Le aveva regalato quell'agendina così, perché gli andava, qualche tempo prima, durante una passeggiata tra le file di un mercato.
"A te piace tenere un diario, no?".
"Ma questa è una manciata di fogli", sfogliando lesta le paginette intonse.
"Scrivici quello che vuoi e poi me la regali, se proprio non ti piace", sorridendole in tono di sfida.
Erano amici, entrambi disoccupati, entrambi a casa coi genitori, entrambi saltellanti fra buche e aiuole.
In effetti, da quando aveva imparato a scrivere, Delia aveva sempre tenuto diari della sua vita; nella libreria della sua camera, erano tutti in bella mostra, anni e anni di ricordi che mai rileggeva, mai.
"Ma se poi te la regalo, avrò un buco fra i miei diari", carezzando l'idea di stipare quel piccolo cimelio di memoria fra mattoni più grandi di rimembranze.
"Carta copiativa, ricordi a scuola? Mi accontenterò delle copie strappate, ma cerca di non essere lagnosa".
Sapeva che avrebbe vinto; da buon amico, Max le aveva strappato un sorriso con un dono da poco, perché conosceva la sua ritrosia ad accettare tesori, e le aveva dato qualcosa di nuovo su cui cimentarsi per tenere lontani i cattivi pensieri.
Lui era più leggero nell'affrontare la vita, la prendeva come gli veniva, convinto che alterarsi non avrebbe mai alterato il corso destinato; infatti, aveva accettato un lavoro stagionale in montagna, fino alla fine dell'anno e quella passeggiata era stata l'occasione per salutare la sua migliore amica.
Delia era più ansiosa, talmente sensibile da sentire una stretta al cuore persino nel notare ragazzi innamorati incidere le iniziali su un tronco; era all'albero che pensava, pungolato dall'incoscienza, piuttosto che agli amanti che si baciavano con tenera ostentazione del loro sentimento.
E quei pensieri che agitavano la sua testa, come infiorescenza mosse dal vento di primavera; pensieri che trovavano requie soltanto nell'inchiostro.
La mancanza fisica del suo miglior amico, sarebbe stata un onere nella sua mente, malgrado le telefonate promesse.
Si sentivano di notte, in genere; Max le raccontava del suo lavoro, di una tipa che gli faceva il filo e a cui lui si stava affezionando, pur non dandolo a vedere, per il piacere del corteggiamento mai esplicito.
Delia pure aveva conosciuto un tipo, le cose andavano a rilento anche per lei, per motivi diversi che Max ben conosceva.
"Quando senti che è il momento, raccontagli la tua testa e tutto andrà meglio", le aveva consigliato.
Lei aveva risposto col silenzio e lui aveva capito.
"Come procedono le mie pagine?", aveva glissato.
"Le nostre pagine. Sono uguali, che stupido!", aveva sorriso grata del cambio di registro. "Le ho contate. 100 a te e 100 a me, uguali e non cupe. Ho cercato di scrivere solo della natura, sai che mi piace".
"Le mie pagine saranno una copia delle tue e avrò di che leggere tra le righe, testina!".
A capodanno sarebbe tornato, non mancava poi tanto.
Max avrebbe voluto parlare col quel tipo, spiegargli del dramma di Delia, metterlo in guardia nel comportarsi con tatto, perché lei era fragile, lei soffriva di depressione e trovava pace soltanto fra alberi e cielo, animali e fiori.
Mancava poco, non era necessario fare una telefonata al tipo; l'avrebbe tenuta su di morale ogni notte e, tra un temporale e un volo di uccelli, una grandinata e un albero in fiore, avrebbe anagrammato lo stato d'animo della sua migliore amica che, in quei silenzi sorridenti all'orecchio, gli dava sempre l'impressione che la mancanza di sole nel cielo invernale la stesse raggelando dentro.
"Piove", aveva detto prima di salutarsi.
Una pugnalata al cuore di Max e troppi chilometri per ripararla con un ombrello. Gli sembrò inutile ricordarle che lui le era sempre accanto, che la loro amicizia era un'ancora ben salda.
"Qui c'è tanta neve: copre tutto", giocando con le sue metafore.
100 pagine per uno, 100 giorni di separazione, 100 racconti, 100 telefonate, 100 momenti di apnea cui resistere, 100 preghiere che passasse anche l'ennesima tempesta, 100 passi indietro per dire "no, non mi interessa lavorare mezza stagione", 100 i sensi di colpa al suicidio di Delia.
La depressione non si riesce a spiegare, non si scorgono le cause reali e forse non ce ne sono; la depressione è un abissale vuoto di parole, un baratro senza appigli.
L'agendina era conclusa, vergata di dolori nascosti tra foglie umide nel vento e gabbiani a saccheggiare spazzatura dai cassonetti.
Il tipo l'aveva mollata, non comprendendo i suoi sbalzi d'umore, le sue fughe e le sue segreterie telefoniche, e Max non c'era stato a guardarla negli occhi, a respirare con lei, fuori il magone-dentro la pace.
La centesima pagina, prima del dolce oblio, Delia l'aveva riservata a una panchina del parco, quella scassata su cui si sedevano solo loro due.
"E' questo il giorno in cui riparerò la panchina e mi ci sdraierò a guardar le stelle".
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