Le origini del termine si riferiscono al Progetto Manhattan ed al bombardamento del Giappone. Il Dizionario inglese Oxford, cita che l'uso del termine per la prima volta appare in una edizione del 1946 del Time di New York che, riportando la notizia della distruzione di Hiroshima, definisce “ground zero” quella parte della terra immediatamente situata sotto l’esplosione della bomba atomica. Il termine era gergo militare usato nel luogo chiamato “Trinità” nel deserto di Alamogordo, dove si trovava la torre sulla quale era avvenuta la prima esplosione di un’arma nucleare della storia. In seguito l’espressione venne usata generalmente, dopo la fine della seconda Guerra Mondiale, per descrivere un punto sulla superficie della terra dove si verifica un'esplosione gigantesca, ma anche in relazione a terremoti, epidemie ed altri disastri, per marcare il punto della distruzione totale e per significare come, man mano ci si allontani da questa posizione, gli effetti del danno diminuiscano gradualmente.
Tragica ironia della sorte! Manhattan, 9-11. September eleven; 11 settembre. Da quel giorno, in ogni luogo del mondo, l’acronimo 9-11 non rappresenta più solo una data, ma la fine di uno dei sogni americani: l’inviolabilità del territorio. Non era mai accaduto da quel lontano 30 Aprile 1789 quando, proprio a New York, affacciatosi al balcone della Federal Hall di Wall Street, George Washington aveva assunto la carica di primo Presidente degli Stati Uniti d’America.
Quel mattino del 3 gennaio 2002, 113 giorni dopo il disastro, guardavo sgomento i miei piedi poggiare sul suolo martoriato di Ground Zero. Tutt’attorno, il vuoto!
Un’ora prima eravamo partiti da casa e, strada facendo, ci stavamo sempre più preparando interiormente a quel mesto pellegrinaggio. Teresa, Vito ed io, sul sedile posteriore della Chrysler di John; davanti lo stesso John, alla guida, ed Anthony. Ci dirigevamo a downtown schivando il traffico, per quanto possibile, con lampeggiante e sirena, percorrendo prima la 42th street e tagliando le avenues fino a raggiungere l’East Side, poi, lungo l’Hudson River, sulla West Street fino al World Trade Center; o perlomeno quello che ne rimaneva!
All’altezza del Department of Ports & Terminal Pier 40, un cartello luminoso ci avvisava: “Police vehicles only”. Da quel punto solo i veicoli autorizzati potevano proseguire. Fui sorpreso nel constatare che, dopo più di tre mesi, la zona interdetta era più a nord di quanto avessi sospettato. Eravamo in linea con West Houston Street; ad Est la New York University e l’East Village.
Superammo due controlli, quello della Guardia Nazionale e poi della Polizia dello Stato, nel tentativo di spingerci il più avanti possibile. Il tesserino di John era un “passepartout” molto efficace. Ottenemmo così anche le indicazioni necessarie per avvicinarci all’area più interna; al “ground zero”, appunto.
Un ultimo sbarramento costituito da un mezzo pesante del NYPD e davanti a noi, improvvisamente, lo spazio aperto! La voragine tra i grattacieli si spalancava ai nostri occhi in tutta la sua cruda e strabiliante vastità. Sembrava che un perfido, minuscolo buco nero avesse inghiottito tutto quello che si trovava nell’area del Wtc, partendo dal centro e agendo perfettamente come una lama tutt’intorno, con precisione chirurgica tale da “affettare” la facciata di alcuni edifici circostanti, mettendone a nudo la trama costruttiva. Tra West e Church Street, tra Vesey e Liberty Street, un’enorme distesa desolata!
L’altra agghiacciante sensazione che ci pervase fu scatenata dall’odore che immediatamente avvertimmo, appena scesi dall’auto; un misto di indecifrabili sostante volatili ancora persisteva nell’aria. La maggior parte delle macerie erano state rimosse e, a ritmi di lavoro incredibili, erano state trasportate in una apposita area a Staten Island, dove agenti delle principali agenzie federali esaminavano e classificavano ogni seppur minuscolo pezzetto, alla ricerca di conferme, verità, nuovi elementi o per, più semplicemente, dare un nome ed una pietosa sepoltura ad ogni resto umano. V’erano, tuttavia, ancora grandi cumoli di detriti e grovigli di putrelle d’acciaio contorte, martoriate, deformate, come se avessero patito umana sofferenza.
E sopra tutto l’acre, inconfondibile, stagnante odore della morte!
I newyorkesi ci si erano ormai abituati; dopo alcuni giorni dai crolli, il lezzo aveva pervaso buona parte di Lover Manhattan. Ora stazionava su Ground Zero; impalpabile testimone della tragedia, pareva non volersene più andare!
Altri quattro mesi sarebbero occorsi per terminare tutto lo scavo, compresi i piani interrati ed i sotterranei di quello che era stato un centro nevralgico della città. Molti altri corpi o frammenti sarebbero stati rinvenuti. Molti avrebbero perduto definitivamente la speranza che i loro cari, dichiarati dispersi, si fossero miracolosamente salvati e, in preda allo choc, avessero vagato senza meta e senza più ritrovare la strada di casa.
La triste melodia di Vivaldi s’era affacciata nella mia mente e le parole si infilavano nel mio petto come minuscoli pugnali:
Stabat Mater dolorosa
Juxta Crucem lacrimosa,
Dum pendebat Filius.
Quante madri, sorelle, mogli, figli avevano pianto e, Madre America, sopra tutti!
Mi rendevo conto dello speciale privilegio, di cui io ed i miei compagni stavamo usufruendo, di essere in mezzo a quegli uomini meravigliosi di tutte le razze, che instancabilmente si adoperavano in quell’immane e difficile compito, che rischiavano la salute e la vita in nome del dovere e della solidarietà. Una moltitudine di bandiere, le “strips and stars” dell’unità americana, ovunque esprimevano, lì ed in quel momento meglio che altrove ed in altri tempi, il significato della locuzione latina, motto nazionale “E pluribus unum” (da molti, uno), in nome dell’integrazione e della natura pluralistica della società statunitense. L’onore che ci era stato accordato, fino a quel momento riservato a pochi al mondo, mitigava la pena che si faceva largo nei nostri cuori, man mano che procedevano nel giro del perimetro che delimitava tutta l’area. Ci trovavamo a bordo di un pulmino della polizia di New York, perché girare a piedi era proibito, ma sarebbe stato comunque sconsiderato. In tutta la superficie si muovevano all’unisono, in un incessante andirivieni, un’enormità di mezzi meccanici che scavavano, alzavano, spostavano, trasportavano. E quando si faceva buio, tutto continuava alla luce delle fotoelettriche. E il motore che muoveva tutto era l’orgoglio. La ferita ancora sanguinava e la cicatrice si sarebbe vista per sempre, ma non sul terreno; tutto andava spazzato via per poter ricominciare il viaggio della speranza che l’America aveva sempre rappresentato per tanti. Il Wtc sarebbe rinato, come l’”Araba Fenice” dalle proprie ceneri ed un memorial avrebbe testimoniato il doloroso evento, ma niente più. Solo i cuori lacerati avrebbero ricordato! Per sempre!
Quando giungemmo di fronte a quello che era stato l’ingresso dalla parte di North Cove Harbour, restai attonito. Il posto lo conoscevo bene e mi ci ero soffermato durante una delle mie visite: il Winter Garden Atrium. Si trattava di una struttura a volta, esile, leggera, ariosa, tutto acciaio e vetro, inusitata per la forma architettonica nel severo e squadrato complesso del Financial Center. Questo era rappresentato da quattro edifici principali a pianta quadrata di varie altezze, sormontati o da una sorta di cupola verde o da una tozza piramide tronca dello stesso colore, prospicienti l’Hudson e compresi tra Vesey Street e Liberty Street. In mezzo al secondo ed al terzo la Hall, il “winter garden” appunto, entrata del primo complesso dal quale, attraverso un passaggio coperto lungo 60 metri, chiamato North Bridge, che scavalcava West Street, si accedeva al più interno Trade Center. La pretenziosa denominazione di “giardino d’inverno” era dovuta al fatto che, nella parte centrale della struttura, figuravano alcune file di palme ed un po’ di piante, sparse qua e là, nella balconata superiore. Era comunque un luogo suggestivo e, per questo, frequentato usualmente da coppie di sposi provenienti dalla vicina Chinatown, che ne usufruivano come scenario per l’album fotografico. La vista era superba, sia che si guardasse verso il fiume, sia sulla Wtc Plaza.
I palazzi uno e due del Financial Center avevano subito parecchi danni alla facciata interna, dovuti alla caduta dei materiali proiettati dal crollo della Torre Nord, ma sostanzialmente erano intatti. Il Winter Garden invece appariva seriamente danneggiato. Tutte le vetrate erano letteralmente esplose mentre la struttura era rimasta in piedi, sebbene annerita ed ammaccata. Una volta splendente ai raggi del sole della baia, appariva ora svuotata, violata, fragile e spenta, simbolica scenografia della tragedia lì rappresentata l’11 settembre 2001.
Mentre lentamente procedevamo, notammo come in tutti gli edifici affacciati sull’enorme spiazzo creatosi dopo il crollo dei sette buildings del Wtc, la maggior parte delle finestre distrutte era stata rimpiazzata da tavole di legno; la vita all’interno continuava e la sostituzione delle enormi vetrate non era certo né di facile, né di rapida attuazione.
Ci fermammo ancora per osservare una gru mentre sollevava, come un fuscello, una delle grosse travi d’acciaio, alta circa una decina di metri, misero resto di quelli che erano stati gli ultimi grandi “skyscrapers”, vanto della città di New York.
Due ultime immagini rimarranno indelebili nella mia mente: una grande croce affiancata da una stella di David, realizzata con gli spezzoni di alcune putrelle ritorte e un operaio, un nero non più giovane e coperto di polvere che, al nostro passaggio, guardandoci dritto negli occhi, brandì il pugno destro per comunicarci che lui teneva duro! Non potemmo vedere il suo volto coperto dalla maschera protettiva, ma fu come gli avessimo letto nella mente; le sue emozioni divennero le nostre, la sua forza e la sua determinazione entrarono in noi pervadendoci completamente!
Le torri gemelle non esistono più, eppure continuano a sopravvivere nei films, nei video e nelle fotografie. Così, per noi spettatori, è come se ci trovassimo in due diverse realtà parallele: in una i grattacieli del World Trade Center sono scomparsi in una nuvola di fiamme e di polvere, nell’altra continuano a vivere, sfidando il cielo e le stagioni, nei nostri cuori!
GROUND ZERO testo di Filippo Beltrami