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Bentrovati amici di Plissé dal vostro Livio Saffi. Oggi abbiamo qui ospite il signor Raimondo Gonzaga detto “il complice”: un uomo che ha visto il carcere svariate volte e tutte per lo stesso reato: è l’unico pregiudicato italiano ad aver subito dodici condanne per solo favoreggiamento.
«Benvenuto signor Gonzaga.»
«Grazie per l’occasione, buongiorno a tutti.»
«Ci spieghi Gonzaga, ma come si riesce a inanellare tante condanne per una fattispecie soltanto di reato? Di solito chi è stato giudicato reo di favoreggiamento viene attenzionato per l’eventualità concreta di responsabilità in altri reati ma sembra proprio che la sua carriera criminale inizi e termini con l’art. 378.»
«Allora, è vero che sono stato dentro per complicità e questo può dare adito a suggestioni però tengo a precisare che io sono complice per indole personale, non è che faccia il complice solo quando si parla di andare contro la legge.»
«Mi faccia capire, in quali altri casi lei è complice?»
«Quando c’è bisogno di complicità, modestamente, mi ritengo un riferimento.»
«Modestamente? A me sembra che voglia far passare i suoi trascorsi per qualcosa di cui andar fiero e non mi pare molto rispettoso nei confronti dei nostri lettori, non stiamo partendo col piede giusto signor Gonzaga, no.»
«La complicità tra i vostri lettori e il giornale però c’è.»
«Ma cosa c’entra? Non svii il discorso per cortesia: la stragrande maggioranza dei cittadini non nutre esattamente simpatia per chi si prodiga a campar di espedienti: lei si è fatto vent’anni di galera per dodici buoni motivi e quindi, almeno, le chiedo se può farci il piacere di non sprecare quell’arroganza… La tenga per altre occasioni e per un altro tipo di pubblico...»
«Le pare che stia parlando arabo? Non ho detto che sono un esempio e non lo voglio certo sembrare ma lei sembra far di tutto per evitare una sintonia, una complicità insomma...»
«Io non conosco l’italiano e lei non conosce le buone maniere. Facciamo così? Le sta bene?»
«No, ma mi servono i soldi dell’intervista.»
«Oh, bene, comunque si ricordi che la complicità io posso averla con chiunque ma di certo non con chi intervisto, trova una logica in quel che dico o vuole decidere lei che domande le devo fare?»
«Non ho detto questo ma mi dispiace.»
«Che cosa le dispiace, scusi?»
«Che non ci sia complicità, lei pensi a una barca: bisogna remare tutti nella stessa direzione, no? Pensi a una band di musicisti o a un fumatore e il suo tabaccaio, per dire.»
«Ha ragione, ho sbagliato lavoro. Andiamo avanti?»
«Certo che andiamo avanti.»
«Ricominciamo signor Gonzaga, mi scusi la sfuriata ma le lezioncine anche no.»
«Ma lei ha fatto tutto da solo, è partito per la tangente, boh, non lo so…»
«Allora, la vita del signor Gonzaga, personaggio, delinquente abituale e anche uomo: da dove partiamo?»
«La vita è molto più della somma delle sue parti.»
«Questa l’ho già sentita e francamente non capisco perché la tira fuori.»
«Vede? A lei non interessa intervistare l’uomo ma il complice: sta puntando solo sulla parte giudiziaria e vuol giudicare.»
«Ma mi fa i giochi di parole signor Gonzaga?»
«No, le voglio far capire che io sono complice dentro, sicuramente complice per opportunità ma anche per un’innata predisposizione… Anch’io ho una vita come tutti gli altri. Se c’è una differenza – piccola ma fondamentale – rispetto alla gente comune è che raramente prendo iniziative per mia volontà. C’è chi nella vita è a suo agio ad essere protagonista e chi, come me, preferisce dare una mano al protagonista; il lato giudiziario è solo una parte della mia vita e una parte è molto meno della somma di quelle parti a cui accennavo.»
“Si metta un po' d’accordo con sé stesso però… Adesso dice che una parte è meno della somma che prima invece era di più: lo ha detto lei…»
«Mi sarò spiegato male, non mi capisce mai nessuno.»
«Ci sarà un motivo…»
«Che cosa non le è chiaro signor Saffi?»
«Facciamo finta che abbia capito, magari non tantissimo… Che lei prediliga un ruolo più defilato l’ho afferrato. Ma oltre a me pure chi ci legge sarà curioso di capire come si vive una vita del genere. Mi sembra strano che una persona faccia la parte del complice in ogni occasione, se ci fa qualche esempio magari ci aiuta un po’.»
«Quando ero bambino…»
«Scusi se la interrompo ma – visto com’è andata fino ad ora – cerchi di centrare il discorso e se può non la prenda troppo da lontano.»
«Se mi fa parlare… Quando ero bambino, dicevo, avevo un amico a cui piaceva intrufolarsi nelle case per rubare perché suo fratello maggiore si drogava e lui cercava di aiutarlo a trovare i soldi per la roba. Un giorno di quelli chiese il mio aiuto perché aveva bisogno di qualcuno che potesse fargli da palo e poi, da lì in avanti, dentro di me si impose la consapevolezza che dovevo aiutare chi stava peggio; furtarelli, autoradio, spogliatoi: ci voleva sempre qualcheduno che agevolasse il ladro vero e proprio.»
«Questo però non è favoreggiamento ma concorso.»
«Non avevo neanche quattordici anni…»
«Dunque quando diventò punibile decise di darsi esclusivamente alla complicità di crimini già consumati, giusto?»
«Sì, e poi qualcosa ci guadagnavo anch’io, non lo nascondo mica.»
«Beh, immagino, e quindi possiamo dire che quell’infanzia un po’ balorda non le sia piovuta addosso, non l’ha subita insomma, mi corregga pure.»
«Non posso dire certo che mi abbiano obbligato, anzi.»
«Anzi cosa?»
«Mio padre voleva che mi laureassi per fare il ladro vero.»
«Certo, la gente che cosa si laurea a fare…»
«Ma no, voleva che lo rendessi orgoglioso entrando magari in un’associazione caritatevole per fare qualche falso in bilancio ma ho l’impressione che pensasse anche a un partito o qualcosa del genere.»
«Un partito, caspita. Sente di averla delusa?»
«Un po’ sì.»
«Ma non poteva fare il complice in contesti un po’ meno invisi all’opinione pubblica?»
«Avrei anche potuto ma quelli a cui lei forse si riferisce sono àmbiti nei quali sarei stato complice soprattutto di un conflitto con la mia coscienza: mi sarei disprezzato per l’eternità.»
«Invece così magari si stima finché campa, vabbè.»
«Lei fa del sarcasmo facile solo perché sono stato dentro. Lo sa che io pensavo che dover fare l’abitudine alle sbarre fosse sufficiente? Però poi questa storia non finisce mai ed ecco che arriva lei e questa cattiveria gratuita, e poi per che cosa? Quella battutina infelice fa parte dell’ergastolo emotivo, lo sa che cos’è l’ergastolo emotivo sì? Lo sa?»
«Mi scusi signor Gonzaga.»
«No, non va bene così, quella frase non l’avrebbe mai detta a un politico, un onorevole che magari ha rubato un milione di volte le briciole che ho raccolto io.»
«Ha ragione, le chiedo scusa di nuovo.»
«E io le accetto e sa perché? Perché ho ragione…»
«Andiamo avanti?»
«Andiamo avanti.»
«Dicevamo del conflitto, della coscienza… Quindi lei ha deliberatamente scelto di fare il complice dei ladri di polli?»
«Ladri di polli fino a un certo punto perché poi l’infanzia passò e – come possono confermare le condanne per le quali ho già saldato il mio debito con la giustizia – il gioco si fece molto più divertente.»
«Il gioco divertente… Comunque le sentenze non le ho studiate.»
«Neanche una? Non ci credo.»
«Ho letto solo il solito capo d’imputazione e il computo delle pene da scontare, il resto ce lo spieghi lei.»
«Mah, per esempio truffe, raggiri, furti, rapine, ricettazione, spaccio: però su ogni condanna non compare mai la parola “commistione”, il reato era sempre favoreggiamento.»
«Anche con lo spaccio? Non è facile.»
«Lo so ma volevo riuscirci e ce l’ho fatta...»
«Signor Gonzaga, adesso l’esempio glielo faccio io: c’è Tizio che rapisce una persona e la porta nella casa sperduta nel bosco di Caio il quale, vedendo Sempronio sequestrato, si mostra ben felice di poter aiutare Tizio perché adora essere complice, ma le pare che questa storia abbia un fondamento?»
«Non lo so, però saranno molte le persone altruiste con una casa nel bosco.»
«Ma non mi prenda in giro, per cortesia… Non le pare abbastanza grave essere d’accordo con l’ideatore di un piano criminale?»
«Però io ero d’accordo di essere complice solo dopo che il reato era stato consumato; nel suo esempio Caio potrebbe essere accusato di sequestro di persona in concorso perché nessun giudice crederebbe mai che Tizio rapisca Sempronio senza sapere già dove nasconderlo e io le ripeto che sono stato condannato solo per favoreggiamento. E poi non ho mai letto tra le accuse “piano criminale”, loro scrivevano sempre “disegno criminale”, a me sembra già meno grave: sono sicurissimo che fosse “disegno” signor Saffi, non “piano” o “progetto”, era “disegno”.»
«Il disegno glielo farei io visto che non vuol capire signor Gonzaga...»
«Ma io non ho mai rapito nessuno.»
«Lo so! Ma quello che fa un complice è grave caro Gonzaga, perché continua a discolparsi come se dodici volte volte su dodici fosse passato di lì per caso e: “toh, c’è uno che sta compiendo un reato, perché non aspettare che finisca così da rendermi utile?” Ma lo vuol capire o no?»
«Voglio solo precisare che ho sempre rivestito un ruolo secondario perché non voglio che si pensi che io sia stata la mente oppure abbia organizzato qualsivoglia azione criminale.»
«Che lei ci tenga a precisarlo si è capito ma la mia domanda è: alla fine che cosa cambia dal momento che ha comunque vissuto di espedienti e quel che ha fatto l’ha portata nello stesso luogo di detenzione per un comportamento che ad ogni modo è solo un po’ meno grave del tal tale che ha ordito quei piani criminali?»
«Sotto quel punto di vista niente ma io ero solo un complice, che cosa non le è chiaro?»
«Ma cosa non è chiaro a lei! Vabbè, andiamo avanti. Parliamo allora di questa complicità del signor Gonzaga nella vita di tutti i giorni. Prego.»
«Diciamo che se c’è da dare una mano non sono mai fra quelli che si tirano indietro, purtroppo ho l’impressione che talvolta qualcuno ne approfitti.»
«Scommetto avrà attirato solo le attenzioni delle persone sbagliate…»
«E infatti, ma lo sa quante volte l’ho detto ai giudici?»
«Tante immagino. E con scarsi risultati suppongo.»
«Facevano sempre finta di non sentire: questa per me non è giustizia.»
«Ma vede che torniamo sempre lì? Mi parli invece del suo lavoro, immagino che lavori onestamente oggi.»
«Prima mi dice che torniamo sempre lì e poi mi dà questa frecciata sul lavoro onesto, anche lei però…»
«Lavora o no?»
«Sì, fortunatamente il carcere mi ha dato un’occasione che non càpita tanto facilmente.»
«Le hanno trovato il lavoro i servizi sociali?»
«Sì, faccio lavoretti di manutenzione spicciola presso un S.P.D.C. ma in pratica non faccio un tubo.»
«Almeno può vivere onestamente.»
«Io lo chiamerei sopravvivere perché lo stipendio è ridicolo.»
«La casa dove abita è sua?»
«No, il Comune mi ha inserito nella lista delle persone svantaggiate socialmente e così mi è salito il punteggio per le case popolari.»
«Non mi dica che è riuscito a superare anche chi si è sempre comportato onestamente nella vita...»
«Non le so rispondere… »
«Balle.»
«Il diritto a un alloggio deve misurare il reale stato di bisogno del richiedente e spesso il punteggio dei regolamenti comunali non tiene in debita considerazione alcuni aspetti privilegiando altri criteri: non sono parole mie ma di una recente sentenza della Corte Costituzionale.»
«Non mi sapeva rispondere…»
«Sentenza nrº 1 dell’8 gennaio 2026, conosco i miei diritti…»
«Conosco i miei diritti… La sto intervistando signor Gonzaga, non interrogando.»
«Deformazione professionale…»
«Ma non faccia dello spirito almeno, su…»
«Mi sarà scappata, scusi.»
«Ma gliel'hanno già data o no?»
«Cosa?»
«La casa, l’alloggio…»
«Sì, 23 metri quadrati soltanto però.»
«Voleva la villa? Non si arrabbi ma credo che certe volte ci si debba accontentare.»
«Ho anche il bagno cieco…»
«Sempre meglio che sotto un ponte...»
«Sì, però l’affitto lo pago, non è che non lo pago.»
«Non avevo dubbi, come si trova con i vicini?»
«Bene, per mettermi in buona luce ho mostrato loro il lato più autentico di me.»
«È diventato complice, non mi dica…»
«C’è un po’ di via vai con qualche donna e io…»
«Penso sia meglio saltare questo aspetto: lo dico per lei, si figuri.»
«Forse ha ragione, diciamo che con loro non voglio avere niente a che fare perché sono dei papponi.»
«Diciamo così, bravo signor Gonzaga.»
«Quand’è che mi pagate?»
«Tra poco, finiamo l’intervista e poi ci mettiamo a posto.»
«Grazie.»
«Di niente, Marc Levy disse che certi silenzi sono sinonimi di assenza, altri sono ricchi di complicità. La sua opinione?»
«Io starei anche zitto ma dopo lei non mi paga.»
«Proviamo questa: Orwell disse che un popolo che elegge corrotti, impostori, ladri e traditori non è vittima ma complice.»
«Io vado sempre a votare, non faccio bene?»
«Sì, certo, Dino Segre disse che il rispetto delle idee degli altri non è altro che rendersi complici delle loro ipocrisie.»
«Io questo non lo penso ma rispetto le sue idee.»
«Siamo alla fine signor Gonzaga, c’è qualcosa che vorrebbe aggiungere a questa chiacchierata?»
«Io vorrei solo che si comprendesse che poter contare su un complice è la più grande fortuna che possa capitare, e credo che chi non ne ha uno non sia una persona a cui dare tanta fiducia.»
«Ma lei non vorrebbe essere complice di una persona così?»
«Io sì, certo.»
«Grazie signor Gonzaga, quanto avevamo detto? 30 euro mi pare.»
«30, sì.»
«Ho 50, ha il resto?»
«Ho solo 20.»
«E non vanno bene?»
«Sì, pensavo alla complicità tra noi per questo scambio di banconote…»
«Ora che è finita l’intervista gliela concedo, contento?»
«Sì, andiamo a farci due birre signor Saffi, offro io.»
«Se ci tiene…»
«Però prima le ordina lei, complici?»
«Per una birra? E vabbè, complici…»