Il mio manifesto

scritto da innuendi
Scritto Ieri • Pubblicato 16 ore fa • Revisionato 16 ore fa
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Testo: Il mio manifesto
di innuendi

Io non ho mai guardato le cose dall’alto in basso. La superficie, per me, è sempre stata un vuoto che fruscia, aria che non nutre.

Cerco l’osso. La verità nuda, quella che non consola, che graffia e qualche volta fa anche male.

Non scavo perché credo di essere migliore degli altri. Scavo perché non so fare altrimenti.

I miei occhi e la mia mente non sanno fermarsi davanti alla prima risposta. Vanno oltre, come lame, fino al marcio e al vivo di ogni cosa.

Il mio altruismo non ha mai avuto bisogno di testimoni.

Non è una posa, non è un selfie, non è una medaglia da appuntarsi sul petto. È solo istinto.

Se qualcuno se ne accorge, in qualche modo l’ho già sporcato. Preferisco che resti nell’ombra, privato, quasi invisibile. Un dono che si autodistrugge nel momento stesso in cui viene illuminato.

La libertà, per me, non è una scelta. È aria. Pensiero, spazio, movimento. Questo è il mio respiro. La stasi mi inquieta. A volte la chiamo decomposizione, muffa, prigione. Forse esagero. Forse anche restare fermi, qualche volta, significa semplicemente lasciare che le cose sedimentino.

Ma io faccio fatica a restare.

I legami troppo stretti mi sempre soffocano. Non sempre è fuga, anche se qualche volta lo è. A volte è sopravvivenza. Ho bisogno di sapere che posso disertare da ogni cosa, improvvisamente, senza dover chiedere il permesso a nessuno. Forse questa è la libertà.

O forse è soltanto la mia maniera elegante di avere paura delle gabbie. La mia empatia non è zuccherosa. Non consola per forza, non accarezza sempre, non addomestica.

È vasta e, qualche volta, spietata.

Posso comprendere il dolore degli altri senza sentire il bisogno di salvarli. Posso stare accanto a qualcuno senza pretendere di possederlo. L’ignoranza, invece, mi spacca lo stomaco.

Non sapere può essere una condizione. Non voler sapere è una scelta.

Ed esistere, per me, dovrebbe pretendere almeno questo: cercare di capire.

Nient’altro.

Non mi sono mai piegato facilmente a nulla.

Non per ribellione.

Forse un po’ sì. Ma soprattutto perché la mediocrità, quando diventa una forma di vita, mi avvelena. Ho fatto attrito ovunque. Ho perso tempo, occasioni, persone. Ho sbagliato parecchio nella mia vita Ma non ho mai voluto tradire me stesso.

Quella sarebbe stata la sola vera resa.

Non sono distante, come dicono.

Sono semplicemente saturo.

Sento troppo, penso troppo, guardo troppo. E tutto quello che entra rimane lì, da qualche parte, anche quando vorrei liberarmene. Forse per questo qualche volta mi chiudo.

Non perché non mi interessi il mondo, ma perché il mondo, dentro di me, occupa già troppo spazio.

Anche l’amore, quando diventa possesso, mi soffoca.

Per me amare non significa stringere qualcuno fino a impedirgli di respirare. Significa lasciare spazio perché l’altro continui a essere altro.

E poi c’è la testa.

Sempre quella.

L’innesco mentale. La scintilla che attraversa il cervello prima ancora della pelle. L’arco che si tende e scocca dentro.

La carne viene dopo, se viene.

Senza quella scintilla resta soltanto cenere.

Io cambio per necessità.

Distruggo abitudini. Abbandono interessi. Incendio pezzi di me che un tempo credevo indispensabili. Mi spoglio delle vecchie versioni di me stesso e ricomincio.

Non sempre perché ne abbia voglia.

A volte perché non riesco più a essere quello di prima.

È una maledizione, probabilmente.

Ma è anche carburante.

Ho capito che non posso chiedermi di essere sempre lo stesso uomo. Posso soltanto cercare di non diventare un uomo che non riconosco più.

E forse questa è la cosa più vicina che ho a una fede.

Non credo nelle destinazioni definitive.

Credo nei passaggi.

Nelle crepe.

Nelle domande che restano aperte.

Nella curiosità che rompe i coglioni anche quando sarebbe molto più semplice starsene tranquilli.

Il mio unico destino, se proprio devo averne uno, è questo:

non smettere mai di cercare.

Anche quando non so cosa sto cercando.

Soprattutto allora.-

G.L.

- Testo protetto dal diritto d’autore -

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