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Quando sono arrivato qui?
Onestamente non lo so. Ricordo solo che c’era il sole splendente quel giorno. Faceva allegramente capolino tra i monti in lontananza, mentre ora là fuori è tutto buio.
E come nel più banale dei racconti horror, mi accingo a ispezionare tutte le stanze, assicurandomi che le porte e le finestre siano ben chiuse. Sì, perché da ieri sera odo degli strani rumori: gemiti sommessi e mormorii confusi che mi hanno fatto ben presto capire che sono là fuori. E che vogliono in qualche modo entrare.
E allora inizio a ridere a squarciagola. Urlo e li sfido a parole: che vengano pure quei figli di puttana, non sanno ancora cosa gli aspetta. Sì, perché accanto a me ho un fucile ben carico, pronto a svolgere il suo egregio compito in caso di estremo bisogno.
Ed ecco che, quasi come a voler raccogliere la mia sfida verbale, odo in risposta un rumore di vetri infranti che attira subito la mia attenzione. Sembra provenire dal piano di sotto, in una delle stanze che danno sul retro della casa.
Mi precipito allora giù per le scale col fucile ben stretto tra le mani. Spalanco poi la porta di una di esse e mi rendo subito conto di aver trovato la stanza giusta, in quanto il pavimento è cosparso di pezzi di vetro rotti. Sono stato davvero fortunato, ma non ho il tempo di compiacere questa mia scelta, in quanto uno di quei maledetti esseri irrompe nella stanza e si dirige correndo verso di me.
Gli punto allora contro il fucile, urlo con tutto il fiato che ho in gola e sparo. Il rumore è assordante, ma ai miei piedi giace il corpo a faccia in giù dell’invasore, che scalcia debolmente fino a fermarsi del tutto.
L’aria gelida della notte mi sferza il viso, ma non me ne curo più di tanto; quello che invece mi preoccupa davvero è che da quella finestra possa entrare qualche altro “simpatico visitatore”. Mi apposto allora vicino ad essa e noto con estremo piacere che la luna stasera non è nascosta da nessuna nuvola. Riesco così a scorgere nel giardino altri esseri che si agitano correndo da una parte all’altra senza mai fermarsi.
Pregando il buon Dio che non mi tremino le mani, ricarico il fucile più velocemente che posso per poi puntarlo nuovamente sulla testa deforme e pelosa che spunta da sopra il davanzale. Chiudo gli occhi e premo il grilletto. Dopo alcuni interminabili secondi odo un tonfo e del clamore. Resto ancora in ascolto per qualche minuto ma tutto tace: anche questa volta sembro essermela cavata.
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Sto camminando in cerca di non so bene cosa. Credo di essermi perso, in quanto non ricordo di aver mai visto questo viale alberato, né tanto meno le case che lo fiancheggiano. Ad ogni modo decido di avvicinarmi a un gruppetto di persone che sembrano intente a confabulare tra di loro in una lingua che non conosco. Dopo averli salutati con un cenno della mano provo a chiedere se sanno dirmi in che posto siamo, ma loro non mi rispondono e si limitano invece a squadrarmi da capo a piedi con una certa ostilità.
Mi sento notevolmente a disagio, ma mi sforzo comunque di ripetere la domanda e questa volta uno di loro, il più alto di tutti, si gira verso un compagno per poi ridere a squarciagola. Avrei voglia di tirargli un pugno, ma all’improvviso lo spilungone si gira verso di me e mi fa una domanda che non comprendo.
Che razza di lingua sta parlando? E soprattutto… cosa diavolo sta succedendo?
Guardo l’orologio e mi rendo conto che si sta facendo tardi. Decido allora di andarmene senza degnarli minimamente di uno sguardo.
Uno di loro però m’insegue e, mentre cerco di seminarlo, sento i suoi passi che si avvicinano. Mi guardo intorno in cerca di un nascondiglio e alla mia sinistra noto una porta rossa. Spingo la maniglia ma non si apre. In preda alla disperazione, la prendo a calci e a pugni ma non si muove. E intanto mi sento sempre più debole, tanto da non riuscire quasi a stare nemmeno più in piedi: alle mie spalle posso solo udire una risata agghiacciante…
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Spalanco gli occhi e fisso a lungo il soffitto della stanza. Sono disteso sul pavimento e la luce del sole mi abbaglia filtrando attraverso i vetri della finestra.
Mi chiedo per un attimo dove sono ma poi, passato quel breve attimo di smarrimento, ricordo nuovamente tutto. Mi giro sul fianco e mi alzo lentamente, facendo poi mente locale.
I vetri non dovevano essere rotti?
Incredulo, mi guardo intorno e appoggio la schiena contro il muro. Mi rendo immediatamente conto che sul pavimento i pezzi di vetro sparsi qua e là sono improvvisamente scomparsi e tutti gli oggetti sembrano essere tornati al loro posto.
E il corpo di quello strano essere dove può essere finito? Non lo vedo da nessuna parte... chi lo ha rimosso?
Mi sento debole e confuso. Quel sogno è stato così intenso che ho bisogno di un po’ di tempo per metabolizzarlo. Le gambe mi tremano e fatico non poco restare in piedi e a camminare fino in cucina: mi vedo così costretto ad appoggiarmi al tavolo per non cadere e dopo qualche istante mi abbandono su una sedia. La testa sembra scoppiarmi, come quando anni fa tornavo a casa da quei party a base di alcolici e donne sorridenti solo all’apparenza.
Ho una fame insolita, e mi chiedo il perché. Mi trascino con la sedia fino al frigorifero, lo apro ma è praticamente vuoto. Arraffo allora due o tre biscotti da un armadio dove tengo un po’ di tutto e li divoro in un attimo.
Mi sento un po’ meglio e alla mia sinistra il grande orologio appeso alla parete segna le sette del mattino; ho quindi dormito solo un paio d’ore, ma la mia impressione è quella invece che sia passato un giorno intero.
Se non altro, il posto in cui mi trovo è uno dei pochi di questa casa che sembra non opprimermi. La cucina è piccola e accogliente, a differenza della maggior parte delle altre stanze; grandi, buie, tetre e con la terrificante caratteristica di far rimbombare le voci di chi vi entra.
Odio le voci. Odio gli echi. Odio praticamente quasi tutto ciò che mi circonda e nonostante questo mi ostino ad andare avanti, facendo finta che tutto vada per il verso giusto.
Tento di leggere un libro ma non ci riesco, e allora al diavolo… chiudo gli occhi e cerco di non pensare più a nulla, quando all’improvviso sento un rumore provenire dalla porta alla mia destra, una di quelle che dà sull’esterno e che mi sono premunito di chiudere a chiave.
Mi accosto e tendo l’orecchio. Qualcosa non quadra: sembra quasi che qualcuno stia sfregando contro di essa, e inizio a pensare che possa essere qualche maledetto cane randagio dei dintorni. Ma dopo qualche minuto mi vedo costretto a ricredermi, in quanto sento delle voci che mi ricordano gli strani esseri della notte scorsa. Nel frattempo la porta inizia a scricchiolare: la stanno spingendo con forza e sono scosso da brividi violenti. Non riesco a muovere neanche un dito e le voci diventano ora delle grida di rabbia in quanto la porta, per fortuna, sembra ancora reggere.
Poi, proprio quando sto per perdere ogni speranza, i rumori all’esterno cessano.
Sto sudando copiosamente, ma nonostante questo resto immobile e in ascolto. Tutto tace.
Rimango così per almeno una buona mezzora e poi decido di girare la chiave.
Apro la porta e guardo fuori: tutto sembra essere in ordine e non scorgo nessuno. Mi sono forse sognato tutto?
Chiudo la porta e mi avvio lentamente verso il piano di sopra. Ho bisogno di andare a coricarmi ancora un po’.
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Alla fine la porta rossa cede e, non appena oltrepasso barcollante la soglia, si chiude alle mie spalle con un tonfo improvviso che mi spaventa non poco.
Mi trovo, incredulo, di fronte a una gola stretta e davvero molto alta. Non so se è il caso di percorrerla, ma qualcosa mi spinge ad avanzare. I miei passi sono lenti e la testa inizia a girarmi, ma mi ostino a procedere nonostante le pareti scoscese di roccia ai miei lati sembrino quasi soffocarmi. Soltanto una sottile striscia azzurra sopra di me sembra rincuorarmi un po’; a mano a mano che procedo infatti, l’aria sembra diventare sempre più calda e irrespirabile e io stesso mi stupisco di come stia riuscendo ad avanzare. Ad ogni modo, dopo un tempo che a me pare interminabile, riesco a raggiungere l’altra estremità e di fronte a me si apre uno scenario decisamente inusuale.
Davanti ai miei occhi si staglia una catena ininterrotta di monti, rossi come il fuoco e terribili a vedersi. Ma è quello che fuoriesce dal terreno a spaventarmi ancora di più: un essere altissimo, peloso e deforme, che avanza goffamente fermandosi di tanto in tanto a guardarsi intorno. I versi che quel gigante emette sono strani, quasi gutturali, e mentre osservo in silenzio quella creatura mi accorgo ben presto che quello strano essere mi vede e apre la bocca, emettendo suono così acuto e lamentoso che non ho parole per descriverlo. E mentre viene verso di me un senso di terrore indicibile mi assale, costringendomi a rimanere immobile e a chiudere gli occhi...
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Apro gli occhi e giro lentamente la testa da una parte all’altra. Mi accorgo di giacere a terra e mi rialzo respirando affannosamente. Mi siedo poi sul letto, portandomi la mano destra al petto.
Cosa mi è successo?
Un altro di quei maledetti incubi, sempre più crudeli e reali.
Annuisco col capo e mi rendo conto di essere ancora visibilmente spaventato. Mi tremano le gambe e scoppio a piangere, chiedendomi perché in questo momento non ho nessuno accanto a me che possa consolarmi.
E pensare che da bambino desideravo vivere in una casa enorme come questa. Gli altri ragazzi facevano di tutto per evitarmi, intimoriti probabilmente dalle mie fantasie: sognavo infatti dimore antiche e misteriose, piene di passaggi segreti da esplorare e di tesori immensi da scoprire. E naturalmente non dovevano mancare le presenze invisibili nei corridoi deserti, che si sarebbero ben presto rivelate ai miei occhi di sognatore illuso.
Sì, perché la vita vera era in realtà un’altra cosa e ben presto mi ero reso conto che in un mondo reale non c’era posto per le mie fantasie. E facevo allora di tutto per ricostruirle nella mia mente, illudendomi che tra una bottiglia e l’altra le cose si sarebbero in qualche modo sistemate.
E così a vent’anni ero diventato un alcolizzato a tutti gli effetti. E tutto questo mentre i miei genitori si assentavano spesso per lavoro e in casa ero quasi sempre solo.
Ma, a parte questo, come sono arrivato qui? Devo assolutamente sforzarmi di ricordare.
Tutto era iniziato quando avevo deciso d’accamparmi vicino a un fiume del quale fino a pochi giorni prima ne ignoravo l’esistenza.
Avevo viaggiato tutto il giorno percorrendo stretti passaggi e sentieri impervi sconosciuti ai più e il mio accompagnatore - un uomo basso e tarchiato - si stava guardando intorno visibilmente preoccupato e mi stava aiutando a piantare la tenda con una frenesia che quasi m’innervosiva. Non vedevo francamente l’ora di togliermelo dai piedi ma sapevo anche che non potevo liquidarlo così su due piedi dopo tutto l’aiuto che mi aveva dato; d’altra parte ero un gentiluomo anche se non condividevo le paure di chi, come lui, temeva l’ignoto.
Dopo che avevamo finito mi aveva salutato e, senza troppi complimenti, si era allontanato senza farmi intendere se sarebbe tornato o meno a prendermi dopo un paio di giorni. Poco importava: avevo scrollato le spalle e mi ero acceso una sigaretta.
Di fronte a me, al di là del fiume, si stagliava un piccolo villaggio isolato caratterizzato da una serie di casupole in rovina non molto distanti l’una dall’altra, uniche testimonianze di vite passate in un paesaggio dove la terra era stranamente arida e deserta. In effetti quelle zone erano generalmente caratterizzate da fitti boschi e ampie zone di prati erbosi, e proprio non mi capacitavo del fatto che non si vedeva un filo d’erba e che soltanto in lontananza potevo scorgere una grande chiazza di colore verde.
Avevo spento la sigaretta pensando a cosa avrei fatto il giorno dopo. Avrei sicuramente continuato a risalire il fiume per poi attraversarlo in qualche modo. Ad ogni modo, avevo accostato i lembi della tenda e mi ero coricato. Poi, pervaso dalla forte stanchezza, mi ero addormentato.
Il giorno seguente, dopo una magra colazione a base di mele e gallette, avevo risalito il fiume per circa un’ora, fino a un punto in cui avevo potuto attraversarlo camminando su un vecchio ponticello di legno.
A parte lo scorrere dell’acqua non avevo udito altri rumori; la cosa mi sembrava alquanto strana ma, alla vista di un ampio masso, avevo deciso di non pensarci più. Mi ci ero sdraiato sopra e mi ero acceso una sigaretta. L’ultima che mi era rimasta.
Anche Laura l’anno prima era sdraiata su un masso come quello su cui mi trovavo, nuda e in attesa che qualcuno la penetrasse. Si comportava sempre così quando era strafatta di coca e non le importava affatto di chi fosse: le bastava fare sesso sfrenato il più a lungo possibile ed io, nonostante fossi ubriaco fradicio, non mi ero naturalmente tirato indietro e l’avevo fatta urlare più volte di piacere. Le volevo davvero bene, ma la cocaina proprio non la reggevo e qualche mese dopo la persi di vista.
Avevo ripreso il cammino in direzione della chiazza verde. Più mi avvicinavo e più mi sembrava di scorgere quella che in realtà sembrava essere una macchia di arbusti. Non ne ero in realtà così sicuro ma, dopo un tempo che mi era parso interminabile, me l’ero finalmente ritrovata davanti e avevo capito che non mi ero affatto sbagliato: quella grande chiazza verde era in sostanza un muro di vegetazione così fitto che riuscivo a stento a scorgervi della luce al suo interno.
Ad un’occhiata più attenta sembrava essere costituito perlopiù da alberi e cespugli, ma qualcosa di strano sembrava comunque aleggiare nell’aria: un’atmosfera pesante, che mi toglieva quasi il respiro e che spingeva una parte di me a tornare indietro da dove ero venuto.
Ma alla fine avevo deciso di rompere comunque gli indugi, con quel desiderio di volersi lasciare tutto alle spalle per poi ritrovarsi in una situazione ancora peggiore. O forse no?
Mi ero così addentrato in quella vegetazione intricata che si era subito chiusa sopra di me.
A mano a mano che procedevo, mi rendevo conto che era sempre più difficile orientarsi in quella penombra che si era venuta a creare, ma questo non mi scoraggiava neanche un po’ e alla fine ero finalmente sbucato su un’altura che, a giudicare da quello che potevo scorgere sotto di me, sembrava dominare incontrastata su un’ampia vallata erbosa delimitata, in lontananza, da una catena ininterrotta di monti.
Ma era quello che mi aveva colpito maggiormente era la presenza di una casa, enorme e solitaria, quasi come se provenisse direttamente dal sottosuolo e fosse spuntata lì per caso.
Mi ero intanto accorto che il sole stava calando e che l’aria si era raffreddata: ero pervaso da una sensazione di freddo pungente e avevo rivolto lo sguardo sugli alberi e i cespugli, quasi come se attraverso quella fitta vegetazione avrei potuto intravedere una qualche via d’uscita.
Un suono lamentoso era sembrato giungere alle mie spalle. Mi ero girato di scatto ma non avevo visto nulla d’insolito; ne era seguito però subito un altro alla mia destra, molto più acuto del precedente, e questa volta avevo udito lo scricchiolio di qualche ramo spezzato. Mi ero così avviato velocemente verso la casa. Stranamente però, le mie gambe faticavano sempre di più a muoversi; mi sentivo inspiegabilmente stanco, e non potevo fare altro che fermarmi cercando di produrre meno rumore possibile.
Qualcuno mi stava inseguendo, ma ne ero poi davvero così sicuro? Forse mi stavo facendo suggestionare un po’ troppo dalle circostanze nelle quali mi trovavo, ma dopo aver udito un fruscio di foglie smosse i miei dubbi erano scomparsi.
Avevo corso verso la porta della casa e l’avevo spalancata. Per mia fortuna non era stata chiusa a chiave e mi ero tranquillizzato solo dopo che si era chiusa alle mie spalle.
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Da quando vivo in questa casa non sono riuscito a trovare traccia né di alcolici, né di sigarette. In passato avevo provato a prendere qualche acido ma era stata una brutta esperienza; a differenza di chi sosteneva di sentirsi beato e rilassato, io vedevo invece attraverso le cose e non ero affatto contento. Tutto intorno a me girava e mi sentivo immerso in un mondo confuso e colorato che acuiva in me le paure più profonde.
Ad ogni modo il pomeriggio di oggi sembra essere assolato e decido di uscire per fare un’ispezione. La paura non mi manca e mi muovo con prudenza, armato di un fucile e con quella sensazione continua che qualcosa possa spuntare improvvisamente da un albero o da un cespuglio per attaccarmi. Il tempo però continua a passare e non scorgo alcun segno di vita. Tutto giace immobile intorno a me, e questo silenzio mi dà quasi l’impressione di essere io l’estraneo del luogo; l’invasore che vuole in qualche modo creare caos e scompiglio là dove invece regna l’ordine supremo.
Mi chiedo se quei gridi striduli che ho udito più volte siano stati reali o meno. Non che abbia molti dubbi in proposito, ma preferisco sempre rimanere con i piedi per terra e accettare in qualche modo la remota possibilità di potermi essere sbagliato.
Scrollo le spalle e, dopo pochi passi, sento alla mia sinistra un fruscio. Mi rendo ben presto conto che qualcosa si sta muovendo velocemente tra i cespugli; un animale selvatico forse, o Dio solo sa cos’altro.
Provo a gridare nel tentativo di spaventarlo e il fruscio cessa. L’idea però che una creatura sia acquattata tra gli alberi in attesa di qualche mio passo falso mi dà davvero sui nervi.
Alle mie spalle odo nuovamente un fruscio e questa volta mi giro di scatto e sparo. Non sento più nulla e forse l’ho colpito; preferisco tuttavia non sinceramente e scelgo invece di rientrare.
Per quanto tempo ancora devo rimanere qui dentro?
Forse mi sono abituato all’idea di vivere qui perché mi sento protetto: non solo dalle strane creature che di tanto in tanto vengono a “trovarmi”, ma anche dalle insidie della vita stessa. False relazioni amorose, lavori ripetitivi e massacranti, vicini di casa ipocriti e rumorosi… tutte esperienze seccanti e dolorose che ho vissuto sulla mia pelle e dalle quali ora rifuggo molto volentieri.
In fin dei conti non era forse una casa come questa che desideravo fin da bambino? Piena zeppa di passaggi segreti da esplorare e di tesori immensi da scoprire?
Un premio, faticosamente conquistato dopo aver compiuto viaggi interminabili. E poco importa se le sue grandi stanze mi opprimono, perché questo è nulla in confronto a quello che mi aspetta là fuori, oltre quello spesso muro di vegetazione che la nasconde alla vista di coloro che non hanno il coraggio di attraversarlo.
Sono un dannato, ripudiato da tutto e da tutti. E questa è la mia casa: sì, la casa dei dannati.
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Questa sera sono ancora alzato. Non riesco a dormire e il silenzio notturno della casa è quasi opprimente, così mi sono ripromesso di non pensarci e cerco di concentrarmi più che posso sulla lettura.
All’improvviso alzo velocemente gli occhi. Noto immediatamente che la luce del lampadario si sta affievolendo, e non posso fare altro che guardarmi nervosamente intorno nel tentativo di capire nuovamente cosa sta succedendo.
Un tenue bagliore purpureo, proveniente dalla finestra, illumina parzialmente la stanza. Posso scorgere delle strane ombre danzati riflettersi sul mobilio, ma forse è solo una mia impressione; sta di fatto che sta aumentando rapidamente e sembra quasi che inondi di sangue tutto ciò su cui cade.
La luce sembra aumentare ancora, fino a diventare accecante. Mi vedo costretto a chiudere gli occhi e sento la finestra spalancarsi. Un brivido mi corre lungo la schiena, poiché un freddo gelido mi sta lentamente avvolgendo. E’ mai possibile?
Apro lentamente gli occhi e la luce sembra essere scomparsa. Riesco a vedere di nuovo, ma non capisco francamente dove mi trovo: sembro essere su un prato erboso che spazia all’infinito, in quanto intorno a me non vedo alcun confine. All’improvviso però, qualcosa si avvicina; un semplice puntino nero che diventa sempre più grande fino a delinearsi nei suoi particolari. Riesco così a vedere la casa, con la finestra aperta e il letto vuoto. Sto quindi fluttuando nel buio della notte senza sapere dove andare.
Mi guardo intorno e mi rendo conto che mi sto spostando senza che la mia volontà possa in alcun modo intervenire. Continuo a salire e all’improvviso tutto intorno a me si trasforma: fasci di luce provenienti da tutte le direzioni s’imprimono nella mia mente e vengo pervaso da strane sensazioni che non ho mai provato prima. Tutto ora si è ridotto a delle piccole chiazze colorate, che si allontanano sempre di più.
Davanti a me si erge il sole in tutta la sua grandezza, ma il suo calore non sembra avere alcun effetto su di me e la Terra è diventata piccolissima. Riesco a riconoscerla solo per via del suo tipico colore azzurro, ma è il cielo intorno a me a colpirmi maggiormente: è costellato infatti da innumerevoli stelle, punti luminosi lontanissimi che sembrano ardere di luce propria.
Non so dire quanto tempo stia effettivamente passando, ma poco importa. So solo che continuo ad avanzare verso il buio più profondo; sì, non vedo più nulla ora, e una nera foschia mi avvolge togliendomi il fiato. Lotto strenuamente per non perdere i sensi e nel frattempo inizio a cadere a testa in giù in quell’immenso oceano nero che si staglia minaccioso sotto di me. Non posso fare altro che chiudere gli occhi e attendere che la fine sopraggiunga, senza alcun tipo di rimpianto…
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Riapro gli occhi e mi ritrovo disteso nel letto.
Che cosa è successo? Dove sono il sole e le stelle? E che fine ha fatto l’oceano nero che ho attraversato?
Mi sento indebolito e confuso, e questo senso di smarrimento mi fa davvero arrabbiare. Tutto quello che posso fare è cercare di ricordare, ma non è facile farlo quando i tuoi ricordi tendono ad essere così offuscati. Senza contare che ho una dannata voglia di bere e venderei l’anima anche per una sola bottiglia di whisky. Per non parlare poi delle sigarette: ho le mani che mi tremano è so già che solo una buona dose di nicotina potrebbe aiutarmi ad alleviare questa sofferenza.
Poi mi guardo intorno, e mi rendo conto che le cose sono cambiate. La polvere regna sovrana e ricopre tutto il mobilio e il pavimento. Mi alzo e inizio a camminare per la stanza, ma ogni volta che faccio un passo si alza sotto i miei piedi una nube di polvere che non mi fa respirare.
Osservo le mie mani rugose e non le riconosco.
Riuscendo a malapena a stare in piedi, procedo barcollando fino alla finestra e poi, attraverso il vetro sudicio, noto che il sole è diventato una chiazza purpurea che si alza alta nel cielo grigio.
Quando tempo è passato dal mio risveglio? Giorni? Mesi? Anni?
Vado in bagno e mi guardo allo specchio.
Può essere davvero il mio quel viso rugoso? Per non parlare dei capelli completamente bianchi e le spalle incurvate… sono dunque invecchiato a tal punto?
Ora capisco perché i miei passi sono così incerti, ma non voglio ancora arrendermi.
Ritorno nella mia stanza e la libreria cade in pezzi. I libri urtano il pavimento e sollevano una nube di polvere così asfissiante che mi accascio sul pavimento.
Mi sento sempre più stanco.
Non riesco ad alzarmi. Non riesco più a muovermi. E anche il mio corpo sta iniziando a sgretolarsi. In un breve attimo ripenso a tutte le occasioni mancate: alla mia compagna di banco che mi fissava e che io stupidamente ignoravo, alle fughe continue dal centro di recupero per alcolisti e al mio assurdo desiderio di restare sempre solo.
Ora non posso tornare più indietro e mi lascio così scivolare in questo stato di semicoscienza che sembra fare da preludio alla morte vera e propria. I miei pensieri stanno svanendo e la mia mente sta per spegnersi. Sto per diventare un tutt’uno con la polvere che mi circonda. Polvere siamo e polvere ritorneremo. Così un giorno qualcuno disse, e io lo confermo.