Graf von Hallberg - Seconda parte - La macchia...

scritto da Vittoria Solari
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Testo: Graf von Hallberg - Seconda parte - La macchia...
di Vittoria Solari

Graf von Hallberg

Seconda parte - La macchia d'acqua

I

Ci sposammo a giugno del 1960, nella chiesa del paese. Carlo disse il suo sì con la voce chiara di chi parla in pubblico, e lo sentirono fino in fondo alla navata. Il ricevimento lo offrirono i conti, nel parco, sotto i tigli. Mia madre, quel giorno, fu felice senza riserve, e credo che fu l'ultima volta. Antonio aveva montato i tavoli la mattina presto, e li aveva coperti con le tovaglie della villa, e quando arrivammo non c'era più.

*

A Milano avevamo una casa vicino all'università, con i libri fino al soffitto. Carlo diventò professore a trentaquattro anni. Io insegnavo in un liceo, e la sera correggevo i temi mentre lui scriveva, e poi parlavamo. Parlavamo di tutto.

I figli non vennero. Non ne parlammo, cioè ne parlammo moltissimo, che è lo stesso.

Una domenica di settembre del 1963 eravamo seduti sul muretto sopra la darsena, e Antonio passò sotto di noi col carretto. Carlo lo seguì con gli occhi, con la curiosità da studioso che aveva per tutto.

«È un caso interessante, sai» disse. «Giuridicamente.»

Gli chiesi perché.

«Il diritto vive di dichiarazioni. Un contratto, un testamento, un matrimonio: bisogna che qualcuno dica voglio, e che lo dica in modo che resti. Quello che non viene dichiarato, per il diritto, non esiste.» Sorrise. «Lui, per il diritto, esiste pochissimo.»

Lo disse senza cattiveria, come avrebbe detto una cosa sul tempo, ed era vero, ed era anche una cosa ben costruita. Io guardai Antonio che spingeva il carretto su per la salita, verso il capanno che un testamento gli aveva dato senza che lui dichiarasse niente, e non risposi. Carlo prese il mio silenzio per un assenso, come prendeva tutti i silenzi.

Fu quella sera, a Milano, che pensai di raccontargli della darsena. Eravamo a letto, lui leggeva. Avevo la frase pronta: sai che quando avevo quattordici anni, e poi il resto. Pensai a come l'avrebbe ascoltata, con attenzione, e a come me l'avrebbe restituita, spiegata, messa in ordine, con un senso che io non le avevo mai dato. Non dissi niente.

Non so dire quando cominciò. So che a un certo punto mi accorsi che quando litigavamo non litigavamo: discutevamo, e vinceva lui, perché argomentava meglio, e io mi ritrovavo convinta di avere torto su cose su cui sapevo di avere ragione. So che Carlo mi spiegava a me stessa, con affetto, con precisione, e che le sue spiegazioni erano sempre giuste e non erano mai me. So che una sera, dopo che gli ospiti se n'erano andati, lo guardai sparecchiare mentre mi raccontava la cena che avevamo appena fatto insieme, e pensai che ci eravamo detti tutto, in quegli anni. E che non c'era una sola cosa, tra noi, che fosse successa senza essere stata detta prima.

Ricordo una sera in particolare. A un'allieva di sedici anni era morto il padre, e io tornai a casa e non riuscivo a smettere di piangere. Carlo mi fece sedere, mi versò un bicchiere, e mi spiegò con grande delicatezza le ragioni per cui piangevo: la stanchezza, la ragazza che mi ricordava me, mio padre che invecchiava, i figli che non avevamo. Erano tutte giuste. Alla fine smisi di piangere, perché non c'era più niente da piangere: era stato tutto spiegato. Andammo a letto, e io rimasi sveglia a guardare il soffitto, e pensai che avrei voluto soltanto che mi tenesse la mano senza dire niente.

Sapevo che ne era capace, ed era questo che non riuscivo a perdonargli. Nell'inverno del 1962 mio padre si era sentito male mentre spalava la neve davanti al cancello, e lo avevano portato all'ospedale di Verbania. Carlo guidò da Milano senza fermarsi, e nel corridoio, per le tre ore in cui nessuno venne a dirci niente, rimase seduto accanto a me con la mia mano nella sua, e non disse una parola. Nemmeno una. Quando il medico uscì a dire che mio padre se la sarebbe cavata, Carlo si alzò, andò a cercare un caffè, e in macchina, tornando, mi spiegò che cos'era un'aritmia. Quel corridoio resta la cosa più bella che abbia fatto per me. Da quel giorno sapevo che il silenzio lo conosceva, e che quasi sempre sceglieva le parole.

*

Non ci fu una rottura. Una sera d'aprile del 1965 Carlo disse: «Credo che dovremmo parlarne.» E ne parlammo, per tutta la notte, con ordine, con intelligenza, senza alzare la voce: fu la conversazione più bella della nostra vita, e alla fine eravamo d'accordo su tutto. A settembre me ne andai. Non ci furono avvocati. Nessuno dei due voleva che un estraneo spiegasse a un giudice quello che noi avevamo già spiegato così bene.

Tornai alla casa del custode. Avevo trentun anni e dormivo nella stanza di quando ne avevo quattordici, e dalla finestra vedevo lo stesso tetto della darsena, e lo stesso lago. Trovai un posto al liceo di Intra. Mio padre non disse niente. Una sera, passandomi dietro in cucina, mi mise una mano sulla spalla e la lasciò lì un momento, e fu tutto il suo discorso.

La sera, dalla mia finestra, vedevo la luce del capanno accesa fino a tardi.

Quell'inverno nevicò fino al lago. Ogni mattina, quando uscivo per prendere il battello, il sentiero dal cancello al pontile era già spalato, e sul primo gradino c'era un po' di sale. Mio padre diceva che non era stato lui. Non vidi mai Antonio farlo; vedevo solo, la sera, la pala appoggiata al muro del capanno. Non lo ringraziai. Non sapevo come si ringrazia qualcuno per una cosa che non ti ha detto di aver fatto.

Una mattina di maggio del 1967 mi svegliai prima dell'alba e andai alla finestra. Il lago era fermo, di un grigio chiaro, vuoto. Poi vidi la barca. Era quella dei conti, di legno lucido, ferma a un centinaio di metri dalla darsena, con il motore spento. Antonio era seduto al posto di guida. Non remava, non pescava, non guardava niente in particolare: stava lì, con le mani sul volante, e la barca girava piano su se stessa, dove la portava l'acqua. Rimase così finché il sole non toccò le montagne dall'altra parte. Poi accese il motore, la riportò dentro senza fare onde, e un quarto d'ora dopo lo vidi risalire il parco con il rastrello, come ogni mattina.

Quell'anno i conti la barca non la usarono mai. Io tornai alla finestra altre mattine, all'alba, e qualche volta la barca era sul lago.

Non lo dissi a nessuno, e a me stessa lo dissi appena. Ma certe mattine, se la barca non c'era, restavo alla finestra lo stesso, e la giornata cominciava storta, e non sapevo perché. O lo sapevo, e non avevo ancora le parole per dirmelo.

*

Dei tre figli, il conte Matthias era quello che veniva più spesso, e da solo. Aveva divorziato a Zurigo dieci anni prima, dove si poteva, e da allora nessuno in famiglia sapeva bene cosa fare di lui. Aveva più di cinquant'anni. Mi chiedeva di prendere il caffè sulla terrazza, la sera, quando il resto della villa era chiuso, e parlavamo, metà in italiano e metà in tedesco, dei nostri matrimoni.

Sua moglie, mi disse, se n'era andata con un architetto di Lugano, un amico di famiglia, e lui l'aveva lasciata andare senza muovere un dito: aveva firmato le carte che gli avevano messo davanti, e la settimana dopo era partito per sciare. La prima volta lo raccontò ridendo; poi smise di ridere, e da allora ci raccontammo tutto, con la franchezza che si ha solo con chi non potrà mai diventare niente per te.

D'inverno, quando la villa era chiusa, veniva lo stesso, e allora stavamo nel salone, con una sola stufa accesa e i mobili coperti dai teli bianchi. Lui suonava il pianoforte, male, e rideva di sé. Parlava di suo padre più di quanto parlasse dei fratelli.

«Mio padre non spiegava niente» mi disse una sera. «Diceva che le spiegazioni sono per chi ha torto. Noi figli abbiamo passato la vita a cercare di capire cosa pensasse, e lui è morto senza dircelo.» Guardò il ritratto sopra il pianoforte.

*

Fu una sera di settembre del 1968. Quel pomeriggio c'era stata una riunione di famiglia nel salone, a porte chiuse, e da fuori si erano sentite soltanto le voci, in tedesco, e quella del conte Konrad sopra le altre. Dopo cena, sulla terrazza, Matthias per un pezzo non disse niente. Poi Antonio passò sotto di noi con la scala in spalla, diretto al capanno, e Matthias lo seguì con gli occhi finché non scomparve tra gli alberi.

«Konrad vuole ricomprarlo» disse. «Il capanno, e il terreno sotto. Ha fatto preparare un'offerta dal notaio di Intra: una bella cifra, dice, per un giardiniere. Dice che è un'anomalia, e che le anomalie abbassano il prezzo delle ville.» Girò il cucchiaino nella tazzina, a lungo. «Sai perché mio padre gliel'ha lasciato?»

Era l'estate del 1933. Matthias aveva ventidue anni ed era a casa dall'università. La madre di Antonio, Giovanna, faceva i servizi alla villa, e il bambino, che aveva sei anni, se lo portava dietro, e il bambino si nascondeva nel capanno, che allora era di legno. Il conte, ogni agosto, bruciava le foglie secche e i rami contro il muro del capanno. Quel giorno le accese e salì in terrazza a leggere. Si alzò il vento.

«Io vidi il fumo per primo» disse il conte Matthias. «Mio padre corse giù. Sfondò la porta con la spalla, a sessantotto anni, e lo tirò fuori. Si bruciò le mani anche lui.» Si fermò. «Il bambino non aveva gridato. Non poteva.»

La famiglia pagò i medici di Milano, pagò Giovanna, e non ne parlò più. In paese si seppe dell'incendio, non di chi lo avesse acceso. Il capanno il conte lo fece ricostruire in pietra.

«Non se l'è mai perdonato. Non ne ha mai parlato, nemmeno con noi. Il testamento era il suo modo di parlarne.»

Gli chiesi se il conte Konrad lo sapesse.

«Konrad non vuole saperlo» disse. «Per questo non lo sopporta.»

Gli chiesi che cosa avrebbe fatto Antonio con l'offerta.

«Firmerà» disse Matthias. «Ha sempre detto sì a tutti.»

Poi parlò d'altro. Io rimasi con la tazzina in mano e pensai alla darsena. E pensai al conte, il giorno che eravamo arrivati, che mi teneva la mano un momento più del necessario, e a cosa dovesse ricordargli una ragazzina, qualunque ragazzina, che veniva ad abitare a pochi passi da quel capanno.

L'offerta arrivò al capanno a ottobre, in una busta del notaio. Antonio la rimandò indietro il giorno dopo, senza firma. Che io sappia, fu l'unica volta in cui disse di no a qualcuno.

Quella sera mi tornarono in mente, intere, le parole del notaio: affinché possa continuare a prestare la sua opera presso la villa chiunque ne sia il proprietario. Adesso capivo per chi erano state scritte: per Konrad, e per chiunque sarebbe venuto dopo e avrebbe guardato quella faccia, e detto non si sa cosa pensa, e l'avrebbe voluto lontano. Ad Antonio non aveva lasciato soldi: non c'era niente da cui dovesse liberarsi. Gli aveva lasciato un pezzo di terra sotto i piedi, e la libertà di restare, se voleva. Antonio era rimasto.

*

La legge sul divorzio passò il primo dicembre del 1970. Mia madre lesse il giornale in cucina e disse: «In questa famiglia, no.» Non lo disse a me. Lo disse al giornale.

Io avevo cinque anni di separazione, i cinque anni che la legge chiedeva, e a gennaio andai da un avvocato di Verbania. Carlo acconsentì con una lettera lunga, affettuosa, esattissima, la più bella che mi abbia mai scritto. La sentenza arrivò a maggio del 1971. Fino a quel giorno avevo potuto dirmi che ero sposata, e che quindi certe cose non mi riguardavano. Da quel giorno non ebbi più niente da dirmi.

*

A giugno, al liceo di Intra, arrivai con l'ultimo anno a Leopardi. Era l'ultimo mese di scuola, faceva già caldo, e le finestre dell'aula davano sul lago. Spiegavo il ciclo di Aspasia: Firenze, la donna bella e colta che lo riceveva nel suo salotto e non lo amava, le lettere, le poesie scritte dopo. Dicevo le cose che si dicono: la gobba, la salute, l'orgoglio, l'illusione che cade.

Una ragazza del primo banco alzò la mano. Si chiamava Luisa, era la figlia del farmacista, e faceva domande che non stavano nel programma.

«Ma lui gliel'ha mai chiesto, professoressa? Chiesto davvero, se lo voleva?»

Cominciai a rispondere. Dissi che non ce n'era bisogno, che lui la risposta la conosceva già, che bastava che si guardasse allo specchio, e lì mi fermai, con il gesso in mano, e la classe aspettò.

Pensai al vialetto, il primo anno: il berretto in mano, un passo fuori dal sentiero. Alla siepe, in marzo, lui dentro fino alle spalle. Agli occhi per terra quando passavo, per vent'anni. Al lato sinistro della faccia. L'avevo preso per rispetto, poi per timidezza, poi per abitudine. Non era niente di tutto questo. Antonio aveva fatto quello che Leopardi faceva nel salotto di Firenze: si era dato la risposta da solo, prima di fare la domanda. Aveva messo insieme la faccia e la voce che non aveva, e aveva deciso per me che io non l'avrei scelto.

«Professoressa?» disse Luisa.

Dissi che era una bella domanda, e che ne avremmo parlato la volta dopo. Non ne parlammo più. Quella sera, tornando a casa, passai davanti al capanno, e la luce era accesa, e capii anche un'altra cosa: che non sarebbe bastato dirglielo. Qualunque frase gli avessi detto, l'avrebbe presa per gentilezza, per pietà, per un altro poverino. Con lui le parole non avrebbero dimostrato niente. Ci voleva una cosa che non si potesse capire in nessun altro modo.

*

Il ventiquattro giugno era la festa di San Giovanni. I conti erano in Svizzera. Mia madre non voleva andarci, perché in paese adesso guardavano lei, non me; ma mio padre insistette, e alle sette uscirono, lei col vestito buono, lui col cappello. Sulla soglia mia madre si voltò a guardarmi. Non mi fece promettere niente.

Faceva caldo, un caldo fermo, e sopra le montagne dall'altra parte c'erano delle nuvole alte, di un bianco sporco. Presi le chiavi della villa dal chiodo in cucina. Accanto c'era ancora quella della darsena, con la targhetta rossa.

Nel salone non accesi il lampadario. Accesi solo la lampada sul pianoforte, sotto i ritratti. Il pavimento alla veneziana era fresco sotto le scarpe, come d'estate, come ai tempi dei tè. Rimasi in piedi al centro della stanza, non so quanto. Poi andai al telefono, e sul cartoncino c'era ancora il numero, scritto dalla mano di mio padre vent'anni prima.

Suonò a lungo. Poi smise di suonare, e dall'altra parte non ci fu niente: sentivo solo che c'era qualcuno.

«Antonio» dissi. «Sono Camilla. Sono nel salone. Mi sembra che ci sia una macchia d'acqua.»

Silenzio. Poi il verso, sottile, da lontano.

Riattaccai. Venti minuti, pensai. Rimasi vicino al pianoforte e li contai tutti, e sentii il temporale avvicinarsi dal lago senza arrivare. Poi i passi sulla ghiaia.

Entrò con la borsa degli attrezzi e una torcia. Mi guardò un momento, poi alzò la torcia verso il soffitto e cominciò a cercare. Girò lungo le pareti, guardò sotto le porte finestre, si chinò a toccare il pavimento con il palmo della mano dove la pietra era più scura, e non era bagnata. Controllò anche l'angolo dietro il pianoforte. Poi si voltò verso di me e fece un gesto con la mano libera, una domanda: dove?

Non c'era nessuna macchia d'acqua.

Alzai le mani dietro il collo e slacciai un bottone, uno solo. Il vestito cadde.

Antonio rimase fermo, con la torcia abbassata, per un tempo che non so misurare. Poi posò la borsa degli attrezzi, venne verso di me, raccolse il vestito dal pavimento e me lo rimise sulle spalle. Lo tenne chiuso sul davanti, con tutte e due le mani. Capii che non ci credeva: pensava che fosse un errore, o un capriccio, o un'altra forma di pietà. Pensai che fosse finita lì, e per un momento fui quasi sollevata.

Ma non se ne andò. Rimase davanti a me, così vicino che sentivo l'odore del temporale che non arrivava, e mi guardò in faccia a lungo, come se cercasse la bugia. Io non abbassai gli occhi. Allora lasciò andare il vestito, guardò la torcia che aveva ancora accesa in mano, e la spense.

Al telefono aveva detto sì, e non so, ancora oggi, a che cosa. So a che cosa l'avevo detto io. E so che la torcia l'aveva spenta lui.

II

La mattina dopo lo vidi dalla finestra della casa del custode. Rastrellava la ghiaia davanti al cancello, come ogni mattina, e quando alzò la testa e mi vide non si girò. Per la prima volta in ventitré anni mi lasciò guardare tutta la sua faccia, il lato bruciato e l'altro, alla luce del giorno. Restammo così, io alla finestra e lui con il rastrello in mano, finché mia madre non mi chiamò per il caffè. Poi riprese a rastrellare.

*

Non ci sposammo. Nessuno dei due lo propose. Io un matrimonio fatto di parole davanti a un altare l'avevo già avuto; lui non me l'avrebbe potuto chiedere. A settembre comprai una casa sulla strada sopra la villa, a dieci minuti a piedi, con i miei risparmi di insegnante, e a ottobre ci andammo a vivere, Antonio e io. Senza prete e senza sindaco. In paese dissero che vivevamo more uxorio, che è il modo latino di dire una cosa che in italiano non si voleva dire, e lo dissero per anni.

A mia madre l'avevo detto in cucina, una sera di luglio, e lei non aveva urlato. Si era seduta, con lo strofinaccio ancora in mano, e aveva cominciato a piangere senza rumore, e pianse così, a intervalli, per tre mesi. Il giorno del trasloco pianse tutto il tempo, in piedi sulla soglia della casa del custode, mentre Antonio caricava le mie scatole sul carretto. Per lei era il secondo lutto dopo il divorzio, ed era peggio. Una figlia divorziata si poteva ancora spiegare. Una figlia che viveva col giardiniere, senza nemmeno un sindaco, no. Mio padre ci aiutò con le scatole.

A novembre invitai a pranzo nella casa nuova i miei genitori e i conti. Vennero tutti. La contessa Ursula mi portò un mazzo di rose e mi chiese in tedesco, piano, se ero sicura. Antonio servì a tavola con un vestito blu che avevamo comprato insieme a Intra, e se lo toccava ogni tanto sul petto, come per controllare che ci fosse. Mia madre pianse per tutto il pranzo. Mio padre mangiò tutto quello che aveva nel piatto, lentamente, e disse che era buono.

Guardavo Antonio girare intorno al tavolo con i piatti, e a un certo punto mi accorsi che non vedevo più le sue cicatrici. Non so da quando. Non avevo deciso di non vederle: la sua faccia era diventata la sua faccia, e basta. Per trovarle, adesso, dovevo cercarle.

Poi guardai gli altri, e le vidi su di loro.

Le vidi sul conte Konrad, che diceva grazie ad Antonio senza alzare gli occhi dal piatto: una pelle tirata e lucida intorno alla bocca. Sulla moglie, nel sorriso che teneva fermo da un'ora. Sulla contessa Ursula, che mi voleva bene, e all'arrivo mi aveva chiesto se ero sicura. Su mia madre, che ne aveva più di tutti, perché le sue erano le più vecchie. Erano i segni di un fuoco anche quelle: tutto quello che avevano imparato a pensare di un uomo con quella faccia e senza voce, e che non avevano mai smesso di pensare. Sul viso di mio padre non ne trovai. Nemmeno su quello del conte Matthias. E Antonio, di quelle, non ne aveva mai avute.

Io le riconobbi perché le avevo avute. Sul vialetto, il primo anno, stretta contro la siepe; nel salone, il giorno del poverino. Non so quando fossero guarite. So che quel giorno, a tavola, mi toccai la faccia senza pensarci, e la pelle era liscia.

Al caffè il conte Matthias si alzò per un brindisi, alzò il bicchiere, ci guardò come mi aveva guardata il pomeriggio del poverino, e si rimise a sedere senza dire niente. Fu il brindisi più breve che abbia mai sentito, e l'unico che ricordo.

*

Da allora Antonio è sceso alla villa ogni mattina, e ci scende ancora. I conti non sono più venuti così spesso, dopo; ma la villa è in ordine come non è mai stata.

La casa nuova aveva una stanza in più, che avrebbe dovuto essere la sala. Antonio ci lavorò tutto l'inverno, la sera, con il legno di un noce che era caduto nel parco. Quando ebbe finito, le quattro pareti erano scaffali dal pavimento al soffitto, e c'era perfino una scala che scorreva su una guida di ottone, trovata da un rigattiere di Verbania. Non gli avevo mai raccontato della biblioteca del conte. Forse mi aveva vista lui, quel luglio, sulla soglia, a leggere i dorsi muovendo le labbra. Ci misi dentro i miei libri, tutti, e restò posto. La sera lui si sedeva lì con me, in quella stanza piena di parole che non avrebbe letto, e c'era.

Una mattina di maggio, il secondo anno, Antonio batté sul vetro prima dell'alba. Pensai che fosse successo qualcosa alla villa. Mi fece segno di vestirmi, e di fare piano, anche se in casa non c'era nessun altro da svegliare. Scendemmo per il parco al buio, lui davanti con la torcia, fino alla darsena. Aprì il cancello sul lago, tolse il telone alla barca, lo piegò sul gradino, e mi tese la mano per salire.

Uscimmo con il motore al minimo, poi lui lo spense. Il lago era fermo e grigio, e la villa, da lì, era piccola, gialla, con le persiane chiuse. Antonio si alzò dal posto di guida e mi ci fece sedere. Mi mise le mani sul volante, tutte e due, poi andò a sedersi a prua, di spalle, e guardò le montagne.

Non andavamo da nessuna parte. La barca girava piano, dove la portava l'acqua, e io tenevo il volante di una barca ferma, e in vita mia non avevo mai tenuto niente di così inutile e così mio. Restammo finché il sole non toccò le montagne dall'altra parte. Poi lui tornò a poppa, riaccese il motore e rientrammo. Rimise il telone, richiuse il cancello, e salì per il parco con il rastrello.

Ci tornammo altre volte, negli anni, sempre all'alba.

Sua madre la conobbi davvero soltanto allora. Era una donna piccola, con le mani rovinate dai servizi, che parlava poco anche lei, per abitudine. La andavo a trovare il giovedì. Una volta le chiesi com'era Antonio da bambino, prima del capanno. Ci pensò a lungo. Poi disse che era sempre stato così: che a quattro anni divideva il pane con i gatti, e che quando i bambini della via gli tiravano i sassi per il verso che faceva, dopo, lui li aspettava all'angolo per dargli le castagne. «Nessuno gliel'ha insegnato» disse. «Io no di sicuro. Io gli insegnavo a stare zitto e a non farsi vedere.»

In paese, quando passavamo, qualcuno smetteva di parlare. Io lo sentivo ogni volta. Antonio no: salutava tutti allo stesso modo, anche la donna del latte che per vent'anni aveva abbassato la voce su di lui, e si fermava ad aiutarla con le cassette. A me non chiese mai niente. Non mi chiese di Carlo, né perché l'avessi sposato, né perché fossi tornata. Quello che avevo fatto della mia vita, per lui, era mio.

Io avevo sempre creduto che tutto si imparasse: il tedesco, il latino, il modo di tenere la tazza ai tè della contessa, e anche, con quattro anni di libri, a dire di no a un uomo come Felix. Avevo creduto che quello che siamo fosse una lezione, e che una lezione si potesse disimparare. Antonio non aveva imparato niente di tutto questo. Nessuno gli aveva insegnato a essere buono, e il paese, i conti, sua madre stessa gli avevano insegnato per quarant'anni il contrario: a vergognarsi, a scansarsi, a stare dentro la siepe. Non era servito. Era nato così, come era nato muto. La natura gli aveva deciso la voce, e aveva deciso anche il resto.

Nel 1974, al referendum, votai perché la legge sul divorzio restasse. Antonio venne con me al seggio, e non so che cosa votò.

Antonio sapeva scrivere, e scriveva poco: un biglietto sul tavolo, qualche volta, «pane», «torno tardi», «stufa». Il resto erano gesti. Una mano sulla spalla, come mio padre. Il caffè pronto quando mi alzavo. Il vetro della finestra battuto con le nocche, due volte, quando voleva che uscissi a vedere qualcosa.

Una volta sola scrisse qualcosa di più. Nel 1983 fui operata all'ospedale di Novara e ci restai tre settimane. Veniva ogni giorno, con la corriera e col treno, si sedeva accanto al letto, e non potendo dire niente non diceva niente, e io ero contenta così. L'ultimo giorno, prima di andarsene, lasciò un biglietto sul comodino. C'era scritto, in stampatello: «LA CASA È VUOTA.» Lo conservo ancora. È la cosa più lunga che mi abbia mai scritto, e la più chiara.

Ci misi anni a imparare lui. Avevo passato la vita a studiare le parole, e vivevo con un uomo che non le usava; ma chi non parla pensa lo stesso, e i pensieri da qualche parte vanno a finire. I suoi finivano nelle cose. Quando era preoccupato, puliva gli attrezzi due volte. Quando qualcosa lo aveva ferito, la sera la legna era spaccata più fine, e la catasta più alta. Quando era contento, rifaceva un vialetto che non ne aveva bisogno. Carlo mi aveva detto tutto, per cinque anni, e io di lui non avevo saputo quasi niente. Di Antonio, guardando, seppi quasi tutto.

La frase del tango la ritrovai un giorno, sfogliando il quaderno. Lui guida, lei segue. Pensai alla barca all'alba, alle mie mani sul volante e a lui seduto a prua, di spalle, e risi da sola in cucina. Era una sciocchezza, detta bene. Non esisteva un rapporto giusto tra un uomo e una donna: ce n'era uno per ogni coppia, e il nostro non somigliava a nessun ballo.

Io, la sera, qualche volta gli leggevo. Lui ascoltava con gli occhi chiusi, e non ho mai saputo se ascoltasse le parole o soltanto la mia voce.

Una sera d'inverno gli lessi Catullo. Quel distico dell'odio e dell'amore lo avevo spiegato per vent'anni, alle ragazze di Milano e poi a quelle di Intra, e lo avevo spiegato bene: il paradosso, i due verbi in fondo, la forza del non so. Glielo tradussi piano. Odio e amo. Forse mi chiedi perché lo faccio. Non lo so, ma sento che succede, e mi tormento. Arrivata lì, mi fermai.

Quello che Catullo dice in due versi l'avevo ritrovato, con altre parole, in Saffo, in Petrarca, in Rilke, nei romanzi che avevo fatto leggere a una classe dopo l'altra: che l'amore non ha ragioni, che non si sceglie. Per liberarmi degli uomini che mi convenivano avevo avuto bisogno dei libri, di anni di libri e di ragionamenti. Per Antonio non avevo ragionato niente. Se qualcuno mi avesse chiesto perché, avrei avuto soltanto la risposta di Catullo; dell'odio e del tormento non sapevo che farmene, ma il resto era mio. Fino a quella sera quella frase l'avevo saputa. Quella sera era vera.

Antonio aprì gli occhi e aspettò che andassi avanti. Andai avanti.

Sua madre morì nel 1975. Mio padre nel 1979. Mia madre visse fino al 1984, e negli ultimi anni lasciò che Antonio le aggiustasse le persiane, le portasse la legna, la prendesse in braccio per metterla in macchina quando non camminava più. Non disse mai che si era sbagliata. Si lasciò aiutare, che per lei era lo stesso.

Il conte Matthias morì nel 1985, a Zurigo. Antonio volle venire al funerale. Stette in fondo alla chiesa, col vestito blu, e alla fine, quando la gente uscì, rimase ancora un momento davanti alla bara. Lo vidi muovere le labbra, come chi dice qualcosa, senza nessun suono. Sul sagrato il conte Konrad gli tese la mano, per la prima volta. Antonio gliela strinse.

Sono stata felice.

*

Sapevo che mi voleva. L'avevo capito in un'aula di Intra, e lui me l'aveva detto spegnendo una torcia. Quello che non so è se sarebbe mai venuto da solo. La scelta, quella sera nel salone, l'avevo fatta io: io l'avevo chiamato, io avevo slacciato il bottone. Lui aveva deciso da tanto tempo che io non l'avrei scelto, e quando l'avevo scelto aveva accettato, come aveva sempre accettato le scelte degli altri. Una volta aveva saputo dire no, a Konrad, con una busta rimandata indietro; ma non l'ho mai sentito dire voglio. Se non l'avessi chiamato io, credo che sarebbe rimasto nel capanno tutta la vita, con la luce accesa fino a tardi, a guardarmi passare. Me lo chiedo da più di vent'anni: se si può dire che un uomo ti abbia scelta, quando ti ha soltanto lasciata scegliere.

Non gliel'ho mai chiesto. Avrei potuto: sa leggere, e sa scrivere. Avrei potuto mettergli davanti un foglio e una penna, e aspettare. In vent'anni nessuno gli ha mai chiesto niente: né un prete, né un sindaco, né io. L'unico sì che gli abbia sentito dire su di noi è quello al telefono, per una macchia d'acqua che non c'era. Non l'ho fatto, perché la risposta sarebbe stata fatta di parole, e io delle parole, alla fine, mi fido meno di lui.

*

Il foglio è qui, sul tavolo di mia madre. Ci ho scritto una frase, stamattina, per dire che cosa sono stati questi anni con Antonio. «Una vita fatta di gesti e di silenzio.» L'ho cancellata: era bella, e sembrava una cosa letta da qualche parte. Ne ho scritta un'altra: «Antonio mi ha scelta.» L'ho cancellata, perché non lo so. Poi: «Io ho amato Antonio.» Questa è vera. Ma scritta sul foglio era piccola, più piccola di quello che era, come una stanza grande vista dal buco della serratura. L'ho cancellata anche lei.

Fuori c'è il sole. Poco fa è finito il rumore del rastrello.

Adesso Antonio batte sul vetro con le nocche, due volte, come fa sempre quando vuole che esca a vedere qualcosa.

Lascio il foglio così, con le righe cancellate, e vado.

Graf von Hallberg - Seconda parte - La macchia... testo di Vittoria Solari
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