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Lisboa, 1763.
Il mare era grigio, teso come una lama, e sulla spiaggia di Belém il vento trascinava conchiglie e corde abbandonate.
Elías Duarte, ventidue anni, stava tornando dal porto quando vide qualcosa brillare tra la sabbia: una bottiglia, incrostata di sale, chiusa da un tappo di cera.
Dentro, un foglio piegato e ingiallito.
> “Se ti arriva questo messaggio, vieni a trovarmi qui,
dove il sole nasce dalla sabbia e dal grano.”
Non c’era nome, non c’era firma. Solo quella frase, come una voce venuta da un altro mondo.
Da quella notte, Elías smise di dormire.
Ogni volta che guardava l’oceano, sentiva che là, da qualche parte oltre la linea dell’orizzonte, qualcuno lo stava aspettando davvero.
Nel gennaio del 1764 si imbarcò su una nave diretta verso il Nuovo Mondo.
Il mare lo spezzò e lo plasmò. Le tempeste strapparono le vele, la febbre si portò via uomini ogni settimana.
Elías imparò a sopravvivere masticando il silenzio.
Non conosceva le lingue che lo circondavano: il portoghese suo si confondeva con lo spagnolo, con l’africano, con il dialetto dei marinai.
Ma ripeteva la frase della lettera come un rosario:
> “Dove il sole nasce dalla sabbia e dal grano…”
Dopo mesi, approdò a Cartagena de Indias, un porto vivo e spietato.
Poi proseguì via terra verso sud, tra piantagioni e deserti.
Finché, in un giorno di luce tagliente, vide comparire un villaggio disteso tra campi dorati e dune di sabbia.
San Miguel del Oro.
Il villaggio era povero e arido, ma colmo di vita.
Elías entrò in una locanda per chiedere da bere.
Dietro il bancone, una giovane donna lo fissò con curiosità.
Pelle color cioccolato, occhi color caffè, profondi e caldi come il tramonto.
I suoi capelli neri riflettevano la luce come seta.
Lui era pallido, scavato dal viaggio, con occhi verdi chiari, limpidi come il vetro del mare.
Si guardarono in silenzio, e qualcosa passò tra loro, invisibile ma fortissimo.
Elías non sapeva dire una parola di spagnolo, lei non conosceva il portoghese.
Così, nei primi giorni, si parlarono con i gesti, con i sorrisi, con i disegni sulla sabbia.
Fu lei, Isabel Vargas, a insegnargli le prime parole, una per volta, scritte su un foglio:
“agua”, “pan”, “sol”, “vida”.
Lui le rispondeva in portoghese, con voce timida, e lei rideva del suo accento.
Quando Elías le mostrò la lettera, il tempo si fermò.
Isabel la riconobbe subito. Era la sua calligrafia.
L’aveva scritta da ragazza, e gettata nel mare come un sogno impossibile.
Non avrebbe mai immaginato che, anni dopo, un uomo sconosciuto l’avrebbe trovata — e attraversato il mondo per cercarla.
Passarono mesi.
Elías trovò lavoro come falegname, ricostruendo porte, carri e travi per le case del villaggio.
Tutti lo chiamavano el carpintero blanco — il falegname pallido dagli occhi di giada.
Isabel lo aiutava a tradurre, a farsi capire, a vivere tra la gente.
Una sera, durante una festa, ballarono insieme per la prima volta.
Il cielo era rosso di torce, il vento portava odore di mais arrostito.
Lei gli prese la mano.
Lui tremava come un ragazzo, anche se aveva già conosciuto il mare.
Da quel giorno furono inseparabili.
Isabel gli insegnò a leggere e a scrivere lo spagnolo, lui le insegnò le canzoni portoghesi che aveva imparato in porto.
E nella piccola casa che costruirono insieme ai margini del villaggio, il tempo cominciò a respirare piano.
Nel 1770 nacque Lucía, la loro prima figlia.
Aveva la pelle dorata, come la terra dopo la pioggia, e gli occhi color miele.
Elías lavorava nei campi, Isabel insegnava ai bambini del villaggio a leggere.
Gli anni scorrevano come fiumi.
Le stagioni si ripetevano, ma ogni raccolto aveva un sapore diverso, ogni tramonto un colore nuovo.
A volte litigavano, per gelosia, per paura, per stanchezza.
Ma poi tornavano a cercarsi come due fiumi che si ritrovano dopo un temporale.
Lui non smise mai di chiamarla mi sol de arena,
e lei, sorridendo, lo chiamava meu mar perdido.
Arrivarono tempi difficili.
Le rivolte contro i coloni esplosero in tutta la regione.
San Miguel del Oro venne incendiata due volte; le truppe spagnole portarono via i raccolti, gli uomini furono arruolati a forza.
Elías rischiò la vita difendendo il villaggio.
Per mesi dormì all’aperto, tra il grano bruciato e la sabbia nera, solo per proteggere la casa e Isabel.
Quando tutto finì, i due erano cambiati.
Avevano perso molto — amici, terre, pace — ma non si erano mai lasciati.
Il dolore li aveva uniti più di prima.
Gli anni si fecero più calmi.
Lucía crebbe, si sposò e partì per Bogotá.
Elías e Isabel restarono soli, ma non sentirono mai la solitudine come una condanna: era semplicemente un’altra forma di vivere insieme.
Ogni mattina lui si alzava prima del sole, preparava il caffè e lo lasciava sul tavolo per lei.
Ogni sera lei lo aspettava con una candela accesa.
Parlavano poco, ma bastava uno sguardo per dire tutto.
Invecchiarono così, tra le colline e il vento caldo.
Isabel cominciò a camminare più piano, Elías a vedere meno.
Ma nessuno dei due aveva paura.
Avevano attraversato tutto: mari, rivolte, tempeste, lutti.
Eppure, ogni volta che lui la guardava, rivedeva ancora quella ragazza della locanda, con gli occhi color caffè e la pelle che odorava di sole.
Nell’estate del 1801 Isabel si ammalò.
Il respiro diventò corto, le mani fredde.
Elías non la lasciò mai sola.
Le leggeva le sue lettere, le raccontava di quando aveva trovato la bottiglia, di come non aveva mai smesso di crederci.
> “Ricordi?” sussurrava lei. “Ti ho scritto senza sapere chi fossi.”
“E io ho navigato mezzo mondo per arrivare a te,” rispondeva lui.
Un mattino, all’alba, mentre la luce entrava dalla finestra e colorava la sabbia e il grano, Isabel chiuse gli occhi.
Aveva ancora la mano di Elías stretta nella sua.
Lui rimase a guardarla per ore.
Non pianse. Solo sorrise piano, come si fa davanti a qualcosa che si è capito troppo tardi: che l’amore, quello vero, non finisce mai, si trasforma in respiro, in vento, in ricordo.
La seppellì sotto un albero di jacaranda, dove il vento portava odore di mare.
Poi visse ancora qualche mese, solo, seduto ogni giorno vicino alla sua tomba.
Si dice che morì guardando il tramonto, con la bottiglia tra le mani.
Oggi, nelle pianure del nord di Colombia, c’è ancora un piccolo villaggio chiamato San Miguel del Oro.
La gente racconta la leggenda del falegname bianco e della donna dagli occhi color caffè, che si amarono per quarant’anni, sfidando il mare, il tempo e la morte.
E quando l’alba si accende sul grano, il vento sembra portare due voci lontane:
una in spagnolo, una in portoghese,
che si chiamano piano, come una preghiera che non smette mai di essere ascoltata.