Terza ed ultima parte.
Per tre giorni non successe nulla, ed era proprio questo il problema. Dopo settimane in cui ogni giornata sembrava avere bisogno di almeno ventotto ore, dopo gli aerei, le riunioni, gli ordini, le discussioni con il generale, le notti troppo brevi e le conversazioni con Leah, che avevano assunto per me la stessa importanza delle missioni, il silenzio mi sembrava quasi insopportabile. Ero tornata a Washington con la sensazione di essere stata risucchiata a forza dentro la mia vecchia vita; l'ufficio di servizio era lo stesso, i corridoi erano gli stessi e le persone avevano le stesse facce serie, le stesse cartelle sotto il braccio, lo stesso modo di camminare con l'aria di chi stesse trasportando sulle spalle il destino dell'Occidente. Io, invece, non ero più la stessa, neanche la prospettiva di tornare al servizio imbarcato sulle portaerei mi sorrideva e questa era la parte che mi inquietava. Seduta davanti alla finestra dell'alloggio provvisorio di servizio, con una tazza di caffè ormai freddo tra le mani, mi accorsi che non avevo nessuna voglia di tornare alla vecchia vita, non perché non amassi la Marina anzi, il contrario. Per anni avevo costruito la mia identità intorno a quella divisa, ero stata una pilota prima ancora di sapere bene chi fossi come donna e quando qualcuno mi chiedeva chi fosse Julie Castellano, la risposta era sempre arrivata quasi automaticamente: pilota e ufficiale della Marina. Certo, era tutto vero ma non era più tutto e questa scoperta, per quanto liberatoria, aveva qualcosa di terribilmente spaventoso. Avevo passato metà della mia vita adulta a convincermi che la disciplina fosse una forma di libertà mentre adesso cominciavo a sospettare che, almeno in parte, fosse stata anche una forma molto elegante di nascondiglio. Il telefono squillò e guardai sul display chi potesse essere, era un numero interno.
«Capitano Castellano?»
«Sì.»
«L'ammiraglio Davenport vuole vederla. Pentagono. Alle dieci.»
Chiusi gli occhi.
«Ricevuto, grazie.»
Riattaccai, e rimasi seduta con una strana sensazione allo stomaco; non era paura ma qualcosa di molto simile, più sottile.
Davenport mi aspettava nel suo ufficio ed era esattamente come lo ricordavo: uniforme impeccabile, espressione da uomo che aveva già letto tre volte il documento che stava per consegnarti e probabilmente conosceva anche la pagina che avresti cercato di nascondere. Quando entrai, alzò lo sguardo.
«Angel.»
Quel soprannome mi fece immediatamente tornare indietro di otto anni al servizio imbarcato sotto il suo comando.
«Hai una faccia strana.»
«Bel modo di salutare Ammiraglio, grazie. Forse non lo ricorda ma ho sempre questa faccia.»
«No. Questa è una faccia diversa.»
«Sono stanca.»
«No credo sia quello.»
«Ho fame.»
«Non dire sciocchezze.»
Lo guardai.
«Signore, con tutto il rispetto, vuole farmi un elenco delle cose che non ho?»
«Sei innamorata.»
Trasalí come se fossi stata colpita da un macigno e rimasi immobile.
«Ancora con tutto il rispetto, Signore, preferirei essere sottoposta a un'ispezione fiscale che parlare di questo.»
Davenport sorrise.
«Noto che non hai negato.»
«Non ho nemmeno confermato, però.»
«Non era necessario.»
«Potrei attuare una manovra diversiva e cambiare argomento?»
«Puoi provarci, ma ti ricordo che già pilotavo jet quando tu non eri ancora nata.»
«Il tempo?»
«Ho un ufficio meteorologico qui al pentagono che lavora per me.»
«Geopolitica internazionale avanzata?»
«Sei innamorata, ragazza; lo so. Notizia da Israele.»
«È ingiusto che usi i superpoteri da ammiraglio per mettermi all'angolo, Signore.»
«Sei innamorata, ammettilo.»
Sospirai.
«Io la odio, lo sa?»
«Questa è una conferma molto più convincente di quanto pensi. E adesso siediti.»
«Si, Signore.»
Prese un fascicolo dalla scrivania, se lo mise davanti e continuò.
«Ho letto il rapporto del generale Mordecai.»
«Immagino, signore.»
«No, non lo immagini. Lo conosco da molti anni, e quando Joshua scrive che un ufficiale ha svolto un lavoro eccellente, di solito significa che quell'ufficiale non gli ha fatto perdere tempo.»
«Mi sembra già un complimento, Signore.»
«Da parte sua, enorme. Non lo immagineresti.»
«Sono commossa.»
Davenport sorrise.
«Non abbastanza.»
Aprì il fascicolo, era quella della mia missione, ovviamente.
«Hai commesso alcuni errori.»
Lo guardai.
«Si, lo so, signore.»
«Bene.»
Fece una pausa.
«Hai anche disobbedito ad alcune istruzioni.»
«Lo so.»
«Hai avuto almeno due momenti in cui avresti potuto fare la cosa più prudente.»
«E non l'ho fatta.»
«Esatto.»
Mi aspettavo la predica e invece arrivò una domanda.
«Perché?»
Rimasi in silenzio, era una domanda molto più difficile perché anni prima avrei risposto, e lo avevo fatto davvero da un lettino dell'infermeria della nave e proprio a lui, che un pilota aveva un compito: portare a termine la missione. Adesso non mi bastava più.
«Perché in certi momenti,» dissi lentamente, «seguire la procedura non era sufficiente.»
Davenport non disse nulla e continuai.
«E perché avevo persone davanti a me, non semplicemente obiettivi.»
Mi resi conto di quello che avevo appena detto, qualche anno prima non avrei mai formulato una frase in quel modo. Davenport lo notò, naturalmente.
«Sei cambiata.»
«Sì, signore.»
«Ti dispiace?»
Questa volta sorrisi.
«Ancora non lo so, signore.»
L'ammiraglio chiuse la cartella.
«Joshua sostiene che dovresti tornare in Israele.»
Il cuore mi fece un salto, non per l'incarico ovviamente, per Leah.
«Capisco, signore.»
«No, non credo che tu capisca.»
Davenport prese un secondo fascicolo, con le insegne del comando di Stato Maggiore e lo appoggiò davanti a me.
«Non vuole semplicemente che tu torni.»
Lo aprii, la prima pagina aveva un'intestazione ufficiale e lessi avidamente, poi incredula la rilessi una seconda volta quindi alzai lentamente gli occhi.
«Signore...»
«Continua.» Ordinò.
«Non può essere.»
«Si che può.»
«Questo significa...»
«Significa esattamente quello che stai pensando.»
Tornai a guardare il documento, riassegnazione temporanea presso la Missione diplomatica degli Stati Uniti a Tel Aviv diceva; e più sotto una riga che mi tolse il fiato: incarico permanente quale istruttrice e consulente militare presso l'aviazione israeliana, con durata a tempo indeterminato. Rimasi pietrificata.
«A tempo indeterminato?»
«Già.»
«Quanto sarebbe indeterminato?»
L’ammiraglio Davenport sorrise ergendosi in tutta la sua statura.
«È una domanda molto da Marina, questa.»
«Sono stata addestrata a chiedere cose come "quanto?", "perché?" e "chi ha firmato?".»
«Ha firmato il Segretario alla Difesa, l’Ammiraglio Chegwiden ha controfirmato l’ordine di trasferimento stamattina ed io ho fatto lo stesso..»
Alzai gli occhi.
«Ah.»
«E prima che tu lo chieda, sì: è stato richiesto formalmente dagli israeliani.»
«Il Generale Mordecai?»
«Proprio lui.»
Respirai lentamente.
«E la mia catena di comando?»
«Resterai un ufficiale della Marina degli Stati Uniti, naturalmente.»
«Quindi non mi sta congedando.»
«No.»
«Non mi sta trasferendo fuori dalla Marina.»
«Nemmeno.»
«E non devo più dividere una cabina con nessuno?»
L’ammiraglio Davenport mi fissò divertito.
«Questa è la prima domanda veramente importante che hai fatto.»
Scoppiammo a ridere poi lui si fece di nuovo serio serio.
«Angel, quello che hai fatto in Israele ha convinto diverse persone che avevano opinioni molto diverse su di te.»
«Il generale Mordecai mi detestava.»
«All'inizio.»
«E adesso?»
Davenport inclinò leggermente la testa.
«Adesso dice che sei una delle poche persone che vorrebbe avere al suo fianco decollando sotto allarme.»
Rimasi senza parole, era probabilmente il complimento più importante che avessi mai ricevuto.
«E non è tutto.»
Davenport si appoggiò allo schienale.
«Ha scritto anche che sei finalmente diventata un ufficiale.»
Lo guardai male.
«Ero un ufficiale anche prima.»
«Eri un pilota d'eccezione.»
«Grazie, signore.»
«Ma confondevi spesso le due cose.»
Quelle parole mi colpirono perché erano vere, Davenport lo sapeva e, soprattutto, ormai lo sapeva Leah.
«Non ti sto mandando in Israele perché sei brava a volare,» continuò. «ti sto mandando perché hai imparato qualcosa che non si insegna alla scuola di volo.»
«Che cosa signore?»
«A capire quando l'uomo dentro l'aereo è più importante dell'aereo.»
Abbassai gli occhi e non risposi. Davenport alleggerí il mio imbarazzo facendo scivolare verso di me un'ultima busta.
«Questa è personale.»
«Personale?»
«Non appartiene alla Marina.»
La aprii, non portava intestazioni e dentro c'era un solo foglio destinato all’Ammiraglio Davenport; riconobbi la grafia, era del Generale Mordecai. Era una comunicazione breve, informale e amichevole, e alla fine c'era una frase scritta a mano .…Charlie, la Castellano deve tornare qui in Israele, non abbiamo ancora finito con lei. Mi scappò una risata.
«Che c'è?»
«Niente, signore. È che Sembra un po' una minaccia.»
«Con Joshua è difficile distinguere le minacce dagli apprezzamenti.»
L'ammiraglio sorrise e poi tornò nuovamente serio.
«Parti fra quattro giorni.»
«Quattro?»
«Hai bisogno di tempo per prepararti.»
«Per prepararmi a cosa?»
«A una vita che non avresti mai immaginato. Una seconda vita, diciamo più familiare.»
Quella frase rimase sospesa tra noi: una vita che non avevo mai immaginato; era davvero questo e si stava davvero realizzando; fino a pochi mesi prima invece la mia idea di futuro era sorprendentemente semplice, volare, servire, migliorare, magari diventare ammiraglio, era sempre stata una prospettiva perfettamente coerente, quel giorno era solo terribilmente incompleta.
«Posso fare una telefonata, signore?»
Davenport sorrise.
«Di lá da Susan, immagino già a chi.»
«Lei è tremendo, Signore.»
E dopo un istante.
«Posso abbracciarla?»
«Levati dalle palle, marinaio. E ti proibisco di provocare un incidente diplomatico, laggiù»
Scattai sull'attenti e feci il saluto con un sorriso, subito ricambiato:
«Signorsí, Signore.»
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Leah rispose al quarto squillo.
«Pronto?»
«Ciao.»
Silenzio.
«Julie?»
«Sì.»
«È successo qualcosa?»
Sorrisi a 6.000 miglia di distanza, era incredibile quanto poco le servisse per capire che qualcosa non quadrava.
«Ho una notizia.»
«Buona o cattiva?»
«Non lo so.»
«Questa è una risposta molto americana.»
«Sono americana.»
«Purtroppo.»
«Questa me la segno. E tu sei una psicologa mancata.»
«Purtroppo anche questo, e me la segno anche io.»
Ridemmo brevemente e poi dissi:
«Torno.»
Silenzio, questa volta più lungo.
«Quando?»
«Fra quattro giorni.»
Sentii il suo respiro cambiare.
«Per quanto?»
Esitai.
«Non lo so.»
«Julie.»
«E va bene: a tempo indeterminato.»
Dall'altra parte non arrivò alcuna risposta.
«Leah?»
«Sono qui.»
La sua voce era diversa, più bassa, più profonda.
«Stai dicendo che torni a Tel Aviv senza una data di rimpatrio?»
«Esattamente.»
«Come istruttrice?»
«Come istruttrice permanente.»
Permanente.
La parola rimase leggera sospesa nell’aria.
«Sì.»
Ancora silenzio, poi sentii una risata incredula, quasi infantile.
«Non ci credo.»
«Giá, nemmeno io.»
«Papà?»
«Proprio lui.»
«Quell'uomo è completamente pazzo.»
«Probabile.»
«Ti ha riportata qui, però.»
«Sì.»
«A tempo indeterminato.»
«Sì.»
«Perché?»
Sorrisi.
«Forse gli manco.»
«Non dire sciocchezze.»
«Forse vuole tormentarmi.»
«Questo è più probabile.»
«Allora siamo d'accordo.»
«No.»
«No?»
«Non siamo d'accordo.»
«Perché?»
«Perché non penso che papà ti abbia riportata qui per tormentarti.»
Mi sedetti sul bordo della scrivania.
«E perché, secondo te?»
La sua risposta arrivò senza esitazione.
«Perché si è accorto che sei diventata brava in qualcosa che non sapevi di saper fare.»
«Cosa?»
«Essere semplicemente Julie.»
Chiusi gli occhi, era una frase cosí semplice eppure mi attraversò completamente.
«Mi sei mancata,» dissi.
Questa volta fu lei a rimanere in silenzio.
«Anche tu,» rispose.
Poi aggiunse:
«Molto.»
Quattro giorni dopo ero di nuovo a Tel Aviv. La stessa città, lo stesso mare e lo stesso aeroporto, eppure tutto mi sembrava diverso. Dubitavo fosse cambiato Israele, ero cambiata io. Questa volta non guardai l'aeroporto come una pilota che cerca riferimenti, guardai piuttosto le persone, gesti semplici: una madre teneva per mano una bambina, un uomo trafelato che trascinava una valigia, c'era una coppia si baciava senza preoccuparsi di nessuno. In una parola: vita. Semplice, banale, meravigliosa vita. Poi la vidi, Leah era oltre le porte dell'area arrivi con jeans scuri, camicia chiara, giacca leggera e capelli meravigliosamente sciolti, semplicemente Leah. Mi venne incontro e per qualche secondo nessuna delle due disse nulla, forse temevamo entrambe fosse fosse un sogno. Quando fu abbastanza vicina, mi guardò meglio e disse
«Sei tornata in Israele con l'intenzione di restare e ti sei portata quella valigia cosí piccola?»
La guardai.
«Sono un ufficiale di marina, ricordi? Ordine e disciplina. Non mi serve traslocare per stabilirmi per sempre in un paese»
«Quindi resterai davvero per sempre?»
«L'assegnazione dice a tempo indeterminato.» Dissi con aria teatrale.
Leah annuì lentamente.
«Tipico della Marina americana.»
«Che cosa?»
«Spedire una donna dall'altra parte del mondo e non specificare la data di restituzione.»
«Non credo funzioni proprio così.»
«Tanto non ha alcuna importanza, ho già deciso che non ti restituisco.»
Sorrisi.
«Allora siamo d'accordo.»
Mi mise le braccia intorno al collo ed io la strinsi forte.
E fu allora che realizzai pienamente quanto mi fosse mancata. Non il suo corpo, non soltanto quello almeno, mi era mancato il modo in cui con lei non avevo bisogno di essere nessuno tranne Julie. Niente Capitano Castellano, niente abitacolo e soprattutto non la donna che tutti si aspettavano che fossi.
Il tragitto in auto fu relativamente breve.
«Ben tornata a casa.» disse aprendo la porta.
«È meraviglioso essere qui.»
«Davvero?»
Guardai il mare oltre le vetrate.
«Si. Davvero.»
Lei mi prese la mano e non ci fu bisogno di altro.
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Nei mesi successivi imparai che una vita condivisa non assomiglia mai alle grandi scene cinematografiche con cui immaginiamo il futuro. Non c'erano sempre tramonti sul mare, non c'erano sempre missioni spettacolari e non c'erano sempre parole memorabili. C'erano invece mattine in cui Leah mi rubava il caffè, serate in cui litigavamo su cose completamente inutili, giornate in cui tornavo dall'addestramento irritabile e lei decideva, con una saggezza che allora trovavo insopportabile, di lasciarmi sola per mezz'ora. Poi c'erano le sue domande e le mie risposte evasive, le mie domandee sue battute ironiche. E c'era una cosa che imparai a poco a poco, Leah non voleva smontare la pilota che ero stata, voleva invece conoscere la ragazza che esisteva anche quando non volavo. Io, invece, all'inizio avevo commesso l'errore opposto, pensavo di doverla proteggere, non so nemmeno bene da cosa: dalla paura forse, o dal dolore o peggio dalle parti di me che consideravo deboli. Poi avevo capito che proteggere qualcuno non significa impedirgli di vedere le proprie fragilità, significa piuttosto permettergli di restare quando le vede; Leah mi aveva insegnato questo ed io avevo insegnato a lei qualcos'altro, che essere forte non significava necessariamente avere una risposta, delle volte significava decidere di andare avanti pur non avendola, alla cieca. Eravamo diverse, su questo c'erano pochi dubbi ma in fondo in fondo ci eravamo accorte che stavamo facendo la stessa cosa con strumenti diversi: ci proteggevamo. E proprio per questo, lentamente, avevamo imparato a non farlo più l'una dall'altra.
Una sera tornammo sul lungomare, era tardi e la città aveva rallentato, ma non dormiva. Tel Aviv non sembrava una città capace di dormire davvero. Camminavamo senza fretta e Leah teneva la mia mano.
«Sei felice?» mi chiese.
La domanda mi sorprese, non perché ormai non conoscessi la risposta, piuttosto perché non ero abituata a considerare la felicità una domanda seria.
«Sì.»
«Così, rapidamente?»
«Non farmi fare un rapporto scritto.»
Rise.
«Voglio una risposta sincera.»
Mi fermai e guardai il mare, poi risposi con voce serena
«Sì.»
Poi aggiunsi:
«Ma ho ancora paura.»
Leah strinse leggermente la mia mano.
«Di cosa?»
Pensai.
«Di perdere tutto.»
Lei non rispose subito.
«Non puoi impedirlo.»
«Lo so.»
«E allora?»
«Allora sto imparando che una cosa non deve essere eterna per essere vera.»
Quando Leah mi guardò aveva gli occhi lucidi.
«Questa era quasi una frase intelligente.»
«Quasi?»
«Non vorrei ingigantire troppo il tuo Ego.»
Sorrisi.
«E tu? Sei felice?»
«Sì.»
«Paura?»
«Molto.»
«Di cosa?»
Mi guardò.
«Di essere felice.»
Non dissi nulla, quella risposta, in fondo, la conoscevo, forse perché la condividevo anch'io. Per anni avevamo entrambe pensato che la felicità fosse una distrazione, una specie di lusso oppure qualcosa che poteva essere rimandata. Avevamo imparato invece che non esiste il momento perfetto, esiste soltanto il coraggio di accettare ciò che abbiamo quando finalmente arriva. Leah appoggiò la testa sulla mia spalla.
«Sai cosa penso? Penso che per tutta la vita abbiamo cercato di diventare abbastanza forti da non avere bisogno di nessuno.»
«E?»
«E forse diventare adulti significa scoprire che essere forti non significa non avere bisogno di qualcuno.»
La guardai.
«Significa scegliere qualcuno.»
«Esatto.»
Le sorrisi.
«Sei diventata insopportabilmente saggia.»
«Tu sei diventata insopportabilmente sentimentale.»
«Colpa tua.»
«Confesso, Vostro Onore.»
Riprendemmo a camminare e trascorremmo cosí la serata.
La mattina dopo tornai alla base, entrai nell'aula e per un istante provai la vecchia sensazione.la sensazione di essere tornata nel mio elemento ma sapevo che stavolta c'era qualcosa di diverso.
«Buongiorno.» dissi.
La classe rispose.
«Oggi non parleremo soltanto di aerei.»
Un giovane alzò la mano.
«Capitano, allora siamo nel posto sbagliato.»
Risero.
Io sorrisi.
«Probabilmente.»
Poi cominciai.
Quella sera, tornando a casa, trovai Leah sul balcone, mi aspettava con due bicchieri.
«Ho una sorpresa.»
«Devo preoccuparmi?»
«No.»
Mi porse un bicchiere.
«A noi.»
«A noi.»
Brindammo.
Guardai il mare e poi lei e in quel momento mi resi conto che il futuro non aveva più la forma che gli avevo assegnato da ragazza.Non potevo sapere quanto sarebbe durato il mio incarico ne potevo indovinare quali altre missioni mi avrebbero aspettata. Anche la permanenza in Israele era piuttosto incerta. Non sapevo nemmeno se avrei continuato a volare o fino a quando avrei desiderato farlo, ma, per la prima volta, non avevo bisogno di sapere, e non mi importava. Avevo una persona speciale accanto a me, una persona capace di contraddirmi, di farmi ridere, di leggermi quando mentivo, di lasciarmi sola quando ne avevo bisogno, di prendermi la mano quando non volevo ammettere di averne bisogno.
E io avevo finalmente imparato a fare lo stesso per lei.
Il futuro non era più una missione da pianificare, era qualcosa da vivere.
Leah appoggiò la testa sulla mia spalla.
«A cosa pensi?»
«A niente.»
«È una bugia.»
«A quanto siamo cambiate, all'opportunitá che abbiamo e a come sará il futuro.»
«Da non credersi, vero?»
«Giá, da non credersi.»
Ridemmo.
Poi la guardai.
«Leah.»
«Sì?»
«Credi che ce la faremo?»
Non mi chiese a cosa mi riferissi mi prese il viso tra le mani e parlò.
«Non lo so.»
La risposta mi fece sorridere.
Non mi sarebbe dispiaciuta una certezza, tanto per cambiare, ma in fondo non importava.
Leah continuò:
«Ma so che voglio provarci.»
La baciai, un bacio lento, senza fretta, ormai c'era più l'ansis di perdere il momento e non c'era più bisogno di dimostrare niente. Restava la consapevolezza che eravamo arrivate fin lì attraversando strade che nessuna delle due aveva previsto.
Quando ci separammo, Leah sorrise.
«E adesso?»
Guardai il mare e poi lei.
«Adesso viviamo.»
«È un ordine, Capitano?»
«No.»
Le presi la mano.
«È una proposta.»
«Accettata.»
Restammo lì, abbracciate, mentre il sole scendeva lentamente dietro l'orizzonte. Per anni avevo creduto che il coraggio fosse il momento in cui si decide di entrare in combattimento.
Poi avevo creduto che fosse il momento in cui si decide di rischiare la vita per qualcun altro. Alla fine avevo capito che esisteva un coraggio ancora più difficile. Quello di restare, di fidarsi alla cieca, quello di permettere a qualcuno di conoscerti davvero, quello di costruire qualcosa senza sapere quanto durerà e nel mio caso quello di scegliere la vita quando hai passato troppo tempo a prepararti alla morte.
Guardai Leah che mi sorrise e per la prima volta, da quando avevo indossato le ali, sentii che non avevo più bisogno di volare per sentirmi libera.
Avevo finalmente trovato un posto dove atterrare.