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Ho smesso di scrivere, oggi.
Ho troncato un gesto in silenzio.
Dove poggio ora le parole?
Come polvere ora si posano,
grigie, su ogni cosa.
Io
che non ho saputo dirti noi,
che non ho saputo scopriti il fianco,
mentre tu lì,
icona di ghiaccio
spaventosamente ferma,
nei tuoi gesti studiati e precisi
indifferente al naufragio
mentre fuori la pioggia
lenta e grave
scivolava sui vetri opachi
come quel tuo tiepido pianto
che mai hai saputo versare.
Ora lo hai regalato?
Era l’autunno, o forse solo rabbia,
quella nebbia cupa
che hai scelto di indossare
per non vedere la mia mano tesa.
Avremmo potuto salvarci, guardandoci.
Ricordi la nostra arroganza?
Sapevamo tutto: hai preferito il tempo,
quel suo ritmo lento
che divora ogni fuoco.
L’hai scartato tra le dita dolci.
Con un volto assente.
Senza guardare.
Hai lasciato che la passione
in agonia, morisse di fame
trasformando un destino
il nostro
in un rimpianto pesante
una colpa che opprime
chi come me era aperto.
È stato come fermare il battito di una vita intera
spesa a inseguire quell’unico istante:
il nostro.
L’hai lasciato scivolare via tra le dita,
come sabbia,
nello sguardo assente di chi non vuol vedere.
Un passo. Uno solo.
Per averci per sempre.
Hai preferito perdermi?
Ma ora i giorni si trascinano,
arrancano, identici e vuoti.
Così.
Trascorre in me l’elemosina del senso.
Ogni minuto è il tentativo
disperato di ritrovare il tuo sorriso.
Ora.
Lo cerco tra i volti vuoti.
Ma di te non resta che un’ombra,
il ricordo
dolce, atroce e colpevole
di ciò che poteva essere
e che abbiamo lasciato svanire.