IL NEMICO SEI TU. L'epilogo.

scritto da Frantizan
Scritto 14 anni fa • Pubblicato 14 anni fa • Revisionato 14 anni fa
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Una cosa da nulla.
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Testo: IL NEMICO SEI TU. L'epilogo.
di Frantizan

Cazzo. Patta non ne può più. Sono già due ore che è chiuso dentro l'auto fermo ad aspettare. Maledetta troia. Puttana fottuta. Bella sì, ma zoccola e stronza. Insieme potevano essere felici. E con il tempo lui si sarebbe certo sentito pronto a mettere su famiglia. Prima una bimba, poi un maschietto. Già da tempo ha in testa i nomi giusti, Margherita e Juan Carlos. Ma da parecchio, ciò dimostra il suo reale interesse alla faccenda. Elisa avrebbe solo dovuto avere un po' di pazienza.
Meglio così. Elisa è una persona meschina, è preferibile averlo scoperto per tempo. Anche nel lavoro è brava perché è una simulatrice nata, può interpretare con naturalezza qualsiasi ruolo in qualsivoglia farsa, sostenere le più colossali panzane senza fare una piega. Ha grandi capacità istrionesche e non fa che sfruttarle. E' una ciarlatana. Per esempio quella volta che sono andati una settimana sul lago di Garda, in vacanza, una specie di luna di miele. Già la prima sera Elisa lo ha costretto ad una fuga attraverso la veranda del ristorante, per non pagare il conto,e per tutta la permanenza non ha fatto che raccontare inutili balle enormi, a tutti, sempre diverse, spesso inverosimili, mantenendolo in perpetuo imbarazzo. Il giorno della partenza Elisa ha spogliato la camera di ogni oggetto asportabile, non solo gli asciugamani e i posacenere ma anche le lampadine e la carta igienica, le federe, ha persino svitato i pomelli dei cassetti e dabbasso stringendo la mano al direttore dell'albergo lo ha alleggerito del portafogli. Una condotta immorale, non consona ad una brava ragazza. Senza contare che erano in vacanza, erano lì per rilassarsi.
D'accordo anche Patta è un imbroglione, un truffatore, anzi è a capo di una banda, ma quello è lavoro. E' necessario, Patta non ci prova alcun gusto, anzi semmai un molesto senso di colpa. Inoltre nell'esercitare la sua professione lui non ha quasi mai bisogno di mentire o di fingersi ciò che non è. Figuriamoci inventare dettagli della propria vita, opinioni. Una stupenda mattina a bordo del traghetto scivolavano sul lago, Elisa invece di ascoltare abbracciata a Patta quello che lui aveva da condividere a proposito della particolare qualità della luce sull'acqua, della magnificenza del creato e delle creature tutte, si è unita ad un gruppo di decrepite beghine, si è spacciata per focolarina, ha affermato di avere una sorella suora e un fratello nano aspirante prete, ha sostenuto la parte per venti minuti esponendo idee che facevano sembrare i severi governanti della romana chiesa dei tolleranti pappamolle, dei progressisti pericolosi, e ha terminato con una filippica sui costumi depravati dei giovani d'oggi ottenendo dall'ossario una ovazione commossa.
Patta è un truffa e anche un ladro ma solo sul lavoro, considera immorale appropriarsi di un giornale, frugare le tasche di un occasionale compagno di viaggio, fregarsi gli spiccioli delle offerte, cose che Elisa non perde mai occasione di fare. Meglio così, già.
Dopo qualche mese Valerio scopre che in Calabria ci sta bene, prende persino a considerare l'ipotesi di mettere su un piccolo giro di puttane. Un giorno viene a sapere che Miriam sta per sposarsi con un impiegato di banca. Apriti cielo. A caldo si precipita a casa per recuperare il ferro mentre già dispone nella mente i piani per arrivare a Milano e farli fuori tutti e due. Li vuole freddare in chiesa, davanti al prete e a gli invitati in abito elegante, tingere di rosso il vestito bianco, e deve accadere alla fatidica domanda, solo un istante prima dello scambio dell'anello e del sì rituale. Quando il nero vestito domanderà se qualcuno a qualcosa da dire lo dica ora o taccia per sempre, lui si farà avanti nella navata, spavaldo e sicuro di sé come un antico guerriero, un ghigno beffardo in mezzo alla faccia e la berta in mano. Gli invitati lo riconosceranno, ghermiti dal terrore tenteranno di fuggire ma incastrati nei banchi si calpesteranno a vicenda. Miriam voltandosi chiederà pietà con lo sguardo, e sempre con lo sguardo comunicherà il suo desiderio di tornare con lui, il genuino pentimento. Troppo tardi davvero, cocca. Prima due colpi allo sposo, ai genitali, in rapida sequenza, due come i coglioni, poi a Miriam dopo averle sorriso seduttivo e averle lanciato un bacio.
Poi Valerio ci ripensa, il Balordo ha gioco facile a convincerlo, troppo complicato e rischioso, non vale la pena per una zoccola. Alla parola zoccola Valerio si irrigidisce, solo lui può chiamare Miriam così. Quella sera i due litigano.
E' più o meno in quei giorni che strane figure compaiono nel paese sulla costa dove Valerio si è rintanato. Girano e girano, ci mettono un po', poi lo contattano. Uno è alto e magro, un colonnello dei carabinieri, servizi segreti. Fa un sacco di discorsi fumosi ed una miriade di distinguo, Valerio non riesce a capire cosa voglia, ma comprende chiaro che pur sapendo dove si trova non faranno nulla per agguantarlo. Hanno intenzione di lasciarlo tranquillo e in futuro, se vorrà, potrà fare qualche lavoretto per loro.
Non passa neanche una settimana e in paese arriva una lunga auto nera che pare un carro funebre con due in jeans stirati, stivaletti e occhiali a specchio. Loro non tergiversano si dirigono da Valerio e vanno subito al sodo. Sono neo fascisti, hanno in odio la democrazia e i rossi, Valerio come la pensa? A lui queste cose non interessano, si limita a dire che i negri gli stanno sul cazzo parecchio e loro sorridono soddisfatti. Hanno dei progetti su di lui, che intanto accetti qualche mazzetta di banconote ed un fucile a ripetizione nuovo di zecca. Una specie di cadeux.
Altri tre giorni e si presentano quattro giovani universitari fuori corso, barba e capelli lunghi, abiti trasandati, sono membri di una organizzazione di proletari armati, stanno pianificando la rivoluzione. Chiacchierano, bevono, fumano spinelli per l'intero pomeriggio, alla sera giungono alla conclusione che in futuro potrebbe essere profittevole lavorare assieme e congedandosi domandano, se per caso, lui, ladro ricco e fortunato, può contribuire alla causa comune. Valerio gli allunga un po' delle mazzette e il fucile a ripetizione, li saluta con un allegro hasta la vista companieros.
Arrivato a questo punto Patta si diverte tantissimo. Il racconto gli sembra abbia guadagnato un ritmo veloce che gli piace e che pare quello delle vecchie comiche. Passano tre auto in rapida sequenza, non è lei. Il pensiero di Elisa lo riporta alla realtà, gli gonfia il corpo per la rabbia. Maledetta puttana, diocane che zoccola. Prostituta, latrina meretrice ninfomane frigida puzzona bugiarda sgualdrina porca donnaccia tana senza fondo buco insaziabile. Diocane che troia.
Come ha fatto a cascarci? Tutta la sua astuzia e la sua intelligenza, la sua intera esperienza non hanno impedito a lui, a Patta, di cascarci come l'ultimo dei fessi. La sua vita è rovinata. Non potrà più fidarsi di nessuno. Non si innamorerà mai più. Questa esperienza lo ha cambiato per sempre, ha tirato fuori la parte peggiore di lui. Patta rivede la scena di tre giorni fa quando le ha buttato la verità in faccia, l'ilarità e lo scherno di lei, lui allora l'ha afferrata per il polso e l'ha strattonata, lei ha preso ad urlare, lo ha insultato, lo ha chiamato bastardo cavernicolo, e lui puttana traditrice, e lei ha risposto stronzo pallemosce, incapace, non te lo detto mai ma a letto sei uno zero, uno schifo, di gran lunga il peggiore dei miei amanti, con te non ho mai goduto, sei imbranato, sei incompetente e irresoluto, uno stronzetto, un cretinetti, uno che sa usare l'uccello a malapena per pisciare dentro la tazza. Elisa fino ad allora non gli aveva parlato così, mai. In nessuna occasione le aveva sentito pronunciare un termine scurrile, bugiarda sì ma volgare mai. Patta rivede più volte la scena, riascolta le parole di lei, rivive l'umiliazione da capo, sempre più veloce, i colori accesi, l'immagine contrastata, poi esplode, con i pugni colpisce il cruscotto e il volante fino a farsi male, serra le mascelle e digrigna i denti, continua a battere e a colpire per farsi ancora male e di più, fino quando esausto scoppia a piangere, a singhiozzare, a frignare come un bambino. Dio, l'esistenza, il fato, non dovevano fargli questo, a lui, che ha patito di tutto, che ha già tanto sofferto, che è stato messo alla prova innumerevoli volte.
Un giorno c'è un lavoretto per Valerio. Ricompaiono i due con i jeans stirati, questa volta in motocicletta, e lasciano un pacco, una bomba, e l'indirizzo del destinatario, un'avida banca di Milano. Un lavoretto facile, ma scomodo, andare fino a Milano non va bene, Valerio ha avuto ampie rassicurazioni, nessuno lo cerca più, certo, ma lui è occupato in una faccenda di cocaina ed eroina, sarà impegnato per tutta la settimana, meglio mandare Alberto e il Balordo, che ci pensino loro.
Com'è finita Valerio lo legge prima dai giornali. Qualcosa non ha funzionato a dovere. Il pacco è esploso prima del tempo, e non in banca ma in una lancia coupè, deposto sul sedile a fianco del guidatore, accanto ad Alberto.
Valerio la prende male, ma neanche tanto, da tempo non ha più legami di sangue lui, ne amici, è solo. Con piacere considera la disperazione dei genitori. Così imparano i bastardi. Ora sì che sono senza figli. Che s'inculino.
Questa volta la polizia fa sul serio e lo fa in grande. Centinaia le perquisizioni, decine i fermati, ogni sospetto interrogato, migliaia i telefoni sotto controllo. E magistrati determinati che non si lasciano distrarre né depistare. Quelli dei servizi cominciano a cacarsi sotto. Finisce che si incazzano con Valerio, lo vogliono mollare, tanto più che il cadavere di Alberto è un chiaro indizio del suo coinvolgimento nella faccenda. Oltretutto un paio di giornalisti svelti hanno già scovato Valerio, e quello, in modo da rendere le cose ancora peggiori, ha rilasciato un intervista nella quale fra mille fanfaronate si vanta di avere importanti coperture nelle alte sfere, e nelle fotografie abbraccia sorridente la sua nuova ragazza, Anna della Svastica, così chiamata perché ne ha una enorme tatuata sulla schiena, così nessuno può scordarsi che sono una nazista, si legge nella didascalia.
A chiamare i giornalisti è stato lo stesso Valerio, fa parte del suo contorto piano, vuole che qualcuno lassù fra gli alti papaveri fibrilli e si dia una mossa. Gente simpatica i giornalisti, gli hanno persino sganciato un po' di grana, e gli hanno consigliato di cambiare aria e di filarsela all'estero. Attento Valerio che quelli appena ti vedono ti ammazzano. Allora lui esibendo la solita aria tranquilla e sbruffona gli ha mostrato l'ananas, cioè la bomba a mano, male che vada non mi avranno vivo e ne porterò parecchi via con me, e giù con una ridicola risata satanica con strabuzzo d'occhi.
Finisce che gli consigliano di traslocare in Libia, Valerio, Anna la Svastica e il Balordo, a imparare come si combatte sul serio, con le tasche piene di soldi, passando per la Sicilia e per Malta, che davvero in Calabria non tira più aria buona per loro. Valerio obbedisce, al colonnello dei servizi dice proprio così, obbedisco, e senza che nel suo cuore accada alcunché s'avvia verso una nuova fase della sua esistenza.
Un finale un po' così, diciamo sospeso, Patta non ne è entusiasta, ma apprezza che permetta il sequel. Che intitolerà? Patta considera che, non avendo pensato una sola volta al titolo della prima parte, è stupido scervellarsi ora su quello della seconda. L'Italia spara, no no, Polvere da sparo, macché, Piove piombo, peggio, meglio rimandare, tornarci sopra un'altra volta. Putrido asfalto. Lampi e spari, basta davvero. Ci sono: Spari e sirene. Meglio ancora. La vita è un romanzo tratto dal vero. No troppo lungo.
Un falso calmo, in fondo. Patta lo sa, solo è sempre stato abile a reprimersi, esperto nell'ingoiare bocconi indigesti con l'aria di chi è soddisfatto così. Ma ora basta, è finita. Elisa le pagherà tutte insieme con gli interessi composti bene computati. Maledetta stronza. Elisa è solo una con i buchi giusti, nessun altro pregio, questo è il suo valore. Maledetta maledetta maledetta. Patta riprende a frignare con i goccioloni che gli strisciano la faccia. Per lasciarlo lei ha ritenuto che fosse sufficiente un misero biglietto di poche righe, non siamo fatti l'uno per l'altra, è stato bello fino a che è durato, a causa degli ultimi avvenimenti non ti voglio sentire mai più, buona fortuna, non sono stata io, e attento, ti vedo lungo una china pericolosa, sei accecato, guardati da Ric, è un inconsapevole frocio, maligno, lurido, ladro. Velenosa e bugiarda fino all'ultimo.
Una carovana di auto, Patta fra le lacrime aguzza gli occhi, una due tre quattro cinque e, dopo pochi secondi, sei. Niente, quella di Elisa non c'è. Il corpo formicola di rabbia e disperazione, scende con impeto dalla macchina, salta e corre in cerchio, strepita, urla, bestemmia, i pugni serrati verso l'alto a colpire il cielo fittamente stellato. Credevate di essere stati assolti e invece eravate per sempre coinvolti.
(Questo è il quarto racconto di una collana di cinque che costruisce l'illusione di un romanzo. Nell'ordine: Una cosa da nulla, Potrebbe capitare a chiunque, Soffio di fiore, Il nemico sei tu, Finalino).
Ps: nel'originale è usato spessissimo il corsivo, per esempio l'ultima frase che è una citazione di De Andrè, che purtroppo non viene caricato in automatico, così per mancanza di tempo e per pigrizia...
IL NEMICO SEI TU. L'epilogo. testo di Frantizan
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