La Riservatezza del Freddo
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Dicono che comprare una barca sia il secondo giorno più bello della vita, il primo invece, è quando la rivendi.
Di questa nuova vita, io ora stavo vivendo evidentemente il secondo giorno più bello, intenso e carico d’aspettative; della vendita non ne volevo sentire parlare, se proprio avrei dovuto vivere il giorno più bello della mia vita, sapevo già che avrei dovuto aspettare un bel po’.
Non era propriamente una barca, dietro al mio fuoristrada era collegato un carrello con sopra uno splendido Zar 73 Weel Deck. Fantastico.
Non era definibile gommone, neanche barca, era il perfetto connubio ingegneristico tra le due cose, che permettesse di godersi il mare in totale sicurezza e autonomia. Autonomia sì, ovvero nessuno a scassare le balle tra me e il mare. Amo il mare, odio avere le balle scassate.
Avevo aspettato anni, anni che non vale la pena di raccontare qui, ma erano stati anni da far scorrere via cercando di focalizzare il pensiero sulla visione di scogliere, solitudine, brezza e sale sulla pelle.
Ecco ora il mio Zar, usato quel tanto per non dare troppo nell’occhio, con attaccato dietro un Honda da 150 hp modificato e revisionato, insomma il giusto per non dover pagare un occhio per averlo. Era tutto pronto, mancava solo, ora, dove fare dormire inverni tranquilli al mio nuovo gioiellino. Non avevo pagato un occhio della testa per gommone e motore, non volevo farmelo strappare via ora per il costo del rimessaggio.
Sapevo da qualche tempo che esisteva un posto sulla statale per il mare, la mitica Via del Mare, l’ S.S.8 per capirci, l’autostrada che fu costruita durante il ventennio, quello in cui si stava peggio di quando si stava meglio, o il contrario, non so, certo è che tra i due ventenni diversi che abbiamo alle spalle comincio a fare un po’ di confusione. Un’autostrada che ottanta anni fa sembrava il massimo che potesse offrire un’infrastruttura viaria, oggi era solo la statale della morte, cosparsa di autovelox per il sostentamento economico del Comune, e sticazzi della sicurezza degli automobilisti, ed io sto pesantemente andando fuori tema. Alle solite.
Insomma, esisteva un rimessaggio molto economico, si diceva, non lontano dal mare, adagiato sulla sponda sinistra del biondo Tevere, fiume placido e sornione facile da navigare fino allo sbocco sul mare; il tutto sembrava un ottimo compromesso, potevo raggiungerlo in poco meno di mezz’ora e non mi dispiaceva la relativa lontananza dal mare, per evidenti motivi di manutenzione, corrosione eccetera eccetera.
MoniKa, e i Cognati Di Vomito
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Attraversai strade e stradelle poco rassicuranti, posti che di primo acchito lasciavano trapelare l’evidente lontananza di qualunque tipo di un più rassicurante presidio delle forze dell’ordine, o forse dell’ordine. Forse meglio così.
Arrivai e trovai l’insegna.
CARROZZERIA TOMASO RIMETTI – RIMESSAGGIO
Sembrava un gioco di parole, e mi chiesi cosa c’entrasse la carrozzeria con attività di rimessaggio, varcai il cancello e mi venne incontro un gorilla, o forse l’uomo di Neanderthal in giacca nera troppo stretta per la montagna di muscoli che nascondeva sotto: aveva un bel faccione che sembrava nato per sorridere, ma non mi sorrise quando mi si affacciò al finestrino e disse:
«Sarve, dica»
«Dovrei chiedere informazioni per il rimessaggio del gommone qui dietro»
«Parcheggi, vado a chiamare il capo»
Fui sollevato quando capii che non era lui il capo, si stava dirigendo verso un caravan che aveva visto giorni migliori, non fui sollevato quando ne vidi uscir fuori una fotocopia dell’orco di prima, cominciai a pensare che il prezzo a buon mercato fosse comunque un prezzo troppo alto da pagare per avere a che fare con quei due. Mi risollevai quando vidi i due parlottare con un terzo tipo emerso dalla porticina del caravan, era in tuta da lavoro, secco, sporco e con capelli che ormai da tempo aveva smesso di domare.
Venne lui stavolta al finestrino. «Salve, dica» Lui aveva tolto la erre, era già un bel passo avanti.
«Ho comprato un gommone nuovo, vorrei accordarmi per poterlo lasciare nei mesi invernali e per le eventuali manutenzioni, ho saputo del posto e degli ottimi prezzi competitivi che fate in zona…»
Diede un’occhiata dietro, come a soppesare la cosa, mi tese la mano lercia e mi disse di accomodarmi nell’ufficio, ci saremmo accordati. I due tipi ci seguirono, mi disse che erano i suoi cognati, addetti ai servizi generali, gestivano il posto e la security, affidabili e fidati. Ero io a non fidarmi, così, d’istinto, ma non glielo dissi. Entrammo nel caravan, si presentò nuovamente con fare più pomposo:
«Tomaso Rimetti, ma qui tutti mi chiamano Vomito», e cominciò a raccontare senza fermarsi, manco fosse davanti a Fabio Fazio, che Tomaso era con un’emme sola e che da piccolo gli dicevano che suo padre fosse talmente tirchio che in anagrafe aveva lesinato pure sulle lettere, e che comunque Tomaso anche con due emme era un nome che detestava, e che lui aveva quel suo rimessaggio, si chiamava Rimetti, gli piaceva bere e per cui, per naturale conseguenza, Vomito era ora il suo nome, se lo portava fiero da anni e anni.
Gli chiesi dove fosse la carrozzeria, mi disse che non esisteva, e che si erano capiti male al telefono con quelli che gli avevano fornito l'insegna, per cui invece che farla nuova fece solo aggiungere Rimessaggio. Grandioso… e io dovevo affidare a lui e ai suoi cognati, i cognati di Vomito, il mio nuovo gioiello. Cominciai a tentennare.
«Sarebbero tremila euro l’anno, con manutenzione generale, antivegetativo, antiosmosi e lo mettiamo in acqua tutte le volte che vuole». Non tentennai più, firmammo un contrattino sporco di olio, e andammo a saldare l’anticipo in un container vicino, adibito a ufficio e casa. Dalla porta del container si affacciò una tipa che pareva uscita fuori da un film di Emir Kusturica (avevo visto qualche sera prima Gatto Nero Gatto Bianco, un capolavoro piovuto dai Balcani), aveva un gran seno prorompente e era sporca quanto Vomito, ma uno sporco che faceva sesso, aiutata da uno smalto improvvisato, sbeccato e di un colore che non era di questa terra.
Aveva minigonna e maglietta sbrindata, un odore di pelle vera, non artefatta da profumi dozzinali, sapeva del giusto selvatico.
«Piacere, Monika. Sono la moglie di Vomito», disse poco convinta, mi tese la mano e poi sottolineò, «Monika con la cappa». Fece un palloncino con la bocca, mi arrivò l’odore della big bubble. Ancora le facevano, pensai.
Vomito ci lasciò soli, disse qualcosa su guarnizioni che doveva andare a trovare e chiudemmo la questione io e lei, intascò i bigliettoni in un secondo, si riaccese il mozzicone lasciato nel posacenere e riprese a leggere il libro lasciato in sospeso per chiudere il contratto con me.
Non potevo andare via così, la Monika mi prendeva:
«Che legge, se non sono indiscreto…?». Lei alzò solamente il libro per farmi vedere la copertina.
Romanzo Criminale – La storia molto colorita della Banda della Magliana.
«Bene! Interessante. La saluto allora Monika. Ma la cappa per via del fatto che lei è? Di dove?»
«Albanese, e quelli fuori sono i miei fratelli». Già, i suoi fratelli, i Cognati di Vomito, albanesi che parlavano romano. Feci finta di non chiedermi il perché.
I cognati mi seguirono e diedero indicazioni sul dove parcheggiare il carrello, erano operativi e concentrati, alla fine si presentarono anche loro, prima di lasciarmi andare, Placido e Livio, detto Livido. Li osservai ed erano veramente identici, li potevi riconoscere forse perché uno aveva veramente la faccia da delinquente, l’altro di più. L’altro era, per l’appunto, Livido.
Non dovevo fidarmi, me lo sentivo, non dovevo fidarmi di lui, di loro e dell’odore della pelle di lei.
Ritornai, infatti, un mese dopo per dare il via alla stagione di mare, eccitato dal pensiero di mettere in acqua lo Zar, avevo predisposto tutto per starmene fuori anche due giorni, ma mai avrei pensato di dovere spingere al largo il mio gommone con dei remi. Si.
Quando Placido mi accompagnò al gommone, lo trovai doverosamente al coperto e dotato di un bel telo protettivo, ma sfilando via quest’ultimo rimasi stupito di vedere un vuoto straziante al posto del motore.
«E il motore?», chiesi a Placido.
«Che motore?», disse lui.
Sentii crescere qualcosa dentro che da anni, lo ripeto, avevo messo a tacere, presi respiro e nuovi riferimenti, poi spiegai con un sorriso che un mese fa avevo portato gommone e motore al rimessaggio, e ora il motore non c’era più.
Placido mi guardò e sorrise pure lui, dicendo che non sapeva di che motore stessi parlando, il suo sorriso faceva più male del mio, mi disse di andare insieme a controllare il contratto firmato, per chiarire la questione. Andammo al solito container e con il solito tempismo sbucò fuori la Monika, ma ero troppo incazzato per fare caso a tutto il sesso che l’avvolgeva. Uscì fuori alla fine che nell’eccitazione del momento, nell’unto del contratto, nello sporco di Vomito e nelle tette di Monika, firmai qualcosa che non citava nulla a proposito del motore. Sentivo girare la testa, ero veramente intontito dalla situazione, la rabbia non aveva ancora capito che doveva venire fuori, in quel momento cercavo solo di trovare la via migliore per non dovere ricalpestare le orme del passato.
Arrivarono Vomito con Livido, entrambi con braccia allargate e espressione del tipo, “ma che succede”? Era ovvio che sapessero benissimo cosa stesse succedendo, era ovvio che non sapevano a chi avessero fatto quello che stava accadendo, era ancora più ovvio che Livido fosse un coglione quando se ne uscì fuori dicendo, «Guardi che se vole le potemo da’ a prezzo bono quer Suzuki revisionato, che è come novo» mi indicò con un dito, «e’ pure doo stesso colore che avev…»
Vomito lo guardò imbarazzato, Placido guardò Monika dicendole con gli occhi “Ma quel deficiente è nostro fratello?”, Monika fece un palloncino con la gomma che aveva in bocca, io pensai che fosse la stessa gomma di un mese fa. Pensai anche che avevo fatto bene ad andare attrezzato a dovere, quel giorno.
«Dov'è il mio motore?», chiesi nuovamente a Placido. Lui si guardò intorno come a cercare ispirazione, poi rincalzò «Che motore?». Livido mi si stava avvicinando da dietro, la Monika si era richiusa nel suo ufficio e Vomito dava come l’idea che volesse solo gustarsi la scena.
Ormai mi avevano innescato, avevo davanti agli occhi la copertina del libro che mi aveva mostrato Monika , «Vedi», gli dissi con calma «parlo di un motore che a me non è costato un occhio della testa, di un motore che se non ricompare costerà un occhio della testa al tuo gemello, qui dietro», e mentre lo dicevo la mano di Livido mi serrò il collo come una morsa.
Dopo meno di un secondo Livido non aveva più un occhio.
Cadde a terra con un bel tonfo urlando come un maiale quando non vuole essere macellato, Placido tentò di volarmi addosso ma aveva un vestito troppo stretto ed io ero troppo ormai incazzato, gli feci saltare una rotula nel silenzio totale che solo un vero silenziatore professionale può garantire. In questa scena da film di brutte faccende di periferia, feci una telefonata veloce ad amici fidati, quelli che stavano fuori, che avrebbero rimesso a posto tutto, mentre tenevo sotto tiro Vomito e controllavo cosa stesse facendo la Monika.
Vomito sembrava serenamente distaccato, come a dire che quelli non erano fatti suoi, mi disse di cercare dentro il furgone arrugginito, che magari forse avrei trovato quello che cercavo. Mi disse anche che aveva da finire di sistemare lo scafo di un gozzo entro la sera, e che Monika non era propriamente una moglie, di lasciarla stare che lei era al di fuori di tutto.
Arrivarono nel frattempo i miei amici, cominciarono a sistemare le cose intorno in modo da non fare troppa pubblicità in giro sugli avvenimenti del giorno, convinsero serenamente i cognati di Vomito a non giocare più con me, e specialmente con le cose di mia appartenenza. Livido e Placido sapevano mugolare e annuire, alla fine erano anche carini da vedere. Tutto aveva una parvenza di film, come fosse passato Tarantino a dare una sbruffata di Pulp Fiction, mancava magari di vedere spuntare un Harvey Keitel con un “Salve sono Wolf, risolvo problemi”.
Riemersi dallo stato di sano torpore dato dalla soddisfazione del momento, i miei amici lavoravano bene e anche meglio senza la regia di Tarantino e i problemi erano praticamente già risolti.
Mi affacciai alla porta dell’ufficio di Monika, per vedere come stesse e come avesse assorbito quel siparietto della giornata, sembrava affascinata più che scossa, mi chiese chi fossi io e da dove fossi spuntato. Le sorrisi e presi il libro ancora aperto sul suo tavolo, scorsi un po’ di pagine e le indicai il nome dell’unico personaggio ancora in vita di quel gruppo di scalmanati, l’unico in vita e a piede libero, finalmente.
«Ecco chi sono».
Le cascò la gomma dalla bocca e mi guardò rapita. I seni sembravano dovessero scoppiargli, il suo odore mi stava facendo scoppiare altro.
«Monika, andiamo a farci una gita in mare? Guarda che giornata…»
«Posso portarmi il libro?»
Le sorrisi, le dissi si prendere quello che voleva, e che Monika e il Freddo quel giorno avrebbero passato una giornata indimenticabile.
Fine
La Riservatezza del Freddo testo di Luca C_Max