La telefonata gli arrivò verso l’una di notte. Parlo con Francesco Otelli? Si sono io, ma chi parla. Non ha importanza, gli rispose una voce giovanile, un po’ alterata. Venga subito all’Epsilon, se ci tiene a sua figlia.
Così, all’improvviso, senza preavviso, si trovò di fronte al fatto che qualcosa poteva essere successo, o poteva succedere, a sua figlia Marianna.
Si vesti in fretta, uscì di casa altrettanto in fretta. Per fortuna sua moglie dormiva profondamente, e Francesco, ancora sveglio di fronte al computer, era riuscito a rispondere al telefono al primo squillo. Era da poco che Marianna usciva alla sera, fino a quell’ora. A diciassette anni si comincia a voler vivere anche di notte. Ed è un orologio difficile da fermare, anche applicando l’ora legale. E Francesco era ancora lì, sveglio, a guardare che Cenerentola tornasse a casa.
Aveva appena smesso di piovere, il classico temporale estivo. La strada era ancora bagnata. Prese un paio di curve troppo veloci, e l’auto cominciò a sbandare. Mollò l’acceleratore. Per fortuna la velocità non era eccessiva. Sfiorò comunque un lampione, e con la ruota anteriore destra saltò sul marciapiede. Riuscì a riprendere il controllo dell’auto prima che un uomo in bicicletta spuntasse dallo stop, deciso a considerare il marciapiede una splendida pista ciclabile in notturna. Frenò con tutta la sua forza, e l’auto finalmente si fermò. Incrociò lo sguardo del ciclista: chi dei due fosse più bianco era difficile da dire, data anche la scarsa illuminazione del luogo.
Ripartì con rabbia, il pensiero fisso a Marianna il quel locale dove tutta la gioventù della sua età andava a ballare, solo a ballare,aveva sempre sperato.
Arrivò nel parcheggio a piena velocità, evitò una altra auto che stava uscendo, e si fermò di fronte all’entrata. Scese in fretta, incurante del fatto che un carabiniere si stava avvicinando per chiedergli spiegazioni di quel suo comportamento rallistico.
All’entrata si trovò di fronte un energumeno alto quasi due metri, che con un gesto imperioso gli intimava di fermarsi.
Lei qui non può entrare. Ma pago il biglietto, mi dica quant’è. Non può entrare, i posti sono esauriti, per gli over quaranta come lei. Sogghignò in modo bieco. Poi gridò con voce bianca. Francesco gli aveva piazzato un calcio nelle palle da far invidia ad un nazionale di rugby. Per sicurezza prese un portaombrelli laccato oro che campeggiava vicino all’entrata e glielo fracassò sulla testa, mandando in tilt completo ogni collegamento audio, video e motorio che l’energumeno potesse avere. Si precipitò all’interno, seguito dal carabiniere che lo aveva visto parcheggiare, ma Francesco non lo sapeva.
Il buio entrò nei suoi occhi. Non si vedeva niente. Si sentiva però un rumore assordante,un tum tum che ti entrava nelle orecchie, scendeva al cuore, per poi rimbombare in tutta la cassa toracica. Ma di Marianna, neanche l’ombra. Decise di fare un giro fra i tavoli. Cercò di abituare gli occhi alla poca luce che c’era il più in fretta possibile. Girò per una decina di minuti, guardando in faccia tutte le ragazze che incontrava. Il rumore della musica, l’ansia e la paura lo stavano pervadendo, facendo accrescere sempre di più la sua rabbia per l’impotenza che stava vivendo. Poi, d’un tratto, il suo sguardo si posò su di un tavolino. C’erano due ragazze e tre ragazzi. Un ragazzo e una ragazza stavano chiaramente scoprendo alcune cose su se stessi e gli indumenti circostanti. Ma gli altri no. Uno dei ragazzi cercava di tenere ferma la ragazza, mentre l’altro, con un bicchiere in mano, faceva del suo meglio perché la ragazza bevesse controvoglia. Notò che nessuno badava alla scena, anche perché difficilmente si sarebbe potuta vedere, o sentire. Riconobbe il luccichio dei capelli di sua figlia. La prima cosa che gli capitò in mano fu il tavolino che aveva davanti alle gambe. Lo alzò e brandendolo come uno scudo si avventò sul ragazzo con il bicchiere. Il quale, non avendolo visto arrivare, si sentì cadere addosso una valanga di rabbia. Si ritrovò steso per terra con un tavolino premuto sul torace, e uno sconosciuto che premeva il suo piede su quel tavolo. Realizzò che appena si fosse potuto liberare, se la sarebbe data a gambe. Cosa che non fece l’altro coglionazzo che teneva Marianna, il quale pensò bene di scagliarsi contro Francesco, saltandogli sulla schiena. Francesco fu preso alla sprovvista, ma tale era la rabbia che provava, che cominciò a piroettare su se stesso, con sempre maggiore velocità, finchè decise di schienarsi su di un altro tavolino pieno di bicchieri. I quali, rompendosi, si infilarono come lame nel sedere e nella schiena del coglionazzo, immobilizzandolo. Liberatosi di quel peso, Francesco andò da Marianna, che era seduta per terra, ferma, con la testa infilata nelle braccia. Lo scompiglio che si era creato ormai era tale che nessuno capiva più da dove fosse cominciato, e tutti cercavano più che altro di avvicinarsi all’uscita il più in fretta possibile. Arrivarono altri due energumeni della sicurezza, che sentendo urlare di dolore il coglionazzo steso sul tavolino, si distrassero a cercare di dargli un qualche soccorso. Non vedendo Francesco che , incurante della loro presenza, aveva preso in braccio Marianna e si stava avviando verso l’uscita. Quando ormai era quasi arrivato, si sentì appoggiare una mano sulla spalla. Era il carabiniere che lo aveva seguito fin dall’entrata.
“Come sta la ragazza?”
“E’ pallida come la morte; ho paura che abbia bevuto qualcosa” gli urlò con la stessa agitazione di poco prima.
“Andiamo, alla mia macchina” disse il carabiniere.
A sirene spiegate portarono Marianna al pronto soccorso più vicino. Le fecero una lavanda gastrica.
Il medico tornò nella sala d’aspetto, dove Francesco e il carabiniere stavano aspettando. Quando arrivò il carabiniere interruppe la telefonata che stava facendo con il suo cellulare.
“Come sta, mi dica bene la prego” farfugliò Francesco.
“Sta bene, stia tranquillo, adesso dorme. Le abbiamo dato un preparato che ha anche un effetto soporifero: Sta bene, veramente, stia tranquillo”
Francesco si sentì rinascere, la tensione calò di colpo, e di colpo si ricordò di quello che aveva fatto.
“Cosa può aver ingerito?” chiese il carabiniere in modo poco istruttorio.
“Per fortuna una qualche sostanza leggera, senza effetti permanenti, ma solo momentanei, del tipo abbassamento delle difese”
“Una droga, comunque?” il carabiniere era diventato più istruttorio di prima.
“Si, una droga, ma per sapere quale ci vuole un esame”
“Lo faccia, per cortesia, quanto prima , e poi mi chiami a questo numero. Gli porse un biglietto da visita: c’era scritto Capitano Alberighi, e il numero di telefono diretto.
“Signor Otelli – disse il medico – vada pure a casa adesso. Sua figlia è tranquilla e non corre nessun pericolo. Questa notte la teniamo in osservazione, solo per prudenza. E domani mattina venga pure a prenderla.” Quel medico cercava di essere il più rassicurante possibile, e Francesco gliene fu grato.
Il capitano Alberighi aveva telefonato alla pattuglia che era sul piazzale della discoteca, informandosi sull’ andamento della situazione. Gli fu riferito che il locale era praticamente chiuso, c’erano solo i proprietari, ma tutti i ragazzi erano spariti. Era arrivata una ambulanza, che aveva portato via uno dei security- men , piuttosto malconcio: almeno venti punti alla testa ,aveva sentito dire l’appuntato, e qualche punto croce più in basso, poveretto. Alberighi chiese se c’era qualche altro ferito. L’appuntato rispose di no, non che lui avesse potuto vedere.
Tornarono al piazzale della discoteca. Alberighi disse a Francesco di aspettarlo in macchina. Tornò dopo qualche minuto.
“Senta, signor…”
“Otelli”
“Senta signor Otelli, lei stasera ne ha combinate non so quante, ma credo che non ci sarà nessuna denuncia: I proprietari della discoteca non hanno interesse a questa pubblicità. Il buttafuori ha più precedenti penali di un pentito, dei ragazzi nessuna traccia, e nessuna mai ne avremo. Per cui, considerato che l’ho vista solo io fare quello che ha fatto, io non la conosco, lei non conosce me, e quanto le ho detto lei non l’ha mai sentito”
Francesco restò in silenzio, poi lentamente aprì la porta della macchina di Alberighi. Prima di scendere disse “ Capitano, grazie”
“Da padre a padre” fu la risposta sorniona.
Sul video del computer si aprì una finestra color verde. Il testo diceva “Complimenti, avete raggiunto il terzo di livello degli scenari possibili! VirtualSituations.com è felice di comunicarle che con l’ avventura che avete creato stasera potrete concorrere all’estrazione del premio annuale per il miglior gioco di situazione. Il Premio di 100.000 euro potrebbero essere vostro!!!”.
FILE, DISCONNETTI, VUOI CHIUDERE LA CONNESSIONE? SI, START, CHIUDI SESSIONE, ADESSO E’ POSSIBILE SPEGNERE IL COMPUTER.
Ormai era l’una di notte. Francesco era stanco, ma stava aspettando che sua figlia Marianna rientrasse. Sentì aprirsi la porta di casa.
“Marianna sei tu?”
“Si papà, ma cosa fai in piedi a quest’ora ?”
“Ho giocato un po’ con il computer?”
“A quest’ora e alla tua età?” lo disse con un sorriso sulle labbra contro il quale Francesco aveva poche armi.
“Invece di prendermi in giro, dimmi un po’ come andata a te stasera”
“Bene, bene, ma per fortuna non siamo andati all’Epsilon!”
“Come non siete andati all’Epsilon, e perché? E dove sareste stati allora?” Francesco si insospettì.
“Quando siamo arrivati sul piazzale della discoteca, verso le undici, c’erano due pattuglie dei carabinieri e due ambulanze, tutte a luci spiegate: Abbiamo chiesto ad uno che andava via cosa era successo, e ci ha risposto che un signore di una certa età, quaranta o poco più , o scusa papà, non volevo”
“Fa niente, va avanti”
“Si, insomma , un signore si è azzuffato alla grande con uno dei buttafuori, senza un motivo sembra. Così abbiamo preferito andare da un’ altra parte.”
Marianna vide che suo padre era molto, molto perplesso: teneva ancora in mano il mouse senza fili del suo computer. Ma stava andando a letto.
la realtà disconnessa testo di franco