'altronde anche provando ad usarti, a lederti, a possederti, a violarti, a ripudiarti o a distruggerti con il piacere perverso di copulare con le tue immagini mi riconduceva nel ritorno a ritrovarmi ancor più isolato, sbiadito, macchiato, triste ed evanescente.
Sei divenuta così la meretrice dei miei sogni, delle mie paure, della mia disfatta, del mio profondo tormento, del mio tedio incessante di avere quell'amore che forse, davvero non avevo mai provato.
L'amore non è mai una scelta e pur sapendolo inconsciamente, era incautamente dolce per me ricadere ogni volta nell'illusione piacevole del cercarti per ritrovarti almeno lì, proprio dentro i miei abissi, sapendo già inconsapevolmente che avrei scoperto alla fine l'ennesima velleità, ovvero che tutto questo disastro è solamente l'opera allucinante dell'avidità; lo scempio di quelle drammatiche morti che velatamente avevano sempre sussurrato senza che io l’ebbi mai ascoltate:
mai soffre chi ama, soffre solamente chi non sa amare.
Il dramma perfido di chi non sa amare, che è la sua morte interiore, è proprio la pretesa di avere, che divampa tra la speranza del ricevere e la scellerata commiserazione del meritare il premio per le assidue e ricercate sofferenze.