La grandezza di un segreto

scritto da innuendi
Scritto 20 ore fa • Pubblicato 11 ore fa • Revisionato 11 ore fa
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E per un istante, soltanto per un istante, ho paura che sia l'unica cosa vera che mi sia rimasta.
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Testo: La grandezza di un segreto
di innuendi

La grandezza di un segreto sta in quel breve intervallo tra ciò che non riusciamo a dimenticare e ciò che non siamo più capaci di rimettere al proprio posto. È uno spazio stretto, una crepa nella memoria, dove le cose continuano a esistere anche quando abbiamo perso il diritto di chiamarle per nome.

Raggiungere la vetta di un monte è un lusso che pochi sanno concedersi. Bisogna trovare il sentiero giusto, imparare ad ascoltare il proprio respiro, accettare che, a una certa altezza, il mondo smetta di fare rumore. Restano la neve, le montagne, il silenzio. Ricordo il lago Cecita coperto di ghiaccio e le alture delle Madonie innevate, il freddo che ti entra nelle ossa e quella sensazione di essere finalmente lontano da tutto, persino da te stesso.

Poi arriva la notte. La strada si allunga sotto i fari e bisogna tornare a casa, come fanno tutti quelli che, per qualche ora, hanno sperato di non appartenere più a niente.

Eppure, c'è qualcosa che continua a sfuggirmi.

Non ricordo cosa accadde quella notte di fine anno qualsiasi. Non le parole, né i gesti. Non ricordo nemmeno il suo nome. Mi è rimasta soltanto l'immagine di una donna immobile davanti alle fiamme di un braciere, in una casa di montagna. La luce le accarezzava il viso, mentre alle sue spalle il buio sembrava inghiottire ogni cosa. Fuori faceva un freddo bastardo e la strada si perdeva nella notte.

Io cercavo la strada verso casa. O almeno, questo è ciò che ricordo.

Il resto è una stanza vuota nella quale continuo a entrare, pur sapendo che non troverò nulla. O forse è proprio questo il punto: non ho mai smesso di cercare qualcosa in quel vuoto. Una parola, un movimento delle labbra, il ricordo di una mano. Qualunque cosa possa dimostrarmi che non mi sono inventato tutto per dare un volto a una mancanza che mi porto dentro da sempre. Un buio dentro.

Non so nemmeno se l'ho incontrata davvero. Potrebbe essere stata una donna in carne e ossa, oppure il frammento di un sogno rimasto imprigionato da qualche parte, tra il sonno e il risveglio. La mente, si sa, è una puttana raffinata. Sa mentire senza alzare la voce, costruisce ricordi con la stessa disinvoltura con cui li distrugge e, quando le conviene, ti lascia in mano soltanto una sensazione. Poi se ne lava le mani e ti lascia il compito di capire che cazzo te ne fai.

Di quella sera mi è rimasto il fuoco.

E lei.

Non la ricordo come si ricordano le persone. Non potrei descriverne i contorni del viso con precisione, né ricostruire il suono della sua voce. Eppure, quando provo a lasciarla andare, qualcosa dentro di me si ribella. È come se una parte del mio corpo sapesse ciò che la testa ha dimenticato, come se il sangue custodisse una storia che la memoria si rifiuta di raccontare.

A volte penso che non sia stata lei a lasciarmi qualcosa, ma io ad aver lasciato qualcosa a lei o in quel posto. Una parte di me che, quella notte, non ha più fatto ritorno. Forse un desiderio, forse una promessa mai pronunciata, forse soltanto quell'uomo che ero prima di scoprire quanto sia facile perdere se stessi senza accorgersene.

Ci sono incontri che durano una vita e non lasciano niente. Altri, invece, si consumano in pochi minuti e continuano a marcire dentro di noi per anni. Non sappiamo perché tutto questo accada. Cerchiamo spiegazioni, attribuiamo significati, tiriamo in ballo il destino o qualche psicanalista del cazzo quando non abbiamo abbastanza coraggio per ammettere che siamo soltanto creature imperfette, affamate di senso, capaci di trasformare una coincidenza in una condanna.

Forse quella donna non aveva niente di speciale. Forse era soltanto una donna davanti a un braciere, in una casa sperduta tra le montagne in un luogo che non ricordo. Ero io, semmai, ad aver bisogno che fosse qualcosa di più.

È questo che mi spaventa. Non la possibilità di averla dimenticata, ma quella di averla inventata. Di aver costruito, nel corso degli anni, una specie di altare clandestino intorno a un'immagine senza storia. Un luogo segreto nel quale rifugiarmi ogni volta che la vita mi è sembrata troppo stretta, troppo prevedibile, troppo incapace di mantenere le sue promesse.

Perché, a pensarci bene, non è detto che ci manchino sempre le persone. A volte ci manca ciò che avremmo potuto essere accanto a loro. La versione di noi che non abbiamo conosciuto, le parole che non abbiamo detto, la vita che per un istante ci è sembrata possibile e che poi abbiamo lasciato morire senza nemmeno celebrarne il funerale.

Forse è questo il vero peso di certi ricordi: non raccontano ciò che abbiamo vissuto, ma tutto quello che abbiamo mancato.

Ogni tanto provo forzatamente a ricostruire quella notte. Chiudo gli occhi e torno nella casa di montagna. Cerco di distinguere il crepitio della legna dal rumore del vento, di dare una forma alle ombre, di avvicinarmi a quella donna senza spaventarla. Vorrei chiederle chi è, cosa ci faccio lì, perché la sua immagine mi perseguita come una colpa che non ricordo di aver commesso.

Ma non succede nulla.

Il fuoco continua a bruciare. Lei resta immobile. Io non riesco a trovare le parole.

Poi apro gli occhi e sono di nuovo qui, con gli anni che mi pesano addosso e la strana sensazione di aver attraversato la vita lasciando indietro qualcosa di essenziale. Non so cosa sia, né quando l'abbia perduto. So soltanto che, ogni tanto, quella mancanza si fa sentire con una precisione crudele.

E quella donna.

Forse non l'ho mai incontrata. Forse è stata soltanto un'apparizione, il modo in cui la mia mente ha scelto di dare un volto a una ferita più antica. Oppure l'ho amata per una sola notte, senza sapere chi fosse, e ho trascorso il resto della mia vita a dimenticarne il nome, mentre tutto il resto di me continuava, ostinatamente, a ricordarla.

Non so più dove finisca il ricordo e dove cominci la menzogna. E, a essere sincero, non sono nemmeno sicuro di volerlo scoprire. Perché certe verità, quando arrivano troppo tardi, non liberano nessuno. Si limitano a togliere l'ultimo riparo che ci eravamo costruiti.

Forse non sono mai riuscito a tornare davvero da quella notte. Ho continuato a vivere, a lavorare, ad amare altre persone, a inseguire le mie piccole ossessioni, come fanno tutti quelli che non hanno intenzione di arrendersi al primo pensiero sbagliato. Ma da qualche parte, dentro di me, è rimasto un uomo fermo davanti a un braciere, incapace di capire se la donna che ha davanti sia reale oppure soltanto il riflesso di ciò che gli manca.

E ogni tanto mi chiedo se non siamo tutti così: uomini e donne che attraversano il mondo convinti di sapere da dove vengono, mentre una parte di loro è rimasta prigioniera in un luogo che forse non è mai esistito.

La grandezza di un segreto, forse, è tutta qui. Non nel custodire qualcosa che nessuno deve conoscere, ma nel continuare a portarne il peso senza sapere che cosa stiamo nascondendo, nemmeno a noi stessi.

Fuori, la strada è ancora buia. Il freddo continua a mordere la notte. Il braciere, ormai, dev'essersi spento da un pezzo. Eppure, da qualche parte, in quella casa di montagna, è rimasta una parte di me che non ha mai trovato la strada per tornare a casa.

Non so se sia un ricordo, un sogno o l'ultima bugia che mi racconto per non sentirmi completamente estraneo alla mia stessa vita. So soltanto che, quando penso a lei, sento ancora il calore del fuoco. Le fiamme, lo stridolio della legna che brucia. E per un istante, soltanto per un istante, ho paura che sia l'unica cosa vera che mi sia rimasta.

       © 2026 Giuseppe Lonatro. Tutti i diritti riservati.

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