E così, salutati gli amici e dopo un’ultima occhiata all’Ultima Cena al refettorio di Santa Maria delle Grazie, ormai "sfumata" come la celebre tecnica pittorica del maestro, partimmo da Milano attraversando la Porta Vercellina. Come d’accordo, ci aveva intanto raggiunto il cardinale Dovizi da Bibbiena che si unì al nostro convoglio, in missione diplomatica per conto del Vaticano; insieme a un nuovo assunto, un diligente servitore di nome Batista de Vilanis e a una fantesca francese, Maturine, assegnataci dal re di Francia in persona, Francesco I.
Mi chiamo Francesco Melzi e sono un allievo del maestro Leonardo da Vinci e sto scrivendo un diario della mia vita con il grande artista fiorentino.
In questo ultimo anno, così avaro di soddisfazioni per il maestro in terra natale, gli emissari del re di Francia non hanno mai smesso di corteggiarlo, prospettandogli uno stipendio di mille scudi annui, per lui e per i suoi assistenti, e una dimora degna di un principe. In cambio il re chiede solo la possibilità di conversare ogni tanto con quello che considera l’uomo più intelligente e più colto che sia mai vissuto.
Nel momento in cui scrivo Leonardo ha sessantaquattro anni. Il viaggio per oltrepassare le Alpi e raggiungere la residenza del re nella Loira richiederà mesi, e Leonardo sa bene che un viaggio del genere, alla sua età, sarà duro, pieno di pericoli e probabilmente di sola andata.
Ma dal suo volto non traspare nemmeno una lieve increspatura di paura o di indecisione.
Caricati sui carri tutti i bauli con le carte, i dipinti, i materiali e le masserizie, iniziamo la risalita verso le Alpi e la Francia.
Dopo diversi giorni di viaggio e numerose soste, per permettere al maestro e a tutti noi di riposare, giungemmo finalmente al valico del Monginevro, il transito che sin dai tempi dei Romani è sempre stato il più agevole per recarsi in Francia e che ancora oggi accoglie i pellegrini che percorrono la Via Francigena.
I ghiacciai che avevamo visto solo da lontano, in pianura, ora incombevano su di noi e il maestro volle restare a lungo a rimirarli.
Fece piantare le tende in una vasta foresta di conifere e in una radura accese un fuoco per scaldare le nostre membra intirizzite.
Mentre con alcune stoppie e con rametti secchi alimentava il fuoco, presero a volteggiare intorno alle fiamme le sagome di molte falene che sciamavano dal bosco nell'ora del crepuscolo, inseguite dai pipistrelli, e molte di loro si avvicinavano al fuoco a tal punto da incendiarsi in volo.
Leonardo m'invitò ad avvicinarmi al calore del falò e dopo ore di silenzio, com'era sua abitudine, cominciò a parlare:
"Dimmi Francesco: secondo te è la natura che vuole che gli animali vivano della morte dei loro simili?"
"Maestro, quello che osserviamo sul campo è che la natura, in continuo movimento e divenire, crea nuove vite e forme perché ciò l’arricchisce, e nel fare ciò è piú veloce del tempo che annulla tali vite e tali forme; per tale ragione essa ricorre a mezzi di distruzione come la predazione o le malattie."
"Interessante Francesco, ma nella risposta c’è una contraddizione; com’è possibile che la natura crei per accrescersi ed arricchirsi e poi distrugga l’arricchimento e l’accrescimento di sé? il desiderio istintivo, non perfettamente cosciente, che l’uomo ha dentro di sé, di ritornare, come farfalla al lume, nel caos, allo stato originario, fa sí che egli desideri ogni anno la primavera, e l’estate, e via di seguito; egli gioisce di questo e non si accorge di desiderare il proprio disfacimento; ma il suo desiderio è fatale, è la legge fondamentale degli elementi, per cui l’anima, o principio vitale del corpo, desidera ritornare agli elementi primi che l’hanno espressa. Questa è la legge della natura, di cui l’uomo è sintesi fedele, vivente riassunto: Eros e Thanatos".
Detto questo prese a disegnare con la sanguigna sul suo taccuino da viaggio.
Cominciò a tratteggiare una piccola immagine stilizzata in alto a sinistra, una figura (evidentemente un suo autoritratto) colta nell’atto di alimentare un fuoco su cui volteggiavano pericolosamente le sagome appena abbozzate delle falene arrivate dalla foresta.
Finito lo schizzo cominciò a scrivere delle frasi:
"la ciecha ignoranza chosì ci chonduce / e chol effetto de lascivi sollazzi / per non chonosciere la vera luce / per no chonosciere qual sia la vera luce
el vano splendor ci toglie l’essere / vedi che per lo splendor nel fuocho andiamo / ciecha ignoranza in tal modo chonduce / che / o miseri mortali aprite li occhi."
Mastro Leonardo stava pensando alla la cieca ignoranza di chi, non riuscendo a conoscere la vera luce, finisce col perdere se stesso nello strenuo tentativo di avvicinarla.
Il movente primo e ultimo della inconsapevole tensione umana verso una inevitabile autodistruzione è da ricercarsi nella sfrenata disposizione a colmare un atavico vuoto di conoscenza mediante la violenza e il consumo materiale, al fine di possedere il suo vuoto interiore.
"Quelle falene sono come il Valentino, che cerca il potere incendiando borghi e ammazzando esseri umani. Noi, Francesco, dobbiamo riempire il vuoto incolmabile della nostra conoscenza solo con la direzione del nostro sguardo e il pensiero conseguente".
Detto questo Leonardo rimase a rimirare la splendida bellezza dei ghiacciai delle Alpi fino alle prime ombre della sera.
La falena e il lume testo di il Moscone