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I pranzi della nonna
non iniziavano a tavola,
ma all’alba,
nel rumore lento delle pentole
e nelle preghiere dette a mezza voce.
La casa sapeva di tempo,
di mani che non avevano fretta,
di amore cucinato senza misure
perché nessuno restasse senza.
Eravamo tutti lì,
stretti come i posti a sedere,
con le nostre vite ancora in disordine,
ma lei sapeva metterci in fila
con un mestolo e uno sguardo.
C’erano domande che non facevano male,
rimproveri leggeri come tovaglie stese al sole,
e silenzi che sapevano perdonare
meglio di mille parole.
La nonna mangiava per ultima,
come se la sua fame
fosse vederci pieni,
come se la felicità
avesse bisogno di poco spazio.
Ora quei pranzi
vivono nelle domeniche vuote,
nel sugo che provo a rifare
e non viene mai uguale.
Ma quando chiudo gli occhi
la sento ancora dire:
“Mangia, che poi passa.”
E aveva ragione.
Passa tutto.
Tranne l’amore
che ha lasciato nel mio cuore.