Contenuti per adulti
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Non mangio per fame.
Mangio come si combatte.
Il dolore per me non è un vuoto: è un nemico.
Lo afferro con i denti come un animale ferito, convinta che se lo mastico abbastanza, se lo riduco in pezzi piccoli, smetterà di mordermi lui.
Ogni boccone è una resa dei conti.
Ogni sapore una tregua temporanea.
In quei minuti il dolore cambia nome, cambia consistenza.
Diventa qualcosa che posso controllare, misurare, finire.
Smette di essere un nodo alla gola e diventa peso nello stomaco.
E io scambio quella pesantezza per pace.
Ma è un inganno breve, come una luce accesa in una stanza senza finestre.
Quando il piatto è vuoto, lo specchio è pieno.
Pieno di un corpo che non riconosco più come mio alleato,
di linee che raccontano una storia che non sto narrando ad alta voce.
Lo sguardo è spento, come quando vorresti guardare, guardarti davvero,
ma i riflettori sui tuoi sogni sono spenti da troppo tempo.
Le cose importanti vengono rimandate come lettere mai spedite.
Come se aver guardato in faccia l’incertezza della nostra esistenza
mi avesse paralizzata, invece di svegliarmi.
La volontà diventa molle, scivolosa, impossibile da afferrare.
Io rimando me stessa.
E allora capisco:
il dolore non l’ho distrutto.
L’ho ingerito.
Ora mi cresce dentro come qualcosa che non digerisce,
si muove, torna, chiede ancora.
Diventa fame travestita.
Diventa abitudine.
Diventa un ciclo che si chiude sempre nello stesso punto, come un cane che si morde la coda credendo di scappare.
Non c’è colpa in tutto questo.
C’è una guerra combattuta senza armi migliori.
C’è una donna che ha provato a sopravvivere trasformando il male in qualcosa di dolce, anche solo per pochi minuti.
Ma a forza di ingoiare, ho smesso di respirare davvero.
Questo ciclo va spezzato.
Non con la rabbia di chi si punisce,
ma con la lentezza di chi impara a restare.
Restare con il dolore senza doverlo masticare subito,
senza trasformarlo in carne, in peso, in prova sul corpo.
Perché io non sono una bocca sempre aperta.
Non sono un contenitore.
Non sono un campo di battaglia.
Devo cominciare ad urlarlo, il dolore,
a raccontarlo, ad accettarlo.
Devo consumarlo, sudarlo, stravolgerlo.
Devo imparare ad amarmi anche con il dolore addosso.