Contenuti per adulti
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Che strano mondo il nostro.
Una vita ad imparare che se non fai
non puoi sperare.
Educati ad essere soldati pronti ad ubbidire
al comando del devi senza sentire.
Ma arriva un giorno, maledetto,
in cui il salto è alto, tanto alto,
giù dal tetto, del grattacielo dell'impegno continuo,
costruito dal sacrificio per ottenere qualcosa in cambio,
dalle rinunce che promettono benessere,
dall'illusione di essere arrivato in cima.
Cadi giù spinto da una forza
che non riesci a contrastare.
Ah! Il volo è assurdo.
Ripercorri in un attimo, a ritroso,
tutte le fatiche, gli sforzi per arrivare fin lassù.
E mentre precipiti velocemente verso il basso,
ti accorgi che non hai riparo alcuno,
che in un attimo ci sarà l'impatto.
Chiudi gli occhi per non vedere.
Aspetti di morire.
Sdraiato sull'asfalto,
guardi il cielo che ora è davvero alto.
Ti aspettavi che riaprendo gli occhi lo avresti visto da vicino,
invece, miracolo!
Dopo il violento impatto sei ancora lì, vivo.
Intorno a te un nuvolo di persone
prende a constatazione che esiste il divino.
Da una caduta così non si può riportare solo qualche graffio.
Voci, confuse, urla e parole bisbigliate
tutte incitanti a dover fare, ora che si ha la certezza
che la vita è ancora qui come presenza.
Echi di voci, mani tese, esortano a respirare
e invocano il tuo nuovo camminare.
Non c'è d'aspettare, ora che il tempo sa che non è morto,
non c'è il dubbio che non ci si debba rialzare, ricominciare a fare.
È mentre intorno a te impazza il carnevale,
tu con gli occhi al cielo implori di aspettare.
Aspettare per poter sentire,
non un corpo che non vuol finire,
ma quel silenzio che rumoroso affolla
il tuo pensiero, avvolgendo il cuore ed ogni desiderio.
Dai forza, rialzati, fai presto.
Ti dico io questo e quello.
Dove andare, cosa fare, chi incontrare,
ti dico che devi ricominciare.
Veloce, lesto, sei solo fortunato,
te lo grido e sottoscrivo io
che tanto non ci son passato.
Non è per essere scortese,
non è che non apprezzi la pretesa del consiglio,
è che dopo il volo e il violento impatto
non riesco proprio a muovere alcun arto.
Lo so che non è meccanico il mio danno,
piuttosto è nell'ingranaggio interno il mio guasto.
Come dire: non è che non voglio, è che non ce la faccio.
Mi sento come se appartenessi ad un'altra vita,
ad un mondo che non ho nemmeno voglia di sapere.
In un momento come questo,
mi basterebbe solo un po' di compagnia
che mitigasse la mia agonia,
di sentirmi vivo e morto nel medesimo momento.
Ma l'esperienza insegna presto
che la pazienza degli altri ha un fondo.
Mi dispiace amico mio per ciò che hai attraversato,
ma non c'è tempo da perdere, bisogna ripartire.
Così se il mio consiglio non vuoi utilizzare,
amico mio, ciao, io devo andare.
È in queste situazioni che capisci
che il tempo te lo dedichi da solo,
te lo prendi perché ti è necessario.
Non è arrendersi, non è aspettare.
È la convalescenza del malato di illusioni,
che ha bisogno di riposo
per ricominciare a respirare,
per accorgersi che forse non
deve subito sapere dove andare.
E nel silenzio del sentire potersi concedere l'occasione
di sperare che qualcosa arrivi senza che debba essere inseguito:
una persona, una proposta, un desiderio.
Un giorno, forse, non si ancora quando,
non avere più bisogno di fare per essere realizzati,
sentire la spinta al movimento provenire dall'interno,
non più soldato che risponde al comando,
ma chi sceglie, finalmente, dove andare —
non per obbligo, ma perché lo sente,
e alzare gli occhi al cielo
non per misurarsi
ma solo per guardarlo.