Itilo

scritto da riccardo andreani
Scritto 12 anni fa • Pubblicato 12 anni fa • Revisionato 12 anni fa
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Itilo
- Nota dell'autore riccardo andreani

Testo: Itilo
di riccardo andreani

Itilo era seduto nel giardino adiacente della sua dimora, e con la mano, girandosi intorno e guardando gli oggetti a lui circostanti, raccolse un cavalluccio di legno, un legno pregiato in cui incise sopra, vi erano riportate le lettere: A. di Aedona, e I. di Itilo. Itilo non era che un bambino, un bel bambino biondo; e cerulei erano i suoi occhi tondi, che timidamente nascondeva, come un tesoro, incastrati nel bel volto puerile.

- Ati! Ati, dove sei? gridava Aedona non sentendo talvolta i suoi lamenti e il suo solito ghignare. Ma poi si rassenerava, quando il bel bambino, appariva vivace nell'erba a giocare; Aedona provava gioia a vederlo. E un tumulto di felicità, nei suoi occhi dolci volava, e ancor più perché, Ati era il suo preferito. Aedona aveva anche una figlia femmina, una ragazzina fastidiosa; ma l'amava lo stesso perché dolce era il suo aspetto, e il viso, uguale a quello di Ati, solamente un poco più femmineo e bruttarello. Aedona, donna di corporatura snella, di temperatura vivace, se ne stava sempre dentro la sua dimora -una villa che condivideva con la cognata Niobe- A cucinare e stare ai servigi di tutta la famiglia.

- Ho un desiderio caro marito.
- Quale?
- Di avere più figli, un'immensa armata di bambini, teneri e dolci che possano ricambiare il mio amore, il mio riguardo per loro.
- O Aedona, sai che noi non possiamo, a causa di... Be, di quel problema là.
- Marito, se non avessi potuto fare figli, mi sarei uccisa; avrei dato in pasto il mio corpo all'ade, sarei annegata nel fiume Caronte. Ma abbiamo Iti, e quindi posso star serena; ma tua sorella ha così troppi figli, che io non ce la faccio più a cucinare per tutti quanti, e sopratutto mi scoccia cucinare per dei figli che non sono i miei. E poi, sopratutto quel marmocchio dai capelli castani, quello che ha la stessa età di Iti, è un mascalzone tremendo.
- Moglie stai calma, Itilo è il più bello anche tra gli d...
- ... Degli dei, si, più bello di tutti quanti caro marito. Ed io voglio che mio figlio divenga un bel fanciullo, che con la chioma bionda, possa in futuro far innamorare tutte le bambine di Tebe. Caro marito, io mi sento... mi sent... Svenir... - E Aedona cadde a terra.


Si svegliò dopo circa un'ora, sopra un letto ricoperto di petali di rose; era nuda, e sul corpo longilineo si annidavano due bei seni, uno poco più gonfio dell'altro. S'alzò e si diresse passando per il corridoio nel vestibolo. Lì, nella parte destra della stanza, prima della porta, c'era un piccolo altare; sopra vi erano delle statuette raffiguranti gli dei, in pietra scolpiti a mano. Aedona, nuda com'era, prese in mano la statuetta di Zeus, e mostrandola in alto disse:
- Padre, io ti amo. Amo voi, come amo me stessa e mio figlio; vi amo più di mio marito. Fate ve ne prego, che il mio Iti possa crescere sano e forte; fate che mi diverrà il più bello, il più grazioso fanciullo di tutta Tebe. - Stette due minuti zitta, si riordinò, e poi tenendo gli occhi chiusi disse - Grazie padre, dio di tutti gli dei.
Aedona s'alzò, e nuda, si diresse portandosi le due mani sui seni, nella camera da letto. Si vestì, trafugando da un baule i pochi abbigliamenti che restavano, mettendosi un velo diafano, che faceva trasparire tutto il corpo; una sensazione lieve la frastornò, e affacciandosi alla finestra scrutò Iti, sano e forte, mentre giocava con suo cugino. Aedona invidiava quel ragazzino, un'immane e odioso sentimento lacerava il suo petto; e il sangue pulsava come non mai, facendo sentire i battiti prepotenti scagliarsi sulle tempie vuote; il cielo, bigio, era in pieno effluvio con il sole nascosto, e Aedona guardando Iti e suo cugino, ebbe come un senso di rammarico, e un forte senso di inferiorità. Itilo giocava nel sole mattutino, e l'aria fresca torceva i pochi capelli che aveva, facendoli volare all'indietro mentre guardava il cuginetto. L'altro se ne stava buono, dritto in piedi come un vero greco, a trastullarsi ridendo e scherzando, mentre Egli, con la mano intenta, maneggiava il solito cavalluccio; e Aedona lo fissava, e più lo fissava più si sentiva meglio; d'un tratto, nella camera semi-illuminata apparve Niobe, anche lei alta e bella come una dea greca; ella soggiunse imperiosa:


- Spiavi vero?
- Io... no. Non faccio queste cose, e tu Niobe, spiavi?
- No cara cognata- E intanto vicino a Niobe, si presentarono altri suoi quattro figli, i quali, dopo aver visto la situazione, si scagliarono verbalmente contro Aedona, ed ella difendendosi, disse:
- Mascalzoni, è questo ciò che vostra madre vi insegna?
- Ah, cara Aedona io non sono come te, io non vesto i miei figli come femminucce.

Aedona atterrita, si voltò di scatto. Poi prendendo fiato oltrepassò la cognata e il suo esercito di figli, scomparendo nei meandri della casa. Era furiosa e il cuore le batteva troppo forte, si sentiva insultata e biasimata più che mai; era una reazione normale, tra famigliari ci si fraintende, ma lei non accettava questi fraintendimenti, anzi li usava come scuse per celare la sua inferiorità; il suo vero odio non era per la bellezza, né per i beni materiali, né che Aedona peccasse di cupidigia, ma che peccasse di invidia si, questo si poteva dire. Aedona invidiava Niobe e i suoi figli, invidiava quella donna che aveva saputo essere così fertile anni addietro. saltando i gradini della casa a due a due, andò nella camera da letto di Iti, Ove dormivano - come a loro solito - gli altri figli di Niobe. Entrata dentro si direzionò vicino ad un lettino: era quello di Iti, disfatto e con i suoi giocattolini sopra, vi si distese sopra, e con la mano, fece fare un giro ai suoi capelli biondi che nello sdraiarsi aveva scomposto; maneggiò i giocattolini; poi con le lacrime agli occhi pensò:

- Iti, figlio mio, non sai quanto rancore e quanto odio ho in serbo. Nessuno può capire. Oh Iti, oggi... oggi..., è come se mi fossi trasformata; trasformata in un uomo, in un umo senza volto. Penso a tuo padre che non muove un dito contro sua sorella, è come se l'amasse, ma non come sorella, come suo oggetto ispiratrice e sessuale. Ma adesso non ascolti... ridi, giochi, ed io piango per te; e ti giuro caro figlio, che questa sera esatta, quando tutti si saranno coricati, il mio pugnale s'alzerà lasciando un cumulo di tristezza, voluta e sentita, a Niobe, che ormai persa e avvilita cadrà nel suo dolore.


Aedona asciugò le proprie lacrime con la copertina del figlio, poi, come se il suo stato emotivo ricoperto da una terribile mestizia non si fosse presentato, si alzò in piedi; uscì dalla camera e discese i scalini. Com'era bella Aedona, quel corpo nudo e quei seni così succulenti che facevano impazzire tutti, tranne il marito, sempre che se ne stava a lavorare per conto suo; ma in fine che lavoro facesse è un mistero. Si erano fatte le otto e riuniti davanti al desco per la cena, le due famiglie si sedettero insieme. Aedona che era posizionata davanti a Niobe, la guardava di sottecchi e quando ella le rimandava le occhiate lei restava ferma, immobile come un sasso, e gli faceva qualche smorfia mostrandogli la sua rabbia; Niobe dal suo canto si limitava a rispondere con l'aggrottare delle sopracciglia, gli altri invece se ne stavano miti seduti a mangiare. Iti rideva e minuziosamente mangiava le carni con le mani, unte e sozze, se le infilava in bocca per succhiare tutto l'olio rimasto; il cuginetto invece preferiva magiare la frutta, mentre Niobe lo imboccava selvaggiamente come se fosse un piccolo pupetto di due anni; non che cambiasse molto, ma lui ne aveva cinque, e dal suo sguardo indispettito e malevolo si poteva capire che si trovava in una situazione imbarazzante.
Zeto - questo era il nome del marito - si affrettò con la mano per pulire la bocca del figlio Iti, che giocando con il piatto stava fracassando il cibo da tutte le parti. Vedendo la scena Niobe disse:


- Guarda cosa fa tuo figlio, non gli avete impartito l'educazione? questo ragazzino è perso.
- Pensa ai tuoi figli!
- Io ai miei ho già pensato, e poi, non vedi che il tuo nemmeno sa parlare, hahahaha.


La risata amara di Niobe l'aveva mandata su tutte le furie, sulla tempia si notava già tutto l'accanimento e la solita vena aveva presa a battere di nuovo, senza cessare, battito dopo battito. Ella guardava la cognata con occhi di chi volesse uccidere, trafiggere e seviziare un corpo, come di chi amasse la morte, di chi ne facesse parte ogni giorno, e ne volesse donare; e lei voleva donarla alla donna... ma no proprio a lei, a suo figlio.
La cena continuò, e il rancore di Aedona saliva, cresceva e si ramificava a profusione nel suo corpo, dal pube fino al petto. Finalmente si era finito di mangiare l'ultimo piatto; nessun gesto, nessun saluto; ogni persona in quella stanza inclusi i bambini, si alzò e se ne andò. Aedona baciò il figlio, e dandogli una carezza gli disse di andarsi a coricare, e che l'indomani l'avrebbe portato a salutare gli dei nel tempio di Tebe, e che il padre, re di questa, avrebbe un giorno fatto salire suo figlio al trono, e lui felice avrebbe preso il controllo della città. Fu presto notte, e Aedona assicuratasi prima che l'ultima candela fosse spenta, s'alzò. Proseguì dritta per il corridoio e poi entrò nella cucina, li dentro, poco più lontano sopra una sedia, vi era il vasellame di ceramica con dentro - oltre ai piazzi sozzi - un coltello poggiato. Ella lo prese. Prima di salire le scale che portavano alla camera dei bambini, s'arrestò per un poco vicino all'ingresso, dove da una finestrella si poteva osservare la luna. Era bianca, luccicava; e i suoi raggi luminosi si riflettevano sulla lama del coltello che a sua volta rifletteva la luce sul volto di Aedona, che nell'oscurità, si illuminava più che mai. Distolse la sua attenzione dalla luna e intrapese le scale, salendole a poco a poco, pian piano sparì nell'oscurità. Impugnava il coltello con la mano destra, e con l'altra s'accingeva ad aprire la porta; l'aprì. Entrò dentro la stanza, c'era il buio pesto, e sempre a passi lenti continuò a camminare; passo dopo passo arrivò vicino il lettino del nipote. Sentiva il respirare, quel respirare dolce e puerile di ogni bambino; alzò il coltello, stette ferma un poco; una lacrima uscì dal solco degli occhi, scivolò appena sulla bocca, poi Aedona agì. Diede dieci coltellate, e mentre si accaniva contro quel corpicino, sentiva il sangue schizzare; i pianti, i movimenti del bambino fecero svegliare gli altri; presto tutti soggiunsero nella stanza, che ormai era diventata il posto di un omicidio. Arrivò Niobe con una candela, e ai primi corpuscoli di luce che colpirono il lettino Aedona vide ciò che aveva fatto. Il corpicino di Iti era in una pozza di sangue, e il cuginetto vivo e vegeto stava al suo fianco, ricoperto di lacrime e di sangue; un tremendo e atroce dolore colpì Aedona, e Niobe atterrita dalla scena non aveva da spendere parole, tremante rimase sulla soglia della porta. Un urlo, seguito dal pianto dei bambini nella stanza, prese Aedona; e vedendo Niobe vicino alla porta si diresse verso di lei. Gli passò vicino e prima di valicare la porta, con il coltello, la ferì sulla pancia; poi uscì di corsa, discese le scale, passò nel vestibolo e oltrepassò la porta; finalmente era fuori. Continuò a correre contro la luna, lì, sulla pianura verde che affiancava la sua casa. Nel correre si perse tutti i vestiti, e dal cielo, dall'empireo: Zeus guardava la scena con rammarico. Ne restò talmente colpito, che quando Aedona arrivò in prossimità di un dirupo, prima che s'accingesse a buttarsi, egli la trasformò in usignolo. Infatti, proprio mentre il piede stava per lasciar la terra, dai suoi fianchi sbucarono delle ali, sul petto e sull'addome crescerono delle piume e Aedona prese le sembianze dell'uccello, spiccando poi il volo.

Il piccolo Iti fu seppellito in prossimità della casa, vicino all'albero delle mele. Aedona tutte le sere, poggiata sopra il ramo, piangeva a dirotto. Ancora oggi si possono sentire i lamenti. Che fosse poi stato per invidia, che fosse poi stato per un senso di inferiorità, dopo la morte di Zeto il posto passò al cuginetto, bello possente e col profilo greco.
Itilo testo di riccardo andreani
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